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Tribolo – Lo scultore d’animali che realizzò trionfi naturalistici per i Medici

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La decorazione della grotta fiorentina, progettata dal Tribolo e fatta realizzare da Vasari

La decorazione della grotta fiorentina, progettata dal Tribolo e fatta realizzare da Vasari

 

Ispiratore della moda fu, ancora una volta, Leonardo: Vasari rammenta come il poliedrico artista possedesse “una sua stanza, dove non entrava se non egli solo (con) lucertole, ramarri, grilli, serpe, farfalle, locuste, nottole et altre strane spezie di simili animali”. L’interesse vinciano per la fauna, in vero già manifestato da Paolo Uccello – il cui sviscerato amore per i volatili gli valse l’appellativo con cui lo ricordiamo -, può essere considerato un antefatto alla scultura di animali, che riscosse grande successo nella Firenze del Cinquecento.
A questo stravagante versante dell’arte umanistica Alessandra Giannotti ha dedicato un libro, Il teatro della natura. Niccolò Tribolo e le origini di un genere (Olschki editore, 216 pagine). Il trait-d’union fra l’attenzione naturalistica quattrocentesca propria di Verrocchio e Leonardo, che rinnovano la rappresentazione dell’animale per tipologia e potenzialità espressiva, e quella cinquecentesca di Giambologna, al quale si deve la codificazione del genere, è qui individuato nella figura di Tribolo, cui fu affidata la progettazione degli apparati ornamentali del giardino della Villa medicea di Castello, nei pressi di Firenze.
Salito al potere dopo la morte di Alessandro de’ Medici, il duca Cosimo era intenzionato ad inaugurare una nuova era che richiamasse l’aureo governo laurenziano e di cui la suddetta residenza fosse il simbolo. L’obiettivo dello scultore era quello di ricreare, entro la cornice di un naturalismo lirico ed arcadico, un universo panico e vitale intrinsecamente legato all’affettività di Virgilio, in cui l’uomo non è altro che un essere subordinato alle forze cosmiche.
Tra le opere marmoree eseguite da Niccolò, lo straordinario trionfo naturalistico della vasca sinistra della grotta. Si tratta di un pilo di foggia antica ma dall’eccezionale vitalismo ittiomorfo che si estende ai sostegni – due squali -, ai montanti – delle razze -, al fronte – una natura viva di pesci a stento trattenuti dalle spire tentacolari di un polipo -, fino a rivestire i fianchi, con due teste di lucci dalle fauci spalancate. Alla varietà faunistica impiegata corrispondono le differenti caratterizzazioni espressive conferite a ciascuna specie, descritta con precisione certosina, enfatizzata dalla restituzione degli effetti peculiari delle squame in una gamma di possibilità mimetiche sorprendenti.
Posta di fronte a questa struttura, la vasca con conchiglie e crostacei, in cui due aragoste si sostituiscono alle razze, una coppia di nautili ai lucci, due pesci dalla dentatura acuminata agli squali e una natura morta di conchiglie di grande varietà all’assemblaggio ittico. La proverbiale abilità dell’artista di trasmutare il marmo in vera carne trova forse in queste due opere l’espressione più alta.
La decorazione tribolesca del Castello non costituisce un esempio isolato: la scultura di animali aveva infatti destato l’interesse di non pochi scultori dell’epoca. Il temperamento naturalistico di Baccio Bandelli, dall’algido registro citazionista di sostenuto tono oratorio, era del tutto differente rispetto a quello di Tribolo. Nonostante gli studi di bestie da lavoro realizzati dal vivo, al momento di affidare al marmo i suoi animali Baccio prediligeva uno stile magniloquente e austero ad un tempo.

Un gigantismo cifrato e convenzionale, ispirato da fonti ellenistiche sottoposte ad una rigorosa e ponderata rilettura, connota le teste delle quattro fiere che ornano gli angoli del basamento di Ercole e Anteo, come quella del Cinghiale di Erimanto, una delle nove teste dell’Idra, ed una delle teste di Cerbero. La composizione ispirò indubbiamente il Teseo ed Elena di Vincenzo de’ Rossi, marmo scolpito a Roma tra il 1558 ed il 1560, in cui l’attento studio del naturale condotto dall’autore finisce con l’assumere intonazioni di un realismo esasperato nel muso rantolante della scrofa con la lingua di fuori.
E’ un naturalismo esplicito e moderno quello che connota la Fontana delle Scimmie, realizzata da Camillo Mariani per la villa di Miralfiore a Pesaro verso la fine del XVI secolo. Disposte liberamente nell’assetto del giardino, le scimmie sfruttavano quale appoggio per le loro evoluzioni dalla straordinaria immediatezza espressiva l’anello lapideo della fontana, divenendone esse stesse il torsolo.
Impossibile infine non citare Giambologna, i cui uccelli sono ben differenziati per espressività e dinamismo. Il Tacchino, ad esempio, esibisce una grande varietà di penne, lunghe e sottili nelle ali, più morbide e spumose sul petto, cui si aggiunge la pelle callosa del capo. Alla sua espressione sciocca risponde quella attenta, rapace e al tempo stesso paciosa, del Gufo reale.

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