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Il ritrovamento della statua di Cerbero, che riemerge dal "fango infernale
Il ritrovamento della statua di Cerbero, che riemerge dal "fango infernale

Trovata la porta dell’Aldilà, il Cerbero esce dal fango infernale

di Giacomo Cordova 

Recentemente, a seguito della scoperta di una testa di Venere di epoca ellenistica a Hierapolis,  risalente a solo un mese fa, il team di archeologi italiani guidato dal prof. Francesco d’Andria ha rinvenuto altre due sculture marmoree nel sito del Plutonium, presso le antiche terme della plurimillenaria città frigia.


Le due statue raffigurano due creature infernali di epoca incerta, anche se probabilmente risalenti allo stesso periodo del reperto rinvenuto il 27 ottobre scorso. Il tutto non è affatto curioso, visto che molti studiosi, tra cui il D’Andria, concordano nel credere che proprio in questa misteriosa città vi fosse la sede della porta degl’Inferi, ipotesi rafforzata dalle testimonianze delle leggende tramandata dalle tradizioni greca e romana e le descrizioni del geografo Strabone (64-63 A.C. ; 24 D.C.) le quali, a quanto pare, combaciano perfettamente con la realtà attuale.

. Testa di Afrodite, rinvenuta lo scorso 27 ottobre presso ill sito archeologico di Hierapolis. (probabilmente la statua raffigurerebbe il volto della dea Persefone, sposa di Ade e regina degli inferi)

. Testa di Afrodite, rinvenuta lo scorso 27 ottobre presso ill sito archeologico di Hierapolis. (probabilmente la statua raffigurerebbe il volto della dea Persefone, sposa di Ade e regina degli inferi)

Le due sculture del cerbero e del serpente

Le due sculture del cerbero e del serpente

Il mostro cerbero secondo le illustrazioni di William Blake

Il mostro cerbero secondo le illustrazioni di William Blake

Illustrazione di Gustave Dorè relativa al canto VI dell'Inferno di Dante, raffigurante Dante che si rivolge a Cerbero e Virgilio che osserva dei dannati nel terzo cerchio dell'inferno, nel girone dei golosi

Illustrazione di Gustave Dorè relativa al canto VI dell’Inferno di Dante, raffigurante Dante che si rivolge a Cerbero e Virgilio che osserva dei dannati nel terzo cerchio dell’inferno, nel girone dei golosi

La tesi degli archeologi sembra sempre più accreditata dai reperti: un busto di Apollo che poi è stato identificato come Ade, dio e re dell’Oltretomba; una testa di Afrodite che potrebbe essere una Persefone, sposa del dio e dunque regina degli inferi ella medesima (non dimentichiamo che l’ipotesi sulla scultura della famosissima divinità femminile è analoga anche per la splendida dea di Morgantina, di recente ritornata nella propria terra d’origine che è la Sicilia).
Ora viene alla luce anche la scultura di un serpente avvolto nelle proprie spire, a creare una forma circolare (“dràkon” in greco antico è la parola da cui deriva il vocabolo italiano “drago” e significa, appunto serpente: indiscussa creatura infernale associata all’immagine del fuoco secondo l’iconologia medioevale). Ma ciò che colpisce ancora di più gli appassionati di archeologia e mitologia è una statua di marmo del famoso cane a tre teste Cerbero: uno dei guardiani dell’oltretomba descritto da Apuleio (Asino d’Oro: Favola di Amore e Psiche: vv. 1,15 ss. e 6,19 ss.), Virgilio (Eneide, libro VI, v.417 ss .) e Dante (Divina Commedia: Inferno, canto VI, vv. 1-33).
Secondo la tradizione questi sarebbe figlio di Echidna e di Tifone. Le tre teste simboleggerebbero la distruzione del passato, del presente e del futuro.

A leggere Apuleio, se ne ha la descrizione di un “cane enorme, con una triplice testa in proporzione, gigantesco e terribile, che con fauci tonanti latra contro i morti, cui peraltro, non può fare alcun male; cercando di terrorizzarli senza motivo, e standosene sempre tra la soglia e le oscure stanze di Proserpina, custodisce la vuota dimora di Dite”; e ancora, citando Virgilio, che questa volta gli da un nome: “L’enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all’antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l’afferra e sdraiato per terra illanguidisce l’immane dorso e smisurato si stende in tutto l’antro. Enea sorpassa l’entrata essendo il custode sommerso nel sonno profondo…” e, dulcis in fundo, Dante ci descrive il mostro come una ”fiera crudele e diversa, /con tre gole caninamente latra /sovra la gente che quivi è sommersa./Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, /e ‘l ventre largo, e unghiate le mani; /graffia li spirti ed iscoia ed isquatra./Urlar li fa la pioggia come cani; /de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; /volgonsi spesso i miseri profani.”
Purtroppo, come si vede dalle immagini, questi reperti ci sono pervenuti molto danneggiati. E’ infatti noto che attorno al sesto secolo dopo Cristo i numerosissimi cristiani in pellegrinaggio in questi luoghi dove era situata la tomba di San Filippo (riscoperta un anno fa), usassero saccheggiare i templi e le immagini dei culti pagani, trasformando e reinterpretando le figure mitologiche in chiave cristiana o sostituendo il tutto con nuove forme d’arte inneggianti il nuovo e sempre più fanaticamente adorato ed amato Dio cristiano e le numerosissime icone di Santi e Martiri. Ciò avvalora l’importanza storica e religiosa di questa scoperta, come ci dice Alister Filippini dell’Università di Palermo e della University of Cologne: sappiamo così di come questo sito archeologico sia stato teatro di scontri tra un’antica religione ed una nuova, che soppiantò la precedente dopo asprissimi e sanguinosissimi secoli di scontri tra cittadini di uno stesso Impero, ormai sempre più diviso da sette ed ideologie provenienti dai culti orientali oltre che minacciato ai propri confini da potenze straniere. Tutto questo avvenne sino e anche qualche secolo oltre il 391, anno in cui il Culto Cristiano verrà imposto per la prima volta come religione di stato dall’imperatore Teodosio I.

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