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Tutti figli di Puvis de Chavannes. Il suo ruolo in pittura,

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Pierre Puvis de Chavannes (Lione, 14 dicembre 1824 – Parigi, 24 ottobre 1898) è stato un pittore francese, uno dei maggiori dell’Ottocento,  che ha ottenuto grandi successi e che ha influenzato, con la sua poetica, numerosi pittori post-impressionisti, artisti del Novecento, i metafisici e i surrealisti. Appartenne alla corrente simbolista e fu l’ultimo esponente della Scuola di Lione. Il suo ruolo fondamentale, nella svolta presa dalla pittura all’esaurirsi del realismo e dell’Impressionismo, non è abbastanza conosciuto, pur esercitando un’azione di grande intensità e di formidabile portata.

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Riproponiamo l’intervista di Stile Arte a Serge Lemoine, Direttore del Musée d’Orsay di Parigi e curatore della mostra “Da Puvis de Chavannes a Matisse e Picasso. Verso l’arte moderna”(2002)

di Paolo Pietta

 

Professore, lei sostiene che i grandi filoni dell’Arte del Novecento “non discendano, come si ritiene generalmente oggi, da Manet e dall’Impressionismo, ma da un pittore egli stesso all’origine di un’altra tradizione: Pierre Puvis de Chavannes, che ha esercitato un notevole influsso sull’arte della sua epoca in Francia e all’estero, e sulle generazioni successive”. Quali sono – in sintesi – le ragioni alla base del suo convincimento?
L’Impressionismo è un movimento che si colloca alla fine del Realismo. Numerosi artisti, in seguito, partiranno dai presupposti impressionisti per creare qualcosa di nuovo: si pensi a Gauguin, Seurat o Cézanne, il quale dichiara di “voler fare dell’Impressionismo un fenomeno durevole, come l’arte dei musei”, sottintendendo in ciò un giudizio di eccessiva “leggerezza” delle opere prodotte da tale movimento. Gauguin, Seurat, Cézanne, ma pure Van Gogh ed i Simbolisti, sono andati dunque alla ricerca di elementi di diversità, finendo per trovarli nell’arte di Puvis de Chavannes. La derivazione non è, allora, Impressionismo-Gauguin, ma Puvis de Chavannes-Gauguin; non Impressionismo-Matisse (o Picasso), ma Puvis de Chavannes-Matisse (o Picasso).
Può spiegare ai lettori di “Stile” in quale misura è avvertibile l’influenza di Puvis de Chavannes sui Simbolisti europei, che pure hanno sviluppato il proprio percorso creativo in forme così differenziate l’uno dall’altro?
Puvis de Chavannes non è un artista simbolista, è un artista che si esprime per mezzo dell’allegoria; ancora più importanti sono la sua abilità compositiva, le forme che crea, la capacità di sintesi, la semplificazione del disegno e dei colori. I Simbolisti di ogni Paese hanno per la maggior parte guardato a Puvis de Chavannes, assimilandone le invenzioni, lo spirito, lo stile e sviluppando tutto ciò in seguito nelle loro opere. Ciò spiega come mai si possano trovare tanti punti comuni tra artisti diversi del nord e del sud dell’Europa, tra diverse forme di espressione, sia nella pittura che nella scultura; e permette di esplicare i rapporti che intercorrono tra i Simbolisti e Gauguin, i Simbolisti e i Nabis. Essi si somigliano proprio perché hanno guardato tutti a Puvis de Chavannes.
Ci parli della vicenda emblematica dell’“Esperance”, il celebre quadro di Puvis de Chavannes riprodotto da Gauguin in una delle sue opere polinesiane…



Vorrei ricordare intanto che dell’“Esperance” di Puvis de Chavannes esistono due versioni: una, che si trova in un museo americano, a Baltimora, è la versione “vestita”; l’altra, la versione “nuda”, appartiene invece al Musée d’Orsay. Il quadro è stato dipinto nel 1871, dopo la Guerra franco-prussiana. Si tratta di un’allegoria che rappresenta il dramma seguito a quella che fu un’autentica catastrofe nazionale. Di fondamentale importanza, nell’opera, sono il rapporto tra la figura ed il paesaggio che la circonda, ed il modo con cui l’una e l’altro sono dipinti: Gauguin, tutto questo, lo capisce subito benissimo. Quando parte per Tahiti, porta con sé un’incisione della versione “nuda” dell’“Esperance”. Ciò che è più di un simbolo, è una dichiarazione di impegno. Nel 1904, poco prima di morire, Gauguin esegue una natura morta nella quale compare la riproduzione del quadro. Di lui conosciamo anche delle ceramiche – come è noto, egli è stato un grande ceramista -, nelle quali ha modellato l’“Esperance” in rilievo.
E veniamo alla mostra di Palazzo Grassi a Venezia. Ci può illustrare come si articola l’allestimento, e come si è pensato di favorire la comprensione da parte del grande pubblico del ruolo assunto da Puvis de Chavannes come “apripista” dell’arte del Ventesimo secolo?
L’esposizione di Palazzo Grassi propone oltre duecento quadri e sculture disposti in trentacinque sale. Il percorso si sviluppa all’inizio per artista, in seguito cronologicamente, poi per tendenza, infine per Paese. Si comincia con Puvis de Chavannes, continuando quindi con Gauguin e Seurat, Cézanne, Signac, con i Nabis; una sala completa è riservata a Maurice Denis, un’altra a Maillol scultore. E’ poi la volta dei Simbolisti francesi, a partire da Odilon Redon; una sala affianca Munch e la scultura di George Minne “Fontaine aux agenouillés”; la successiva è dedicata a Ferdinand Hodler, quindi è il turno dei Simbolisti tedeschi. Una sezione molto importante è consacrata agli Scandinavi; poi abbiamo i Belgi, gli Italiani, i Russi soprattutto, a confermare l’universalità del fenomeno degli artisti che hanno guardato a Puvis de Chavannes. La prima parte dell’esposizione si conclude con l’omaggio ad Emile-Antoine Bourdelle, scultore tanto grande quanto misconosciuto. La seconda parte intende dimostrare l’influenza esercitata da Puvis de Chavannes nel XX secolo, ad iniziare da Picasso e Matisse. Viene evidenziato come questi due maestri abbiano completamente modificato il proprio agire creativo nel momento in cui “scoprirono” Puvis de Chavannes, come si siano “appropriati” del suo insegnamento e come gli siano rimasti fedeli fino alla fine della loro vita. La mostra di Venezia permette anche di ammirare capolavori di fauve o cubisti, come Derain o Gleizes, e di un gran numero di artisti italiani degli anni Venti e Trenta; ed è completata da opere di Matisse e soprattutto di Picasso, realizzate negli anni Cinquanta. Posso dire, in conclusione, che quello proposto a Palazzo Grassi è un viaggio totalmente nuovo ed originale nella genesi e nello sviluppo dell’arte tra il XIX ed il XX secolo: dove si vede che ad essere privilegiata è la continuità, e non la rottura




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