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Tutti i figli italiani del genio di Cézanne, l’influenza del maestro francese sui nostri pittori

Nella pagina e in copertina: opere di Cèzanne, in mostra al Vittoriano di Roma

 

L’esposizione permette di rileggere diversi aspetti dell’attività dei protagonisti del ‘900 italiano: gli anni della formazione di Morandi, la conclusione dell’esperienza futurista di Boccioni, l’intensità emotiva di Carrà, la precisa attenzione per la costruzione delle nature morte in De Pisis, lo spazio volumetrico di Sironi, lo straordinario lavoro figurativo di Capogrossi, la ricerca di una drammatica verità di Pirandello. Gli artisti italiani partono dal segno di Paul Cézanne, tradizionalmente definito “padre dell’arte moderna”, che penetra nel nostro paese dai primi anni del secolo scorso, sia nutrendo la creatività dei protagonisti, sia esercitando un’influenza a livello diffuso, attiva a lungo.
cezanne3Da quando Ardengo Soffici, attraente figura di artista, critico e polemista, di ritorno da Parigi nel 1907, trascrive le emozioni trasmessegli dalla pittura di Cézanne nell’articolo da lui pubblicato nel 1908 sulla rivista senese “Vita d’Arte”, l’artista francese diviene termine di confronto per quanti, fra gli artisti, intendono indagare le istanze più innovative della cultura europea, mentre l’inquieta complessità del suo percorso desta grande attrazione. Egli è ritenuto esemplare per la corrusca originalità della produzione giovanile, per la particolare partecipazione all’esperienza impressionista, per la consistenza plastica e volumetrica della produzione matura, oltre che per la sorprendente liberazione del colore verso allusività simboliche, quando, nella estrema maturità, la nozione del reale si mescola a una drammatica ansia di eterno.

L’esposizione, che raccoglie 100 opere (Cézanne, Morandi, Carrà, Boccioni, Severini, Sironi, Capogrossi e numerosi altri), vanta la collaborazione e il supporto di numerosi musei di grande prestigio: The State Hermitage Museum, San Pietroburgo; Musée d’Orsay, Parigi; Fondazione Collezione E.G. Bührle, Zurigo; Museo di Arte di São Paulo Assis Chateaubriand, San Paolo del Brasile; Musée Granet, Aix-en-Provence; National Gallery of Victoria, Melbourne; The Art Gallery of Ontario, Toronto; Szepmuveszeti Muzeum, Budapest; Virginia Museum of Fine Arts, Richmond; Museo Morandi, Bologna; MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale; Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma; Museo del Novecento, Milano; Musei Vaticani, Città del Vaticano; GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino; Galleria d’Arte Moderna, Milano; Museo d’arte moderna e contemporanea “Filippo de Pisis”, Ferrara.

La mostra “Cézanne e gli artisti italiani del ’900” è a cura della Storica dell’Arte Maria Teresa Benedetti, che si è avvalsa di un prestigioso comitato scientifico composto da Denis Coutagne, Rudy Chiappini e Claudio Strinati. Nel catalogo, edito da Skira, saggi anche di Maria Cristina Bandera, Fabrizio D’Amico e Alain Tapié, già direttore del Musée des Beaux-Arts de Lille.
Il coordinamento generale è di Alessandro Nicosia.
L’esposizione, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, si avvale del patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nonché della Regione Lazio, di Roma Capitale e della Provincia di Roma. La rassegna è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando.

La mostra
La mostra inizia documentando la circolazione dell’opera di Paul Cézanne nel nostro paese; si registrano presenze sporadiche in varie esposizioni, dalla “Prima mostra di impressionismo francese” a Firenze del 1910 curata da Ardengo Soffici alla rassegna a lui dedicata nel padiglione francese nella Biennale veneziana del 1920, con 28 dipinti provenienti quasi esclusivamente dalle collezioni fiorentine Fabbri e Loeser, poi disperse negli anni Venti.
Fin dall’inizio del secondo decennio letterati, critici e artisti si occupano di Cézanne sulle pagine de “La Voce”, rivista nei cui quaderni escono tavole di sue opere. Ardengo Soffici intende lo spirito di geometria e la sintesi formale cézanniana come preziose specificità e Roberto Longhi, nel 1914, definisce Cézanne “il più grande artista dell’era moderna, il cui testamento pittorico potrebbe essere quello di Piero dei Franceschi”. L’artista è avvertito da un lato come un innovatore, padre del cubismo e dell’arte pura, dall’altro come un classico, vicino ai grandi esempi della nostra tradizione.
Il primo, quindi, ad avere divulgato l’opera dell’artista è Ardengo Soffici, ma un rapporto palpabile con l’artista francese si può individuare nella maggior parte degli alfieri della nostra avanguardia, da Umberto Boccioni a Carlo Carrà, da Giorgio Morandi a Gino Severini fino ad arrivare agli artisti astratti.
Nel 1916 il linguaggio di Cézanne diviene per Umberto Boccioni, al quale probabilmente l’artista francese era già noto fin dagli anni simbolisti e futuristi, argine alle stanchezze dell’esperienza rivoluzionaria, soluzione palingenetica di fronte alle delusioni private e civili.
cezanneAnche le prime esperienze del giovane Giorgio Morandi sono calate nel vivo di un sorprendente dialogo con l’artista francese, eletto fin dal 1911 a suo maestro, come documentano paesaggi e figure a lui direttamente ispirati.
Quanto a Carlo Carrà, conclusa l’avventura metafisica, l’avere eletto Cézanne, insieme a Giotto, ispiratore della nuova direzione della sua arte, sfocia nella realizzazione dei paesaggi degli anni Venti, spogli e memorabili per intensità emotiva e adesione profonda al dato naturale. Legati inoltre all’artista francese sia per la volontà volumetrica e plastica che per la profonda poesia.
Gino Severini, raffinato e diretto protagonista della cultura francese a lui contemporanea, riprende nella distribuzione compositiva e negli atteggiamenti delle figure le opere cézanniane. E ciò anche se critica il metodo di lavoro dell’artista di Aix-en-Provence, basato sull’analisi della “sensazione”, elemento ritenuto da lui di marca impressionista.


Anche il giovane Filippo De Pisis ha un inizio cézanniano in nature morte che manifestano una precisa attenzione per la “costruzione” del dipinto, la definizione recisa dei blocchi compositivi. Poi, come è noto, prenderà strade più direttamente legate al suo temperamento.
L’opera di Mario Sironi è vicina, da un lato, ai caratteri corruschi dell’opera giovanile di Cézanne, dall’altro ricorda, nelle solenni figure degli anni Venti, di ispirazione classico-rinascimentale, l’intensa acquisizione di uno spazio volumetrico e mentale, tipico in particolare di alcuni ritratti del pittore francese, eseguiti a partire dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento.
Felice Carena si confronta con la pittura francese fin dal 1913, quando inizia a organizzare le mostre della Secessione, e Cézanne non tarda a comparire fra i suoi punti di riferimento nelle nature morte e nei nudi femminili, pure declinati con la presenza di una costante componente di “venezianità”.
Felice Casorati è invece profondamente interessato allo sguardo oggettivo e reificante dell’artista francese, da lui accentuato in senso fortemente metafisico.
Come non associare a Cézanne i volti scanditi in forme volumetriche, cubisteggianti di Roberto Melli? O trascurare l’influsso del maestro francese nei paesaggi e nelle figure della prima stagione di Franco Gentilini, nella produzione di Corrado Cagli intorno agli anni Trenta e in quella di Giuseppe Capogrossi quando è ancora legato a un linguaggio figurativo?
Analogamente in alcuni dei protagonisti della “Scuola romana”, da Francesco Trombadori ad Antonio Donghi e Riccardo Francalancia, aleggia ancora il gusto volumetrico di Cézanne, la capacità di rendere oggetti e paesaggi con la saldezza del suo colore, la sua inconfondibile energia plastica.
Nel secondo dopoguerra, in particolare per il magistero di Lionello Venturi e per l’attenzione verso il linguaggio ellittico dell’ultimo Cézanne, si possono avvicinare a lui artisti che affrontano anche stilemi astratti o “astratto-concreti”, come Fausto Pirandello, che dipinge mele e bagnanti di stampo cézanniano fin dagli anni della sua giovinezza, e sarà sempre connotato dall’adesione agli aspetti più impervi dell’arte di Cézanne, disposto, come il maestro, a sacrificare l’idea di una bellezza convenzionale all’individuazione di una drammatica verità.
La mostra ci consente di indagare quanto l’esempio cézanniano, mescolato ad altre suggestioni e complicato dall’attrazione per Picasso e il cubismo, sia stato fruttuoso per gli artisti italiani, come siano stati capaci di trasformarlo in connotazioni originali, riflesso del vigore delle singole personalità, oltre che specchio di specifici aspetti della nostra storia culturale. ’opera intensa e monumentale di Paul Cézanne, la sua capacità di ridurre la forma ai suoi termini essenziali, pur senza dimenticare l’esperienza che gli ha consentito di scoprire la luminosità del colore, penetra nell’arte italiana del XX secolo, sia nutrendo la creatività degli artisti, sia operando una notevole suggestione a livello diffuso. L’esigenza strutturante, che ha indotto l’artista a operare una scelta fra i dati naturali, la sua capacità di esaltare l’evidenza volumetrica e la consistenza degli oggetti, fondendo i vari elementi in unità sintetiche, hanno costituito un esempio da noi per molti versi fondamentale. La quotidianità elevata a simboli profondi, la lunga insistenza sugli stessi temi sono stati intesi come elementi rappresentativi di una altissima moralità dell’operare artistico, in grado di dare fiducia anche in momenti di disorientamento, rispondendo all’esigenza di un recupero di valori.
Quanto alla circolazione della sua opera nel nostro paese, presenze sporadiche si registrano in varie esposizioni, dalla Prima mostra di Impressionismo francese a Firenze nel 1910 curata da Ardengo Soffici, alla rassegna dedicata a Cézanne alla Biennale veneziana del 1920, con 28 dipinti provenienti quasi esclusivamente dalle collezioni fiorentine Fabbri e Loeser, poi disperse negli anni Venti. Fin dall’inizio del secondo decennio, letterati, critici e artisti si occupano di Cézanne sulle pagine de “La Voce”, rivista nei cui quaderni escono tavole delle sue opere. Soffici intende lo spirito di geometria e la sintesi formale cézanniana come preziose specificità e Roberto Longhi, nel 1914, definisce Cézanne “il più grande artista dell’era moderna, il cui testamento pittorico potrebbe essere quello di Piero dei Franceschi”. L’artista è avvertito da un lato come un innovatore, padre del Cubismo e dell’arte pura, dall’altro come un classico, vicino ai grandi esempi della nostra tradizione. Inoltre, nell’atmosfera di rinnovamento creatasi dopo il secondo conflitto mondiale, la tendenza alla disintegrazione dell’immagine, evidente nell’ultima parte del percorso cézanniano, suggerisce vie nuove e ardite ad artisti pronti ad affrontare le esperienze dei linguaggi astratti.

Questi due termini costituiscono gli estremi della nostra indagine. Riferiamoci ora direttamente ad alcuni artisti, fra i più importanti, per definire il taglio della mostra, documentare il metodo adottato, mostrando al vivo, ove possibile, un confronto diretto fra le opere.
Umberto Boccioni, conclusa da leader l’esperienza futurista, ritorna nel 1915 alla figurazione utilizzando una materia cromatica densa, ottenuta attraverso una solidificazione della luce. Nelle non numerose opere, eseguite fino alla metà del 1916 (fra le quali campeggia il Ritratto del maestro Ferruccio Busoni), data della morte a soli 34 anni, egli si volge alla lezione del pittore francese, intesa come stimolo fondamentale nei confronti della necessità urgente di un mutamento.
Il più cézanniano degli artisti italiani, Giorgio Morandi, è vicino a Cézanne nella scelta di pochi temi, oltre che nell’analogia di una vita sobria e severa, fedele ai luoghi nativi. Fin da ragazzo, egli entra in contatto con l’artista che avrebbe rappresentato per lui una fonte figurativa fondamentale, oltre che la principale spinta propulsiva per intraprendere un cammino di modernità.
Le citazioni di opere cézanniane riscontrabili nei suoi quadri giovanili (dal Paesaggio del 1911, mutuato su La tranchée di Cézanne, al Paesaggio del 1914, che riproduce parte del Pont de Maincy, alle Bagnanti del 1916, mutuate anch’esse su Cézanne) sono, come dirà egli stesso, analoghe agli esercizi di un pianista, utili per raggiungere il proprio stile. E l’influsso del maestro francese rimane fortemente evidente nel suo lavoro, in particolare nelle nature morte e nei paesaggi dal 1919 alla fine degli anni Venti.
Gino Severini (uno degli Italiens de Paris, insieme a Modigliani, De Pisis, Tozzi, Paresce e altri), nonostante un atteggiamento critico, assume da Cézanne suggestioni e spunti iconografici e creativi. Nelle nature morte dei primi anni Venti rivisita Cézanne con le regole del numero e del compasso, confermando quanto scriveva nel suo articolo su Cézanne e il cézannismo pubblicato nel 1921 sulla rivista “L’Esprit Nouveau”. Ne è esempio probante il dipinto Joueurs de cartes (1924), mutuato sull’omonima opera di Cézanne ora al Metropolitan Museum di New York, il cui tema è interpretato dall’artista italiano, con le maschere della Commedia dell’Arte in chiave fortemente geometrizzante.
Un coacervo frastagliato e contraddittorio di progetti e tensioni anima la vita della rivista “Valori Plastici” di Mario Broglio attiva dalla fine del 1918 al 1922 e punto di riferimento importante per la cultura di quegli anni. Giorgio De Chirico vi dibatte i temi della metafisica e auspica un “ritorno al mestiere”; Carlo Carrà parla di “italianismo artistico”, accampa diritti di italianità anche su Cézanne (fatto provenire da Cesena in Romagna o da Cesana in Piemonte!), mentre Alberto Savinio, nell’avallare una rinascita del classicismo, vede in Cézanne l’artista capace di dare vita a un suo ritorno in termini non accademici e moderni. Con Morandi, definito da De Chirico “un artigiano che fa da sé e guarda gli oggetti nel loro aspetto eterno”, troviamo altri pittori, capaci di riflettere l’esperienza cézanniana: da Felice Casorati a Felice Carena a Roberto Melli, al già citato Soffici, a Edita Broglio, allo stesso Broglio. Analogamente in alcuni dei protagonisti della “Scuola romana”, da Francesco Trombadori ad Antonio Donghi, Riccardo Francalancia e Franco Gentilini, aleggia ancora il gusto volumetrico di Cézanne, la capacità di rendere oggetti e paesaggi con la saldezza del suo colore, la sua inconfondibile energia plastica. Inoltre, nella temperie del “Novecento”, il movimento che, guidato da Margherita Sarfatti, si propone di saldare il linguaggio della modernità alla grande tradizione italiana, si evidenziano parentele cézanniane in opere di Mario Sironi, Achille Funi, Ubaldo Oppi, Piero Marussig e altri.
Nel secondo dopoguerra, in particolare per il magistero di Lionello Venturi e per l’attenzione verso il linguaggio ellittico dell’ultimo Cézanne, si possono avvicinare a lui artisti che affrontano anche stilemi astratti o “astratto-concreti”, da Afro a Scialoja, Corpora, Morlotti, Pirandello


 

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