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Un quadro in 30 righe: Dolce è la morte


77- “Cristo sul sarcofago sorretto da due angeli” di Andrea Mantegna

Andrea Mantegna, “Cristo sul sarcofago sorretto da due angeli”, tempera su tavola, 78×48 cm

 

di Enrico Giustacchini

Dolce è la morte – per atroce che sia stata l’agonia -, se dietro l’angolo ti attende la resurrezione. Ne consegue che il Cristo di Andrea Mantegna possa esibire un volto dove gli occhi velati dal dolore fan trapelare barbagli di luce, dove la bocca rilascia la smorfia contratta dagli spasmi nella geometria d’un sorriso imminente. Il pittore padovano è già vecchio, stanco ma non di cercare la giusta via, quando fotografa così Nostro Signore: così, a mezzo del guado, forse non più morto, forse non ancora resuscitato. C’è tanta pace, comunque sia, lì intorno, in quello squarcio di Palestina improbabile che s’imbeve della chiarità dell’alba. Del gelo della morte Gesù conserva il pallore, che ha steso sulle sue membra uno strato spesso di cera.

Bianca è la pelle del Redentore, bianco il lenzuolo che lo cinge in un viluppo di crespe e di nodi, in quel “tormentato disporsi in un gioco serratissimo di pieghe taglienti quasi fossero scolpite nel marmo” che, osserva Alberta De Nicolò Salmazo, “preannuncia le soluzioni formali ancor più esasperate della sciarpa sfrangiata del ‘San Sebastiano’ della Ca’ d’Oro di Venezia, rinvenuto incompiuto da Ludovico Mantegna nello studio del padre”. Andrea, il maestro che osò “scolpire in pittura”, d’un tratto era parso in grado di cancellare, con il suo genio sublime, i confini tra le due arti. Così è per quest’opera, per questo Cristo di carne e di lini, di strazi conclusi e di glorie annunziate, per questa statua sbozzata a colpi di pennello sulla piattezza assoluta di una tavola di legno. E mai marmo fu tanto leggero. Mai fu tanto leggero il corpo di un uomo, seduto appena sul bordo del sepolcro che lo aveva oppresso sino a un attimo prima, e già in procinto di volarsene via, in alto, nell’empireo, in compagnia di due angeli dalle ali colorate.

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