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Utopici Fauve, l’errore di costruzione percettiva delle “belve”


di Luca Francesco Ticini

xxx_7Il colore è un mistico e lieve velo di emozioni, tessuto dalla mente per avvolgere ogni superficie che osserviamo. La contemplazione delle delicate, romantiche, sensuali e vivaci sinfonie cromatiche, forse è il più bel sogno ad occhi aperti che ci è concesso. Infatti, dinamico e impalpabile nelle sue sfumature, il colore è immaginario, inesistente, e forse per questo ancor più eccezionalmente vitale e meraviglioso nel decorare il mondo.

La percezione del colore si sviluppa in una dimensione metafisica, oltre la realtà, emancipata dal giogo del divenire incessante delle condizioni d’illuminazione, siano esse artificiali o naturali. In un dipinto di Derain, per esempio, la luce che un rosso riflette quando il quadro è esposto al sole non è mai identica alla luce riflessa quando è illuminato da un neon o da una lampada ad incandescenza. Nonostante ciò, il colore rimane costante nella sua essenza.

Il cervello, infatti, non valuta le proprietà delle superfici saggiando meramente la luce che riflettono, altrimenti gli oggetti apparirebbero diversi in ogni istante. Invece, compara la luce riflessa da un’area – nel caso di Derain dal rosso – con quella riflessa dalle adiacenti, ottenendo un valore di confronto che è sempre costante in ogni condizione di luce, poiché dipende dalle proprietà fisiche delle superfici stesse, che rimangono invariate nel tempo. Nasce così il colore – un linguaggio, una sensazione, un’emozione piuttosto che una proprietà fisica degli oggetti -, frutto di un processo biologico che ci permette di riconoscere le proprietà invariabili ed essenziali delle superfici, la loro reale natura, e che ci aiuta a categorizzare gli oggetti correttamente attraverso il senso della vista.

Nell’arte pittorica, il colore si erge a ruoli maestosi, mirabili ed elettrizzanti. Con Derain, Vlaminck, Van Dongen, con le “belve selvagge” – i fauve -, la ricerca si avventura in riti di travolgente impatto emotivo, in “orge di puro colore” in cui le tinte si liberano dalle gelide e severe trame imposte dalle consuetudini e dall’esperienza visiva quotidiana.

Nonostante l’intento di riscattare il colore dalla forma che lo limita ad un ruolo di subordinazione spaziale, nelle tele dei fauve il colore è ancora racchiuso fra gli stretti confini della forma. Il motivo di questo fallimento, rispetto agli intenti, va ricercato nella fisiologia del cervello: è biologicamente impossibile ottenere la percezione del colore senza poter confrontare, come detto prima, la luce riflessa da una superficie con quella che ci proviene dalle adiacenti. E fra due aree fisicamente dissimili (e quindi con diversa efficienza nel riflettere la luce), esiste necessariamente un bordo, un limite che le distingue e separa, tracciando in tal modo il profilo della forma. Così s’impone l’impossibilità di allontanare il colore dalla forma, in arte come nella vita d’ogni giorno. Proprio perché le nostre percezioni nascono e sono limitate dalla fisiologia del cervello, la proposta fauve è destinata a fallire.

L’unica via risolutiva biologicamente possibile è quella intrapresa dai fauve stessi: coprire la forma con un colore differente da quello che normalmente associamo ad essa. In questo modo, la percezione del quadro è dissociata dall’esperienza conservata nella memoria e che, usualmente, correla strettamente determinate forme con singoli colori. Vestire le forme con tinte diverse da quelle usuali, scatena un’attività cerebrale che ha poco in comune con la normale visione a colori, ed è correlata alla valutazione dello stimolo visivo in termini mnemonici, coinvolgendo anche il giudizio e l’apprendimento. Il brillante artista è capace così di donare allo scienziato le sue intuizioni, suggerendogli alcune vie per comprendere come il cervello sia in grado di elaborare alcune percezioni di cui non si conosce ancora il meccanismo.

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