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Van Gogh, gli esordi –

vincent foto 1

di Federico Bernardelli Curuz

 

Il bivio si propose agli esordi. Scegliere una linea legata al disegno o veleggiare nel colorismo puro, utilizzando cioè le masse cromatiche e la luce come elementi unici di tessitura del quadro? Le opere con le quali Van Gogh scese nell’arena della pittura sono tra loro piuttosto diverse e configurano, pur essendo dipinte negli stessi mesi – tra il 1881 e il 1882-, entrambi i filoni, che testimoniano l’interesse per il disegno – del resto anche nei lavori della maturità egli non rinunciò a utilizzare, come un artista giapponese, un pennello sottile di rifinitura, che sostituiva perfettamente il lapis – e l’ossessione per il colore intenso come violenza rappresentativa, come corpo ardente della realtà.

Negli anni in cui il pittore olandese viene artisticamente alla ribalta si assiste a un fenomeno nuovo: l’avanzata, grazie alla rottura anti-accademica favorita dall’Impressionismo, di un nutrito gruppo di self-made men. Generalmente le opere prime di questi artisti sono contrassegnate da un approccio rude, che testimonia soprattutto l’incapacità di sciolta gestione della tecnica. Capitava così alla maggior parte dei pittori alle prime armi – che non avessero in nessun modo seguito un percorso formativo accademico – di intraprendere il loro cursus attraverso la rappresentazione dominata da forme semplici grezze, giungendo a studiare soggetti singoli per poi arrivare ad una composizione più armonica ed elaborata.

Per Van Gogh questa regola viene, in un certo senso, ribaltata. Egli, infatti, parte da una pittura di aderenza fotografica al vero risulta ben presente – e ciò in virtù dei corsi affrontati a Bruxelles -, nella quale la rappresentazione della realtà è attenta e minuziosa, e contemporaneamente propone abbozzi nei quali il disegno è assolutamente accantonato, in una semplificazione della realtà scaturita dalla necessità di una sintesi cromatica. Ed egli, a ben vedere giunse, con il tempo, a sovrapporre la necessità della precisione – che non abbandona neppure nei dipinti della maturità, fortemente contrassegnati dal fuoco violento del colore – all’esplosione cromatica. Ciò significa che i due modi, presenti in incunabolo nella pittura degli inizi, si fondano successivamente, dando vita alle rappresentazioni della maturità. Vissuto da sempre a contatto con il mondo artistico grazie ad una famiglia che contava buoni mercanti d’arte – come lo zio Hendrik Vincent, lo zio Cornelius Marinus, e soprattutto il padrino di Vincent, più affettuosamente chiamato “zio Cent”, che possedeva un negozio in una galleria di edizioni d’arte parigina Groupil & Cie, lo stesso negozio nel quale il Nostro iniziò ad avvicinarsi alla tavolozza -, Vincent intraprende però a tutti gli effetti la carriera di pittore solo in età adulta. Nell’ottobre del 1880, ventisettenne, si iscrive all’Accademia di Bruxelles per impadronirsi della tecnica. Egli aveva fino ad allora imboccato diverse strade lavorative, a partire dall’attività presso la Groupil, prima nel negozio di “zio Cent”, poi promosso al grado di direttore della filale all’Aja e infine trasferito a Londra, nel 1873, dove oppresso dalla solitudine, si licenziò. Tornato in Olanda, si mantenne facendo l’insegnante supplente di lingue. Dopo una breve parentesi come commesso di libreria. Vincent, verso la fine degli anni ’70, passò alla Scuola di evangelizzazione pratica di Bruxelles e, nel 1878, acceso da un intenso fervore, si diresse a Pâturages dove prese a cuore le condizioni disperate dei minatori di Wasmes; questo interessamento, come si sa, non fu gradito dai suoi superiori, che lo rimandarono a casa. Ma è proprio in tale periodo che Van Gogh trova la vera vocazione, la pittura. Egli, infatti, fino a quel momento si era sentito un “fannullone per forza”, e questa situazione gli creava disagio, in quanto “ non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto”. Finalmente individua la sua vera strada:” Sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere”. Si iscrive all’Accademia di Bruxelles per “impadronirsi un poco della tecnica”, come sostiene nella lettera numerata 137. Iniziano così i primi disegni, come il Giovane inginocchiato con il falcetto (1881).

V.VAN GOGH, Ragazzo inginocchiato con falcetto, 1881, matita, carboncino e acquerello su carta, Kröller Müller Museum, Otterlo

V.VAN GOGH, Ragazzo inginocchiato con falcetto, 1881, matita, carboncino e acquerello su carta, Kröller Müller Museum, Otterlo

Qui il soggetto appare slegato dallo sfondo pallido ed uniforme. L’uomo chino sul terreno è curato nei minimi particolari e con realismo, lontano dalle opere del Van Gogh che noi conosciamo. Maggiormente in contrasto con i vivaci colori del periodo francese è la Natura morta con cavolo e zoccoli, che richiama opere settecentesche dalle cromie spente e dalle luci soffuse.

V.VAN GOGH, Natura morta con zoccoli, cavolo e patate, 1881, olio su tela, Kröller Müller Museum, Otterlo

V.VAN GOGH, Natura morta con zoccoli, cavolo e patate, 1881, olio su tela, Kröller Müller Museum, Otterlo

Nel dipinto, risalente al 1881, la tavola compare dallo sfondo scuro; le sottili pennellate sono curate, così come molto dettagliato è lo studio dei giochi di luce e di ombra (evidentemente, in questo caso, il pittore si confrontava con i grandi maestri del Seicento). E ancora, con la Falegnameria vista dalla camera di Vincent (1882) il giovane artista dimostra, attraverso un minuzioso assetto disegnativo, grande attenzione ai particolari a discapito delle scelte cromatiche. Ecco, il rovello. Come rappresentare la realtà senza che il disegno costituisca una griglia che imprigiona il pittore? La svolta di Vincent giunge al momento del suo contatto con la corrente impressionista, dalla quale assorbe l’utilizzo della cromia e della pennellata che genera emozione. E’ il momento che avviene la fusione.

 

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