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Van Gogh macinò 50 teste per imparare a dipingere


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“Guarda un po’, devo dipingere cinquanta teste solo per farmi un’esperienza, perché proprio ora sto entrando in carreggiata (…) Ho fatto i miei calcoli, ma senza un po’ di denaro in più non mi è possibile lavorare con quella energia che sarei ben disposto a dedicarvi”. In una lettera del novembre del 1884 scritta da Nuenen, in Olanda, Vincent van Gogh sollecita caldamente la generosità del fratello Theo. Il denaro che chiede serve per pagare i modelli che posano per lui: sono tessitori e contadini con le loro famiglie, impegnati nei vari momenti della giornata. Lavoratori che, abituati a guadagnarsi da vivere con il sudore della fronte, guardano con benevola curiosità a quell’uomo di poco più di trent’anni, dai capelli rossi e dalla barba non sempre curata, il figlio del pastore protestante del loro paese, pronto a pagarli per non fare nulla.

Può sembrare estremamente curioso che l’unica preoccupazione di un ancor giovane Vincent van Gogh, giunto nel 1883 nella casa dei genitori dopo le poco fortunate esperienze a Londra come mercante d’arte e nella zona delle miniere del Borinage come missionario predicatore, fosse quella di garantirsi il ritrovamento dei soggetti da dipingere, eppure, da quando la propria ricerca interiore lo aveva portato alla conclusione che la sua missione nella vita doveva essere la pittura, ad essa decide di consacrare, col fare estremista che gli è caratteristico, ogni momento della giornata ed ogni risorsa economica. Giunto a ritenersi “soltanto artista, infine” (la definizione si legge nella monografia di I.F. Walther e R. Metzger), egli sente l’esigenza di recuperare gli anni perduti dietro a falsi sogni ed improbabili carriere, disegnando quanto più possibile. Nel periodo di Nuenen, Van Gogh aveva a disposizione 150 franchi al mese, la somma che Theo gli inviava regolarmente, e che corrispondeva al triplo di ciò che una intera famiglia di tessitori riusciva a guadagnare nello stesso periodo. Non deve dunque stupire la disponibilità dimostrata da molti di loro nel lasciare entrare nelle povere case questo personaggio armato di matite e pennelli, per farsi ritrarre assieme alle loro famiglie.

Un’esplorazione dei volumi. Alcuni volti contadini dipinti da Vincent van Gogh durante il suo soggiorno a Nuenen, attorno al 1884. In questo periodo – nonostante la sua pennellata, per quanto ancora molto pesante, sia già riconoscibile quanto la propensione alla sintesi pittorica – l’artista lavora con una tavolozza dominata dai colori bruni, su sfondi scuri. Gli accordi cromatici muteranno notevolmente durante il suo soggiorno francese, che lo metterà in contatto – pur con mille riserve – con gli Impressionisti e con il pointillisme. A quel punto la solida matrice vangoghiana sarà arricchita dal colore vibrante, in uno straordinario rischiaramento della paletta. Nel periodo degli esordi si forma nel pittore un vigoroso senso della forma che non abbandonerà mai.

Una particolare motivazione spinse Vincent a ritrarre questi lavoratori a cottimo: nell’attività del tessitore, il giovane pittore ritrovava una metafora per il proprio lavoro quotidiano; come lascia intuire in una lettera inviata al fratello, egli trova che quadro e tessuto sono i prodotti di attività imparentate, frutto di un fitto intreccio di fili, trame e colori. Questo bisogno di trovare una giustificazione per la scelta dei suoi soggetti che andasse al di là della semplice attrazione estetica, lo ritroviamo spesso, in Van Gogh. Gli stessi mulini che costellano le rive dei canali del Brabante, la cui rappresentazione costituisce un altro piccolo ciclo tematico di questi anni, divengono, per il pittore, un momento di forte contenuto simbolico. Ritorna qui la metafora cristiana dei mulini di Dio che macinano lentamente, così come compare la predilezione dell’artista per il processo della semina e del raccolto. In effetti, durante la propria permanenza a Nuenen, Van Gogh si accorgerà di un’altra fonte di ispirazione che sarà fondamentale nel suo percorso artistico: i contadini che, per vivere, non hanno null’altro che la loro terra e la coltivazione delle patate. Queste famiglie, che a fatica si nutrono dei frutti del loro lavoro, assurgono nella mente del pittore ad una nobiltà biblica, incarnando il mito della storia dell’Uomo dopo la cacciata dall’Eden. Di loro si innamorerà nelle innumerevoli sedute di pittura con cui, con impeto quotidiano, cerca di scavare nella rigidità dei loro tratti e nella rude scontrosità del loro fare; a loro sarà dedicato il primo quadro che Vincent stesso giudica decisivo per la propria carriera: “I mangiatori di patate”. Questo lavoro si può intendere come l’estrema sintesi dei numerosi studi di teste di contadini che il pittore produce a ritmo serrato, in un lavoro che lo impegna giorno dopo giorno per molti mesi e che lo porterà, ancora una volta, a privarsi del necessario per sé con il fine di assicurarsi una continua disponibilità di modelli. Serie di teste e di interni, oltre a numerosi schizzi compositivi e disegni di particolari, non sono altro che i bozzetti preparatori per l’opera monumentale che egli, alla fine, firma con un semplice “Vincent”.



Cinque “mangiatori di patate” siedono attorno a una rozza tavola di legno. La donna più giovane ha davanti a sé una scodella con le patate fumanti e distribuisce ai commensali la loro porzione; la vecchia di fronte a lei è concentrata sul caffè d’orzo che versa nelle ciotole pronte. Tre generazioni si riuniscono con ovvia consuetudine per la cena in comune. I loro volti sono segnati dalle tracce della fatica quotidiana, ma i grandi occhi, che seguono i gesti premurosi che vengono scambiati sul desco, esprimono fiduciosa accettazione per una condizione che, nonostante le ristrettezze, permette loro di vivere insieme. “I mangiatori di patate”, che la critica considera il primo capolavoro dell’artista, una netta cesura rispetto ai lavori precedenti, nasce dunque in studio, volutamente privo della freschezza della pittura “di getto”, costruita attorno a vere e proprie affermazioni programmatiche. Nella lettera 418, che diviene un vero e proprio manifesto scritto sull’opera, Van Gogh esamina il processo mentale che lo aveva guidato nel dipinto. Vi si legge, tra l’altro “I quadri devono essere fatti con la volontà, col sentimento, con la compassione e con l’amore, non con i sofismi di quei conoscitori che oggi si riempiono la bocca con la parola “tecnica” (…) Anziché dire: uno scavatore deve aver carattere, preferirei dire: questo contadino deve essere un contadino, questo scavatore deve scavare e allora è presente qualcosa che è essenzialmente moderno (…) la cosa che più desidero è di poter fare proprio quelle manchevolezze, quelle deviazioni, quelle aberrazioni e varianti della realtà, di modo che divengano, sì diciamolo pure, delle falsità, ma più vere della verità letterale”. E’ una rinuncia scritta, voluta e dimostrativa, di ogni manifestazione di virtuosismo e accademismo formale; se la vita quotidiana ha segnato quei volti, piegato quelle spalle, coerentemente, il dipinto che li ritrae deve mantenerne le tracce, arrivando a mantenere il brutto e il rozzo. Questa ricerca di autenticità è in Van Gogh l’adesione allo spirito di “pittura moderna” che a livello europeo andava delineandosi fortemente. Nel 1885, a due anni dall’arrivo a Nuenen, Van Gogh è così giunto a una tale autocoscienza artistica da aver potuto dar vita ad un quadro-manifesto, in linea con la tradizione di un Millet o di un Breton, gli autori prediletti. Un altro capitolo si chiude, nella sua vita, ora il confronto con la grande città diviene una vera esigenza per crescere ulteriormente: Parigi lo attende, pronta a risucchiarlo nella nuova avventura della pittura impressionista. (anna pedersini)

 

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