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Wolflì, artista pazzo – Le avanguardie replicate dalle stanze del manicomio

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220px-Adolf_WoelfliGenialità e irregolarità formano spesso un binomio indissolubile – tanto è vero che si parla di genio, appunto, e sregolatezza -, ma in questo caso forse si è esagerato. Adolf Wolflì, svizzero (1864-1930), è stato recluso per buona parte della sua vita in manicomio, considerato un pazzo pericoloso, accusato pure di pedofilia. Orfano di padre, affidato con la madre alle cure di un contadino, vive in campagna un’infanzia piena di orrori e la sua sessualità si blocca all’insorgenza, come cristallizzata da punizioni gravissime.E’ forse per questo che, da adulto, cerca, infantilmente, il contatto con bambini e bambine? E’ il blocco della normale evoluzione della sessualità, la sua infantilizzazione, a commisurare l’acerbità del desiderio congelato all’acerbità dei soggetti da desiderare sessualmente? Sotto il profilo della composizione, a differenza di un’altra artista pazza, Seraphine Louis, Wolflì supera l’horror vacui non attraverso esplosioni di fiori, ma con “tappeti”estremamente ordinati, di un ordine compulsivo, come traendo quei segni da antiche civiltà mesopotamiche o persiane. Egli usa spesso richiudere ogni parte in un recinto compositivo.
Considerato uno dei maggiori esponenti dell’art Brut, il suo nome, seppur poco conosciuto, è legato alle maggiori innovazioni che hanno contraddistinto la modernità, da Andy Warhol agli esponenti delle avanguardie. Un’arte ingegnosa . E’ incredibile vedere, ad esempio, come “senza mai essere stato in Francia e avere mai incontrato un dadaista né un surrealista, componga calligrammi serpentiformi alla Apollinaire e tratti artisticamente delle radiografie come farà Man Ray”, afferma Michele Mari nella prefazione alla riedizione del libro di Walter Morgenthaler Arte e follia in Adolf Wolflì.
Morgenthaler è lo psichiatra che un secolo fa si occupò in prima persona del caso del “pittore pazzo” e che cercò, tramite lo studio delle sue opere, di analizzarne le funzioni mentali.


I nomi di molti tra i maggiori autori del periodo sono collegabili a Wolflì; egli scrive poesie che ricordano, per i giochi di parole in esse contenuti, le filastrocche di Lewis Carroll ed Edward Lear; disegna animali fantastici come quelli di Rousseau e Ligabue; ricorre a morfemi al pari di Joyce, Celine, Gadda…
Com’è possibile, si chiedono gli studiosi, che un uomo che visse praticamente sempre tra quattro mura sia riuscito a tanto?

 

 

 

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