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Achille Glisenti – Analisi critica

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del saggio di Maurizio Bernardelli Curuz, curatore, con Elisabetta Conti, della mostra Achille Glisenti. Quel piccolo mondo antico.

 

Glisenti recupera i repertori del piccolo mondo antico, frugando nel serbatoio biedermeier – lo stile mitteleuropeo che si sviluppa sull’onda lunga della Restaurazione – e divenendo uno degli autori italiani più convincenti di quella vasta corrente, tra i campioni della seconda vague, che batté il suolo italiano a partire dagli anni Sessanta-Settanta dell’Ottocento e che continuò ad agire sulle nostre plaghe, in un terzo giro di risacca, nei primi anni del Novecento.

Per capire Glisenti, afferrando per un filo il retropensiero del suo messaggio, bisogna allora penetrare nel semplice meccanismo di quell’impolitico pensiero austriaco e tedesco, tutto soavità, riflusso, tepore, sicurezza, paternalismo, assi di legno odoroso che scricchiolano sotto le scarpe, fanciulle pudiche, padri encomiabili, madri ricamatrici per diletto. Un mondo di lane, batuffoli e figurine ritagliate. Gruppi di famiglia in un interno, attorno ad una buona stufa di ceramica che emana cerchi concentrici di calore mentre fuori la neve è scompostamente portata a guinzaglio da un freddo birbone; e per contrasto, dentro – dentro la casa – le ghirlande profumate di alloro, di chiodi di garofano e di cannella spandono nelle stanze un parco piacere commestibile, mentre le donne ricamano e gli uomini leggono, e una sana pendola, scandendo il tempo più che produrne la consunzione per drammatico strofinio, copre il suono degli assalti di una tormenta mordace. Un mondo che tende a contenere le passioni travolgenti e a sviluppare un sentimento che non rincorre la felicità, ma persegue quello stato di equilibrio della psiche che risponde al nome di serenità.

Una realtà d’ordine e di pulizia che agogna alla stabilità dopo il terrore della rivoluzione e delle guerre napoleoniche e, con un salto nel tempo, dopo l’annuncio dei moti operai e il dilagare del pensiero socialista. E’ da questa realtà pittorica, morale ed esistenziale che Glisenti recupera i modelli per i propri interni borghesi, ma soprattutto per le scenette rurali in cui, da gran regista, indica l’esemplarità delle classi popolari di campagna e di montagna. (…)

La sua poetica rientra pertanto pienamente nell’atmosfera che, dopo la fiammata delle battaglie risorgimentali, aveva portato il nuovo Stato dal fuoco dei cannoni alle braci dei caminetti.

Un mondo che non esiteremmo a definire, più che umbertino, margheritiano. Fu proprio lei, Margherita di Savoia, regina di vaste e acute generosità e dai modi borghesi, a fulminare l’immaginario sociale di un Paese intero, Glisenti compreso; una Savoia di nascita, tornata all’apice della regale stirpe attraverso il matrimonio con Umberto, che aveva l’aura della semplicità, del dolore, della materna dolcezza. Aveva trascorso, da orfana, una vita lontano dalla corte; una sorta di Sissi, adorata dal popolo in quanto capace di imboccare la direzione degli ultimi con atteggiamento soccorrevole. Un personaggio-chiave del consenso che aveva persino convertito al proprio culto un irriducibile satanico ringhioso rabido come il vecchio Carducci, portando all’improvviso la pace immota dei pomeriggi d’estate tra i peli di quella barba diabolica, trasformandolo in un cane intelligente e poetante, nei secoli fedele, accucciato morbidamente sul suo ventre. E proprio Margherita appare in un ritratto glisentiano, divenendo la chiave di volta iconologica di tutto il pensiero pittorico-politico del nostro autore e di migliaia di borghesi italiani; Margherita, con i suoi eleganti slanci, i gesti caritativi da buona dama, il bel corpo di fiori e vera carne contribuisce infatti a rafforzare la frenata sociale che anche i più accesi rivoluzionari di matrice borghese e aristocratica compivano naturalmente, ritenendo certe ardimentose follie giovanili frutto dell’età e conseguenza del difficile momento storico, ma irripetibili, secondo ragione; la regina era, allora, il monumento più alto dell’Italia trasformista, un Paese che non era divenuto tale esclusivamente a causa di un machiavellico fregolismo di stampo depretiano ma in virtù della somma delle storie di tanti patrioti, liberi pensatori risorgimentali che avevano sognato le barricate e adesso agognavano al pollo arrosto e al tacchino al forno. Tutti coloro che, con il passare degli anni, avevano cambiato atteggiamento proprio in virtù del mutamento delle inclinazioni psicologiche che caratterizzano le diverse età dell’uomo, in base alle quali – com’è ben noto – si nasce rivoluzionari e si muore conservatori.

Dobbiamo allora partire dal ritratto di Margherita dipinto da Glisenti per completare il quadro del messaggio postunitario: l’augusta signora viene immortalata in un contesto pacato e borghese, come la bella zia Rosina arrivata in carrozza per il pranzo domenicale con un cesto di frittelle e la mancia sonante per i nipotini. Regnanti abbordabili e contadini sereni. Ma questa è la verità?

Ora voltiamoci dall’altra parte. Francesco Filippini esegue il controcanto verista al realismo sentimentale glisentiano. Le sue sono pastore gravate dalla fatica, dal freddo, dall’umidità dell’erba alta che intride di gelo ogni panno; sono portatrici di legna nella vaghezza d’ombra di un crepuscolo che impedisce il certo cammino; sono vecchie che mondano il granoturco tra polverose stoppie. I viaggi pittorici di Filippini nelle valli sono privi d’ogni idillio e d’ogni consolazione; la pennellata vibrante, il colore steso al ritmo di una flagellazione, il nero bituminoso delle preparazioni gettano un coperchio angosciante sul mondo dei campi, come nelle pagine delle novelle di Verga.

Eppure la classe sociale esplorata dai due pittori bresciani è la stessa. Quanta gioia, invece – pur edulcorata -, nella poetica glisentiana: abbracci tra generazioni, vecchi che giocano al tavolo con un bottiglione di vino pronto a donare un diffuso, rossiccio calore al volto, sponsali agresti con l’ambaradan dell’orchestrina giù sotto, nel cortile, ad accendere di allegria la giornata e a portare le note fino alla profondità della notte; tutto si svolge senza trauma, in Glisenti, se escludiamo episodiche concessioni, pur sempre teatrali, alle lacrime, come nel topos del bambino malato che viene rappresentato in uno dei suoi dipinti. Tutto resta allora sospeso in un’eternità serena che si alimenta del sorriso dei semplici. (m. bernardelli curuz)

 

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