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Aforismi – Michelangelo: “Nulla somiglia maggiormente alla fonte celeste da cui proveniamo quanto le bellezze che si offrono agli occhi delle persone ricettive.”

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Nulla somiglia maggiormente alla fonte celeste da cui proveniamo quanto le bellezze che sono si offrono agli occhi delle persone ricettive.”

Michelangelo


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Michelangelo sul lettino dello psicanalista

michelangello

di Enrico Giustacchini

Michelangelo psicanalizzato. Ci aveva pensato, già nel 1913, Freud, il padre della psicoanalisi. Quarant’anni più tardi, Thomas Mann aveva indagato, in un celebre saggio, le radici della sensualità dell’artista, una sensualità malinconica e tesa alla trascendenza. Un nuovo capitolo di questa ricerca è quello, assai intrigante, che riguarda i rapporti del Buonarroti con Tommaso de’ Cavalieri e con Vittoria Colonna, riletti attraverso l’esame degli scritti e dei disegni. Un capitolo composto da Graziella Magherini, nota psicoanalista e grande esperta del genio di Caprese. “Stile” l’ha intervistata sull’argomento. s_3Può dirci, per cominciare, quali sono le ragioni che l’hanno spinta ad a compiere la sua ricerca? Le recenti mostre di Firenze e Roma, che avevano per argomento gli autografi, le lettere e i disegni di Michelangelo, hanno stimolato in me – rispetto ai miei precedenti studi che avevano riguardato le “Madonne con Bambino” – un interesse rinnovato intorno alla figura dell’artista e alla lettura in chiave psicoanalitica della sua produzione. Del resto, l’attenzione della psicoanalisi per il Buonarroti parte da lontano: addirittura da Freud, che pubblicò nel 1913 un saggio anonimo – attribuitogli poi più tardi, nel 1924 – in cui interpretava il “Mosè” come espressione del conflitto con papa Giulio II. Ebbene, io ho osservato come dalla verifica degli scritti e dei disegni esca confermata l’importanza di questo conflitto: in particolare, se si valutano i documenti relativi a due progetti in cui Michelangelo credeva molto, ma che non furono mai realizzati – ossia la tomba di Giulio II e la facciata di San Lorenzo a Firenze – e che rivelano un cambiamento in senso tragico del senso di sé, in direzione di un progressivo annullamento.

Molto interessante è risultato poi l’esame di due percorsi affettivi, cioè quelli che riguardano i rapporti dell’artista con Tommaso de’ Cavalieri e con Vittoria Colonna. Il Buonarroti dedicò a Tommaso sonetti molto belli, di tipo neoplatonico, di una raffinata sensibilità e parte integrante dell’Umanesimo fiorentino. Dall’osservazione psicoanalitica emergono però, sia pure mascherati, evidenti sentimenti omoerotici. Straordinario è il confronto con i disegni che l’artista regalò al giovane. Mi riferisco al “Ratto di Ganimede”, alla “Punizione di Tizio” e ai “Baccanali dei putti”. Si tratta di lavori davvero eloquenti. Del “Ganimede” esistono due versioni: se nella prima Ganimede oppone resistenza a Zeus, in un mix ambivalente di desiderio e paura, nella seconda egli si offre invece in dolce abbandono, in un atteggiamento pervaso da estasi e beatitudine. Nella “Punizione di Tizio”, il protagonista, colpito dall’aquila, si fa metafora del senso di colpa vissuto da Michelangelo. Ma ancora più straordinario è il disegno con i “Baccanali dei putti”. Qui siamo di fronte ad un’espressione di livelli regrediti. Ragazzini nudi che indugiano, appunto, in baccanali, qua trascinando un cervo morto, là trasportando un maiale; un bimbo che urina in un vaso di vino; giovani persi, senza dignità… Nella parte inferiore dell’opera, il contrasto è clamoroso. C’è un uomo nudo che dorme scoperto, in un’atmosfera di profonda tristezza, in un atteggiamento che ricorda da vicino, ad esempio, il “Mosè ubriaco” della Sistina; e c’è una donna-satiro, bruttissima, con i seni flaccidi. Emerge con nettezza un ruolo paterno depresso da un lato, ed un senso della maternità svuotato dall’altro, in una figura di madre quasi fallica, che combina il ruolo maschile e quello femminile. Insomma, i disegni sono diretti, sensoriali: a differenza dei sonetti, che pure – come già accennavo – contengono, sottesa, la materialità della carne. E per quanto riguarda Vittoria Colonna? Che cosa ci dicono in proposito le opere michelangiolesche, ed in particolare i disegni che l’artista donò all’amica? Il percorso che riguarda Vittoria Colonna è diverso. Vittoria fu – rispetto a Tommaso – un gigante, di spiccata personalità, e grande consolatrice di Michelangelo in periodi per lui difficilissimi, di acuto pessimismo. Prendiamo ancora i disegni. Se confrontiamo quelli che l’artista donò a Tommaso con quelli regalati a Vittoria (il “Crocifisso” e la “Pietà”), scopriamo che in questi ultimi traspare il dolore della mancata risposta ad un sostegno desiderato e necessario, traspare una richiesta di soccorso accorata e struggente; mentre i sonetti sono più “freddi” di quelli scritti per Tommaso. Un altro risvolto. Vittoria fu l’unica, autentica amicizia femminile del Buonarroti: anzi, egli la definì come “amico”, al maschile. Riscontriamo così da una parte il bisogno di un accudimento quasi materno, dall’altra l’emergere di un’immagine ambigua. Pensiamo agli elementi maschili presenti nelle figure femminili: ai “muscoli di maschio” elogiati dall’Aretino, per intenderci. Un po’ tutte le donne di Michelangelo sono così: dalla Venere del cartone di “Venere e Cupido” (poi dipinto dal Pontormo), alla “Notte”. L’aspetto forse più curioso è che un simile, nuovo ideale di bellezza fece tendenza, si impose in quegli anni a Firenze.

Possiamo affermare, in conclusione, che se nelle rime l’erotismo di Michelangelo viene sublimato, nei dipinti e nei disegni, al contrario, acquista caratteristiche di maggiore naturalezza? Nella traduzione poetica, la passione assume aspetti trasfigurati, in una simbolizzazione che idealizza massimamente la sensualità. Nel suo saggio “L’Eros di Michelangelo”, del 1950, Thomas Mann si chiedeva da dove derivasse la malinconia presente nell’artista. E affermava di averne individuato la probabile chiave in una sensualità “straordinaria e opprimente” che anelava alla trascendenza; in un desiderio che altro non era se non un innamoramento senza fine, durato per tutta la vita. Nel linguaggio visivo, il lessico michelangiolesco è più vicino alla natura, molto più “sensoriale” – Freud l’avrebbe definito “materiale non sublimato” -, proiettato violentemente nell’opera. E l’esaltazione del nudo esprime, in ambito psicoanalitico, la bisessualità, l’evidenza di una vita sessuale e sentimentale riferita ad un rapporto assai complesso con entrambi i genitori. Michelangelo bambino si identifica in entrambi i ruoli. La sua bisessualità è molto profonda. La parte che si identifica con il sesso opposto si esprime verso l’esterno a livello creativo. Ecco perché è così presente in numerosissimi lavori del genio di Caprese. (Stile Arte, 01.11.2002)

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