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Alessandro Pianeti pittore


di Riccardo Lonati

Verificatosi in occasione della rassegna “Arte a Brescia dal 1950 al 1960” – ordinata nell’ottobre 1975 – dall’Associazione artisti bresciani, un episodio ignorato dagli organizzatori e dalla critica è indicativo degli esiti anticipatori del pittore Alessandro Pianeti (Remedello 1902 – Brescia 1938). Fra le gradite sorprese di quella mostra indicate proprio le opere del remedellese, realizzate però decenni prima del periodo considerato. Che lo sfortunato artista abbia precorso i tempi lo attestano quanti ne hanno seguito il fiorire nel primo Novecento, da Geo Renato Crippa a Pia Sartori Treves, a Pietro Feroldi, i quali hanno posto in luce le singolari doti del giovane, che con ferma volontà ha superato ogni difficoltà riuscendo a conquistare un cantuccio da dove esprimersi.

Era infatti nato da famiglia senza disponibilità economiche. A soli nove anni era rimasto orfano di padre; il secondo matrimonio della madre aveva determinato il trasferimento a Carpendolo dove, frequentata la Scuola d’arte e mestieri, aveva intrapreso apprendistato in una barberia affacciata sulla piazza del municipio. Dalla vetrina poteva osservare lo scorrere dei personaggi e degli eventi, come la sagra per la quale realizzò l’effigie di Gesù innalzata durante la processione. Quando si trasferisce a Brescia, nel salone condotto da Favorita Sandrone al piano sovrastante il Caffé Maffio di Corso Zanardelli, Pianeti è poco più che ventenne; grazie alla benevolenza della titolare può frequentare la Scuola d’arte di Corso Magenta, maestro Virgilio Vecchia, compagni di studio i pressoché coetanei G. B. Simoni, Mario Pescatori, G. B. Cattaneo, Giulio Greppi, Fausto Bertoli, tanti altri, come Dolci, Di Prata, Ragni destinati a divenire rappresentativi interpreti della pittura bresciana. Con essi Pianeti partecipa dal 1928 alle Triennali locali, alle ripetute mostre sindacali, fino al 1938, quando l’1 giugno sopravviene, inopinata, la morte.

Non sono valse alcune memorie redatte in anni successivi o le apparizioni di sue opere in alcune manifestazioni a sottrarlo al silenzio sceso su di lui. Ma le sue numerose composizioni, appartenenti ormai a collezionisti indisponibili a commercializzarle, a pubblica raccolta appaiono quali “annotazioni eloquenti intese al candore dell’animo, e con assoluta semplicità di mezzi pittorici. I quali, peraltro, sono considerevoli in rapporto alla loro semplicità per una ricchezza di modulazioni trasparenti e vive”. Sconcertante semplicità e quindi intesa da pochissimi, venata di una costante aspirazione a un mondo d’estasi. Ecco il “Sénghen” appellato con affetto dagli amici per il suo aspetto, il carattere libero, malinconico, estremamente gentile. Dapprima paesaggista, Pianeti s’impone con le interpretazioni del “Porto di Siviano, Oliveto” del 1932, “Peschiera Maraglio”e “Olivi a Montisola” del 1934 circa, “Via ferrata”.


Ma è con le figure femminili che rivela una inconsueta libertà compositiva, assente da reminiscenze, non timoroso di stonare, non piacere; teso a tracciare solamente il distacco dagli abusati modi ottocenteschi e postimpressionistici. “Io e la modella” (1934), “Nadia” (1936), “Le figlie del cantastorie” e “Ragazza della Valtrompia” (1935), “Le amiche” e “La venditrice di bucaneve” (1938) sono i dipinti apparsi in alcune rassegne. Figurette animate da luce spirituale, appartengono al racconto di piccole cose, brani di umanità e rispecchiano l’intimo sentire di un giovane sensibile, con la sua poesia intimistica, delicata, sincera. Bene farebbe il comune di Remedello a dedicare al figlio suo pittore adeguata monografia da diffondere nella provincia e oltre. Una monografia in grado di evidenziare compiutamente le doti dell’artista, nel contesto del suo tempo; con la riproduzione delle opere reperibili proponente pure una selezione critica e la bibliografia che, pur racchiusa in pochissimi anni, è tutt’altro che trascurabile.

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