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Allegoria del nome – Quando gli artisti si firmavano dipingendo animali o rebus


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di Federica Novali e Luca Turelli

 

Il piacentino Felice Boselli (1650-1732) fu un abile e prolifico autore di nature morte, molto apprezzato al suo tempo, maestro nel rappresentare interni fumosi di cucine, macellerie e ricche dispense dove campeggiano tavole imbandite con carni, selvaggina e verdure. Una realtà quotidiana indagata con grande forza stilistica e pennellate ricche di colore.

boselli

 

Boselli era uso firmarsi “Felix”, traduzione latina del proprio nome di battesimo. Giocando con l’analogia di questo termine con la parola “felino”, egli si divertiva sovente ad inserire nelle sue opere gatti, quasi fossero una seconda firma. Ecco dunque spuntare, sotto i tavoli, furbi musetti pronti ad avventarsi sulla cacciagione, o a puntare una fila di gustose salsicce.

Scrutando tra le pieghe del tempo si scopre che Felice Boselli è il continuatore di una tradizione – quella delle firme celate nel dipinto sotto forma di immagini – che già alla fine del Quattrocento e poi per tutto il Cinquecento aveva attecchito, producendo solide radici, attraverso l’azione di numerosi artisti.

Stile si era già occupato dell’argomento attraverso studi approfonditi. Citiamo il caso del San Girolamo di Dosso Dossi, conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna e datato 1518 (vedi Stile 108). Si tratta della “sola opera siglata dal pittore, non una firma scritta, bensì resa nella forma indiretta e curiosa del rebus.

dossi rebus

In basso a sinistra compare una ‘D’ maiuscola attraversata da un osso: Dosso”. E poi Giorgione. Anche lui “era solito dilettarsi con i rebus se è vero che, come afferma Enrico Guidoni, avrebbe inserito le iniziali del suo cognome ‘Ci’ (Cigna) in diversi lavori”.

La consuetudine di firmarsi tramite figure, tanto diffusa all’epoca – ne parla anche Baldassarre Castiglione -, è figlia di un rinnovato rapporto dell’artista con la scienza, con il sapere, con l’intelletto. Non più solo spettatore esterno caratterizzato da uno sterile e distaccato legame con gli ambienti colti, ma protagonista della rivoluzione umanistica del Rinascimento.

Con questa chiave di lettura vanno interpretati pure alcuni quadri di Francesco Galli e Bartolomeo Passerotti. Galli, detto anche Francesco Napoletano (?-1501), in ricordo delle origini partenopee, suggella il San Sebastiano della chiesa di San Barnaba a Brescia con modalità assai curiose. Su di un sasso, accanto al piede destro del santo, è vergata la scritta FRAN / NEAP (Francesco Napoletano, appunto), sotto la quale è disegnata una figura molto stilizzata che era stata sino ad ora identificata con un cherubino.

 

galli-particolare roccia

Il dubbio, però, è lecito. Che senso potrebbe avere l’immagine di un cherubino apposta nei pressi della firma del pittore? E se quell’insolita e non facilmente decifrabile creatura alata fosse invece un gallo? Francesco Galli avrebbe così seguito l’irresistibile stimolo di inserire il proprio nome sotto forma di rebus, usufruendo di un codice comprensibile a pochi.

Che dire poi dei passeri che dagli angoli delle opere del bolognese Bartolomeo Passerotti (1529-1592) scrutano lo spazio esterno con sguardo attento e divertito in quella che potrebbe apparire una metaforica sfida dell’artista nei confronti dell’osservatore, chiamato in causa a sua insaputa per interpretare il reale ruolo del volatile nella composizione?

passerotti-particolare

 

Sia nei dipinti sacri che nel quadro Pollivendole il piccolo uccello è defilato. Nell’ultimo dipinto citato è relegato nella parte destra rispetto al centro dell’azione, delicatamente poggiato sull’orlo di un bicchiere di vino inserito in un otre, un probabile rimando alla passione del pittore per il nettare di Bacco. Il pennuto ritorna con caratteri simili nella pala eseguita nel 1565 per la chiesa di San Giacomo Maggiore in Bologna, dove è rappresentato in compagnia della Madonna e i santi Agostino, Stefano, Giovanni Battista, Antonio abate e Nicolò con i committenti coniugi Brigola, solo in apparenza indifferente alla solennità ed alla sacralità della scena.

L’artista caravaggino Fermo Stella si firmava dipingendo un oggetto di ferro,  fer (ro) accostato a un topo-  mus – e a una stella. Fer-mus Stella.

 

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