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“Amo l’arte esagerata”. Michetti, pittura e fotografia dell’eccesso accanto a D’Annunzio

di Rosario Rampulla
“Tutta render non so nelle mie rime/ la maledetta simpatia che ispiri…/ma tu mi intenti, va’, matto sublime”. Maggio 1880: si conclude così un sonetto che Edmondo De Amicis dedica, sulle pagine del Piccolo di Napoli, ad un uomo di multiforme ingegno che, per quanto “nato pintore”, si espresse in innumerevoli “prove artistiche”, dalla scultura alla scenografia fino all’architettura ed alla fotografia, con le istantanee che divennero una sorta di studio preparatorio alla tele. Un uomo intriso della speranze e delle ambizioni del suo tempo, amico degli intellettuali e degno di essere accolto al cospetto del re. Un uomo chiamato Francesco Paolo Michetti. A ricostruire una biografia attenta del celebre abruzzese ci ha pensato Franco Di Tizio, che ha tracciato i momenti salienti della vicenda che segnò l’Italia a cavallo tra ‘800 e ‘900, facendo di Michetti un artista tra i più stimati ed apprezzati tra il Belpaese e l’Europa.

Di Tizio sceglie però di creare un percorso di vita che non si soffermi esclusivamente sul Michetti pittore (per quanto ricostruisca la genesi di alcuni dipinti attraverso il parere di illustri critici, anche contemporanei all’autore) indagandone altresì gli aspetti più intimi, citando frammenti della corrispondenza che Francesco ebbe con gli amici del cuore. Come Gabriele D’Annunzio, di certo l’esponente più rappresentativo del cenacolo che fondò.
Michetti -COPERTINA
Il risultato è un ritratto denso, ricco di sfumature e curiosità in cui riscoprire come si potevano interpretare in modo assoluto l’arte e la vita, tra decadenze, pulsioni febbrili e sempre gestione di un normale ménage. Una storia italianissima, fortemente connotata d’Abruzzo, dove anche i momenti difficili, le miserie, le alterne fortune non sembrano mai tendere a quel tragico e disperato che, ad esempio, ha caratterizzato altre nobili figure di poeti, letterati e pittori. C’è semmai, un che di bucolico che si respira tra le ampie sale del convento dove Michetti realizzò il suo atelier, rifugio corroso dalla salsedine e dal profumo di mare. Tensioni creative che si mescolano alle ansie quotidiane, fatte di debiti, amori non corrisposti o vissuti come in un romanzo. E, nel mezzo, opere che hanno lasciato una traccia indelebile, esercizi di virtuosismo traboccanti di passione e verità. Un rito pagano di bellezza che seppe muovere entusiasmo e sdegno con la medesima violenza. La storia di Michetti ha inizio nel 1851 a Tocco Causaria, dove nacque da Crispino e Aurelia Terzini. Fanciullo incline al disegno, Franceso (o Ciccillo, come veniva chiamato) capì in fretta a quale Musa abbandonarsi. In questo senso è interessantissima una sua forbita lettera, scritta ancora tredicenne, al presidente del Consiglio provinciale di Chieti per ottenere un sussidio con il fine di “aver mezzo d’istruirmi nel disegno, arte per cui sento un trasporto irresistibile”. Una vera vocazione che Michetti riesce dopo poco a soddisfare trasferendosi a Napoli per frequentare l’Accademia. Qui maturano per lui incontri fondamentali, come quelli con Edoardo Dalbono e con Filippo Palizzi, sorta di maestro ufficiale del giovane abruzzese all’ombra del Vesuvio. Di Tizio ricostruisce una vicenda maturata in modo rapido, con Michetti che comincia ad avvicinarsi a quei soggetti popolari che faranno la sua fortuna. Un soggiorno a Parigi, intorno al 1870, gli garantisce un certo seguito, oltre alla possibilità di esporre ripetutamente al Salon, nel 1872, nel 1875 e nel 1876. Forte del sussidio che l’amministrazione di Chieti continua ad elargirli, nel 1874 l’artista fa segnare una nuova evoluzione stilistica, prendendo esempio da Mariano Fortuny. Gente e paesaggi d’Abruzzo diventano soggetto ideale per sviluppare le tematiche a lui più care, dando alle sue opere una caratterizzazione che si rivelerà determinante per il futuro. Nel 1878, Michetti abbandona Chieti per Francavilla a Mare, il suo buen ritiro. E’ qui che conosce l’allora tredicenne Annunziata Cirmignani, protagonista di vari ritratti e poi, dal 1888, moglie del pittore. Da queste radici hanno origine i primi frutti dell’arte michettiana, come La Processione del Corpus Domini a Chieti, opera vibrante e passionale. Una passione decisamente laica, quasi un’esplosione emozionale in cui la devozione è vissuta a fior di pelle. Nel segno di quella “pittura esagerata” che Francesco sposerà senza remore anche nei lavori successivi. Mentre è impegnato a costruire il proprio studio, l’artista incontra diciassettenne Gabriele D’Annunzio, allora in procinto di pubblicare la seconda edizione di Primo Vere. Siamo nel 1880, l’anno in cui prende forma il Cenacolo michettiano, sodalizio di spiriti elevati che farà di Francavilla una sorta di fabbrica alchemica dell’idea e della creazione.

michetti foto 3 per interno già con dida

Il legame con D’Annunzio non solo darà vita ad importanti opere (come l’illustrazione da parte di Francesco di alcuni volumi firmati dal poeta o la cura delle scenografie per l’allestimento della Figlia di Iorio), ma si tradurrà in una forte complicità, in una sincera amicizia, condivisa lungo un periodo lunghissimo e contrassegnata dalle vicende creative ed umane dei due. Colpiscono le confidenze di Gabriele relative al dissipamento del patrimonio paterno, con le lamentele per avidità dei creditori e per l’indigenza in cui si trovano lui e la famiglia. Nelle missive del poeta, però, c’è soprattutto spazio per i suoi molti amori: vissuti con dedizione assoluta, come si addice al “personaggio D’Annunzio”. Fino ai tormenti causatigli dalla divina Eleonora Duse, amata lentamente, abbandonata per seguire nuovi sconvolgimenti sentimentali. E Michetti? Michetti prosegue a dipingere e sperimentare, guadagnandosi lodi (e qualche critica) nelle esposizioni di mezza Europa, a cominciare dal meraviglioso Il Voto, opera straripante per linguaggio espressivo in cui vengono denunciati, quasi si trattasse di un reportage giornalistico, i lati più inclini al fanatismo religioso ed alla superstizione. Un quadro dall’enorme forza di un pittore definito ancora una volta, “grande ma esagerato”. Passano gli anni, e Francesco Paolo Michetti assurge sempre più al ruolo di artista amato e venerato. E’ ricevuto da Umberto I, che gli commissiona un ritratto che lo raffiguri insieme alla consorte. Successi e fama non ne inaridiscono la vena: il Nostro continua a stupire per coerenza e sicurezza, anche se non sempre ottiene in cambio piena soddisfazione. Come nel caso dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900: le due opere realizzate per l’occasione, Le Serpi e Gli Storpi, “troppo legate ad un aspetto folcloristico che non rispondeva ai canoni del gusto d’avanguardia”, non ricevono offerte, e Michetti è costretto a riportarle a casa. Delusione mitigata dalla nomina a socio onorario della Regia Accademia di Napoli. Poco tempo dopo, è chiamato a partecipare al grandioso progetto della Bibbia di Amsterdam, iniziativa della Società “Arti e Amicitiae” (patrocinata dalla regina d’Olanda), che ha chiesto a ventisei maestri di varie nazioni e religioni ( tra gli italiani vi sono Michetti, anche Morelli e Segantini) di illustrare gli episodi salienti del Libro del libri. A Francesco toccano in sorte sei “scene” del Nuovo Testamento, tra cui L’Annunciazione, Saul e Anania e La visione di Pietro.

Annunziata, la moglie di Michetti, fotografata al mare dall'artista. Un topless che risale al 1892. Il pittore fu un grande appassionato di fotografia, che utilizzò in alcuni casi per accostarsi alla produzione di quadri

Annunziata, la moglie di Michetti, fotografata al mare dall’artista. Un topless che risale al 1892. Il pittore fu un grande appassionato di fotografia, che utilizzò in alcuni casi per accostarsi alla produzione di quadri

Anno dopo anno, la biografia del pittore si infittisce di eventi. La nomina al Senato del Regno, la fotografia ( e addirittura la cinematografia) che ne catturano l’attenzione sono i tratti distintivi di una curiosità sempre viva, incapace di sottrarsi ad una sorta di impulso primordiale, che caratterizzerà Michetti fino alla scomparsa, avvenuta nel 1929. Scorrendo l’apparato illustrativo del bel volume di Franco Di Tizio, edito da Ianeri, si possono gustare, oltre ai dipinti, numerosissime fotografie, compresa quella che immortala D’Annunzio in costume adamitico. Un nudo ostentato con fierezza e compiacimento, all’interno di un consesso palesemente amicale ma sufficientemente malizioso. E i figli dell’artista, la moglie, gli amici come Edoardo Scarfoglio o il poeta Adolfo de Bosis. Tratti di un’esistenza piena, vissuta alla luce di un intelletto prodigioso, che avrebbe potuto fare qualunque cosa. E che scelse di ritrarre quanto lo circondava.
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