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Andrea Riccio – Biografia, stile e quotazioni internazionali

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di Giovanna Galli

Abbiamo incontrato Andrea Bacchi, che fu curatore, insieme a Francesca de Gramatica e Luciana Giacomelli, della mostra Rinascimento e passione per l’antico. Andrea Riccio e il suo tempo, organizzata dal Castello del Buonconsiglio di Trento in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni storico-artistici e il Museo Diocesano Tridentino.

Andrea Riccio, figura poco nota al grande pubblico ma che merita senz’altro un’attenta rivalutazione, soprattutto alla luce del clima culturale di cui egli è stato protagonista. Iniziamo da qui: quali sono le peculiarità del panorama storico-artistico preso in esame?
Andrea Briosco, detto il Riccio, era figlio di un orefice lombardo, ma nacque occasionalmente a Trento nel 1479: ecco il motivo per cui la città ha deciso, meritoriamente, di dedicargli questa esposizione. In realtà, però, tutta la sua formazione e poi la sua attività si compirono a Padova, dove egli visse fino alla morte, avvenuta nel 1532.
A metà del Quattrocento, Padova era un centro di indiscussa importanza, in cui fioriva quella cultura umanistica che peraltro, vista la presenza dell’Università, si fondava qui su un rapporto diretto con l’antico mediante i testi classici che vi erano conservati. Ovviamente, un ambiente tanto colto e connotato in senso intellettualistico non poteva che esercitare un’influenza fortissima su tutta l’attività artistica locale.
Si assiste, per esempio, alla rinascita del genere del bronzetto, che, già attestato in epoca ellenistico-romana, conobbe a partire da questo momento un’ampia fortuna, e che proponeva sia soggetti pagani, quali ninfe, satiri, personaggi mitologici, sia una rivisitazione, attraverso una visione pagana, dei temi sacri (vedi i santi abbigliati come eroi classici), in funzione di un’idea di non contraddittorietà tra paganesimo e cristianesimo.
La colta committenza padovana amava abbinare alle proprie collezioni di marmi e bronzi antichi le riproduzioni contemporanee, in ordine ad una precisa volontà di mescolare antico e moderno. In questo ambiente, dove gli insegnamenti di Donatello e Mantegna erano ancora vivissimi, Riccio aderì con passione ad un continuo confronto con i grandi modelli del passato, recuperati con spirito quasi archeologico.

Veniamo più in dettaglio ad un’analisi della fisionomia artistica dello scultore, a cominciare dalla sua formazione. Chi furono i suoi maestri e le principali figure di riferimento?
Occorre innanzitutto sottolineare che Andrea Riccio fu uno scultore che, durante l’intero arco della sua attività, si cimentò soltanto con due materiali: la terracotta e il bronzo, entrambi largamente impiegati e apprezzati nell’antichità classica. Questa scelta così caratterizzata, e che escludeva il marmo, gli costerà non poco in termini di notorietà. Egli fu dunque campione di quella scultura “per via di porre” che Michelangelo avvicinava alla pittura e contrapponeva a quella “per forza di levare”.
Per quanto riguarda la formazione, il suo primo maestro fu Bartolomeo Bellano, che a sua volta era stato allievo di Donatello e che si distinse per l’importante produzione di bronzetti.
Per quanto attiene invece alla terracotta, fu fondamentale il confronto con Giovanni de Fonduli. Senza dubbio Riccio risentì profondamente della riscoperta dell’antico operata da Mantegna, ma altrettanto significativa fu per lui la meditazione intorno al classicismo aulico dei fratelli Antonio e Tullio Lombardo.

Quali sono le peculiarità del suo stile?
Riccio fu uno dei primi scultori a vestire i suoi personaggi all’antica, cosa che neppure Donatello si era spinto a fare. Esemplare in questo senso è il bellissimo Sant’Enrico della chiesa di San Canziano a Padova. Nel suo stile, percorso da un’originale carica espressiva, si legge la tradizione del naturalismo della scultura lombarda e veneta del Quattrocento, mediata dal meticoloso studio degli antichi. Non si sa, a questo proposito, se egli sia mai stato a Roma, ma è certo che l’importante diffusione di disegni riproducenti i grandi monumenti classici della Capitale gli consentì di acquisirne un’ottima conoscenza. E senz’altro, poi, in tutta la sua produzione si avverte la lezione di Donatello.

 

 

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