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Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi tra genio e follia


Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi tra genio e follia
Galleria Centro Steccata
dal 16 maggio al 30 ottobre 2015
(pausa estiva dal 14 luglio al 31 agosto compreso)

Strada Giuseppe Garibaldi 23 – 43121 –  Parma

Orari:    
tutti i giorni festivi esclusi 10:30 – 13:00 / 15.30 – 19:30

Contatti:  
Tel/Fax 0521/285118 – info@centrosteccata.com

Dal 16 maggio al 30 ottobre 2015 presso la Galleria Centro Steccata di Parma verrà presentata la mostra: “Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi tra genio e follia”.
Con questa mostra la galleria intende offrire una diversa chiave di lettura del mondo pittorico, scultoreo e umano di due geniali artisti riconosciuti a livello internazionale: Antonio Ligabue con i suoi animali domestici e feroci e Pietro Ghizzardi con i suoi ritratti prevalentemente femminili.

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Antonio Ligabue (1899-1965) la galleria vuole dedicare particolare attenzione alla sua produzione scultorea e grafica presentando trentaquattro sculture realizzate tra il 1935 e il 1958 e venti incisioni (puntesecche) realizzate tra gli anni ‘50 e ’60.

Questa importante raccolta di bronzi, nota come “Il Bestiario di Ligabue scultore” può essere oggi mostrata al pubblico grazie alla paziente ricerca di Ennio Lodi, fondatore nel 1960 della Galleria Centro Steccata di Parma oggi diretta dalla figlia Patrizia Lodi, che fu tra i primi estimatori dell’artista. Egli con intuito anticipatore, privilegiò l’opera plastica di Ligabue che andò raccogliendo con entusiasmo e dedizione, spesso salvando le crete da inevitabile distruzione per la fragilità della materia con le quali erano state modellate: l’artista era solito realizzare le sculture con l’argilla del Po senza preoccuparsi della necessaria cottura.

Ghizzardi_Anna-Magnani_1965

Durante gli anni ’50 e ‘60 Ennio Lodi, grazie alla collaborazione di Ligabue, riuscì a riunire trentacinque sculture con soggetti diversi curando da editore le tirature in bronzo di esemplari numerati e limitati che pubblicò nel volume “Il Bestiario di Ligabue scultore” con testo critico di Mario De Micheli nel 1972.

La maggior parte delle sculture vennero realizzate in sette o nove esemplari, altre in dieci, dodici, quattordici esemplari e solo due in ventitré esemplari.

Grazie a questo appassionato lavoro è possibile oggi offrire a tutti i cultori dell’arte la visione dello straordinario corpus pressoché completo dell’opera scultorea di Ligabue.

La critica riconosce che l’esperienza scultorea dell’artista inizi probabilmente intorno agli anni ‘20 mentre quella pittorica sia sicuramente successiva all’incontro con Marino Mazzacurati avvenuto nel 1928. Per quanto riguarda l’opera grafica di Ligabue – come dice Marzio Dall’Acqua – l’artista nelle incisioni immette l’esistenza con pochi tratti con calligrafismi degni di un disegnatore giapponese, con rigori costruttivi da classico, in uno sperimentare il linguaggio con la libera inventiva di un maestro delle avanguardie.

Dal 1958 al 1962 Ligabue realizzò una nutrita serie di puntesecche su rame o zinco che egli amava firmare direttamente su lastra; i soggetti a lui cari sono cani, autoritratti, animali selvaggi, domestici e da pascolo. Le puntesecche sono intrise di umori, spigolosità e forti eccitazioni che rispecchiano lo stato d’animo, l’emotività profonda dell’artista e la sua capacità di immedesimarsi nei soggetti. Ligabue dimostra la sua notevole padronanza tecnica, la sicurezza del suo segno, non conosce pentimenti o esitazioni, certo come è dell’anatomia dell’animale, attento alla fisicità che sa tradurre con magico realismo.

Ligabue_Panteraok

Le sculture rappresentano in prevalenza animali, soggetti tanto amati da Ligabue, dotati di grande forza plastica e straordinaria capacità espressiva che rispetto a quelli dipinti risultano più realistici e immediati; in pittura, in scultura e nelle incisioni Ligabue rappresenta gli stessi animali: leoni, tigri, jene, leopardi, lupi, cervi, scimmie, tori, buoi, cani, gatti; animali esotici e animali domestici.

 

Anticipando il trentennale della morte di Pietro Ghizzardi (1906-1986) la galleria presenta una cinquantina di dipinti dell’artista realizzati tra gli anni ’50 e gli anni ’70 pubblicando un volume monografico con testi di Mario De Micheli, Renato Barilli e Marzio Dall’Acqua.

Nella pittura di Ghizzardi le figure femminili, i volti di donne comuni e i corpi seminudi sono icone imprescindibili: immagini di donne sognate o viste, contadine, prostitute, ma anche volti di attrici prelevate da manifesti cinematografici e dai rotocalchi per attaccarli nei suoi collage. Questo tema erotico – scrive Mario De Micheli – si arricchisce con le immagini dei santi, dei personaggi della storia, di figure più o meno leggendarie filtrate da un’invenzione povera, che viene riscattata dal suo segno e dalla sua passione.

L’artista usava carbone, fuliggine e colori naturali prodotti con modesta alchimia domestica, misture di bacche colorate, terre ed erbe, al di fuori di qualsiasi sapere codificato e dall’empirico folklore popolare, reinventandosi un supporto pittorico: il cartone. Questi fogli di cartone molto spesso altro non erano che scatole usate per contenere grossi chiodi in ferro da cantiere che l’artista stesso recuperava e rimodellava per farli tornare alla dimensione originale imbibendoli di acqua; con la tenuta e l’assorbimento di tinte lievi ma persistenti, egli potenziava e rafforzava le opere con i pastelli a cera usati in grandi campiture con gesto da falciatore. Come scrive Marzio Dall’Acqua – ne sortiva una tecnica affabulatoria, che adattava il corpo al dipingere; spesso infatti Ghizzardi si metteva a quattro zampe e, posto il cartone sul pavimento, procedeva alla stesura dei colori dopo aver delimitato lo spazio del supporto disegnando una nera cornice a racchiudere l’invenzione, che era per lui sempre “potente”, in qualche modo sorprendente, come scaturita da un’interiorità segreta, come esterna al suo io cosciente.

Come scrive Renato Barilli – queste figure femminili che costituiscono almeno i due terzi dei suoi soggetti, sono in genere signore di età matura, la maggior parte di queste donne è conforme o vicina a una presenza sempre immanente all’attenzione di Ghizzardi, quella della madre, propiziatrice, protettrice ma anche severa custode. Considerando la maggior parte delle sue opere, proprio come le vediamo in questa esauriente rassegna, si direbbe quasi che Ghizzardi abbia scelto e praticato piuttosto un rapporto con le persone secondo le buone modalità di un fotografo. Ma è davvero giusto parlare di un atteggiamento da fotografo, a proposito del nostro artista? A ben vedere, egli ha sempre rinunciato al mantenimento di una distanza di sicurezza, anzi Ghizzardi ha sempre voluto accorciare quella distanza, giungere a un corpo a corpo con le persone, fin quasi a toccarle. Semmai, egli si è comportato come il tecnico chiamato a darci, non tanto una fotografia, quanto piuttosto una radiografia che esige un contatto diretto con lo schermo. Soprattutto i volti sono costretti ad appiattirsi sulla superficie, fino ad allargare i loro tratti, a costellarsi di righe, di pieghe, di sinuosità, da cui discendono deformazioni di specie espressionista, quasi che si volesse costringere il soggetto ad arretrare nel proprio codice genetico, a ritrovare qualche stadio di sviluppo anteriore. Altro che foto, il Nostro dalle sue figure vuole ricavare delle sindoni, avvolgendole in stringenti sudari.

La sua opera – continua Renato Barilli – se in una categoria deve essere ristretta, appartiene indubbiamente all’Art Brut, naturalmente non nell’accezione dell’arte dei folli o degli alienati, ma di coloro che al margine di ogni cultura si sono dovuti reinventare un linguaggio proprio per recuperare dignità per se stessi e le loro opere.

Anche per quanto riguarda Pietro Ghizzardi il fondatore della galleria Ennio Lodi negli anni ‘60 fu il primo tra i galleristi ad interessarsi al suo lavoro comprendendo e apprezzando la forza espressiva di quelle figure così drammaticamente umane, promuovendo mostre personali e un catalogo monografico con testo di Mario De Micheli nel 1975.

L’anello di congiunzione tra Ligabue e Ghizzardi è l’essere entrambi artisti autodidatti, fuori dagli schemi accademici dell’arte del Novecento, artisti selvaggi e primitivi, diseredati ed emarginati, dotati di una “folle genialità”, attraverso la quale hanno saputo elevarsi umanamente e artisticamente lasciando nelle loro opere significativa testimonianza del loro vissuto.

Entrambi hanno concepito la loro arte come un importante e indispensabile strumento per fissare passioni travolgenti e inquietudini della mente; dalle loro opere esala il profumo della vita vera, cruda e reale, rendendoli così straordinariamente contemporanei e attuali.

L’esperienza artistica dei due Maestri padani si intreccia con le sofferenze e le difficoltà della vita quotidiana: l’arte diventa esigenza necessaria per inserirsi nel tessuto sociale e raggiungere un riconoscimento umano e intellettuale.

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