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Arcangelo – Il rapporto del pittore con il cuore dell’Africa

Arcangelo, Sègou, 2010, tecnica mista, cm134x140

Arcangelo, Sègou, 2010, tecnica mista, cm134x140

di Roberto Gramiccia

 

Arcangelo è un viaggiatore. Per lui il mito di Ulisse non è un ricordo scolastico, una pura questione letteraria ma, piuttosto, una stella polare. Naturalmente quando parliamo del mito di Ulisse non ci riferiamo alle vicende dei suoi amori: a Circe, a Calypso, a Nausicaa, a Penelope; alle furbizie militari più audaci; alle vendette più sanguinose e definitive.
Ci riferiamo all’insieme della narrazione della storia di un uomo che metaforicamente ha anticipato il moderno, laddove per moderno si intenda un’aspirazione ad andare oltre, una prospettiva interessata alla ricerca di un senso unitario, a una visione del mondo non frantumata in mille pezzi, aperta alla pluralità e alla diversità ma incline, anche, a considerare prevalenti le ragioni che uniscono gli uomini, piuttosto che quelle che li dividono.
Per secoli e per millenni le divisioni fondate sul censo, sulla razza, sulla religione, sul genere sono servite a preservare gli interessi dei pochissimi su quelli dei più. Fino ad arrivare ai tempi di oggi, tempi massimi di frantumazione e di dispersione del pensiero e del senso vissuti – e questa è la cosa peggiore – come realtà immutabile e definitiva. Fukuyama nel 1989 scrisse La fine della storia, dieci anni dopo La condizione postmoderna, il testo fondamentale di Lyotard. Questi libri sancirono la fine del viaggio di Ulisse, celebrando le esequie del moderno che era già stato annunciato, fin dagli anni Sessanta-Settanta, dalle premonizioni di Debord, Pasolini e altri ancora.
Ecco, semplicemente, Arcangelo, artista campano maturo, superbo e inquieto, non si rassegna a considerare Ulisse in pensione. Si narra che l’eroe, dopo una ventina d’anni di pace domestica, seguiti al ritorno ad Itaca, si stancasse delle gioie rassicuranti ma ripetitive del focolare e che, in ragione di ciò, riarmasse la sua flotta e tornasse a partire per superare le colonne d’Ercole, assecondando una natura che non poteva essere domata. Partì, Ulisse, e non ritornò mai più. Si racconta che di lui si persero le tracce, come era giusto e naturale.
arcangelo Scala Dogon, Sègou del mali 2010.tecnica mista.cm137x193

Il pittore e lo scultore di cui parliamo lo immaginiamo così, sicuramente attaccato alla famiglia e alle certezze della tradizione, ma anche perennemente in preda, come Ulisse, alle convulsioni emotive di una spasmodica ricerca dell’altro e dell’altrove. A dimostrarlo sono non solo le pieghe di un carattere sempre pronto alla meraviglia, alla curiosità e all’indignazione, ma le peculiarità della sua arte, vivificate dal rifornimento irregolare e aritmico di gettate cardiache che, per fortuna, risentono dei sogni e dei turbamenti, delle incazzature, delle rare soste di quiete e del senso panico dell’incertezza e del dubbio.
E così capita clinicamente che anche chi possieda il controllo delle mani e il sovracontrollo della cultura e della tecnica, si lasci vincere dalla mutevolezza del cuore per diventare, oltre che bravo e sapiente, anche commovente. Del come ciò possa essere fatto coi colori e le scolature, con la seduzione delle forme accennate ed evocative fra realtà e sogno – più sogno che realtà – deve dar conto la conoscenza dell’opera dei uno dei pittori massimi del nostro Paese.

Dopo i cicli dedicati ai Dogon e ai Masai, Arcangelo ritorna in Africa. Questa volta la meta è Ségou, regione e città del Mali. Terra incantata, incantevole, l’Africa, ma anche lacerata e lacerante per le coscienze degli uomini di buona volontà che sono costretti ad assistere allo spettacolo desolante del suo inarrestabile degrado. E’ l’Africa, infatti, il continente ove si mescolano i riti e i misteri, le superstizioni e i colori, i tesori della natura sopra e sotto la terra. Ma è anche il luogo delle più terribili carestie, delle morti infantili più intollerabili, dei bambini che imbracciano il mitra, dell’Aids che miete vittime a milioni e così via piangendo.
Arcangelo è un artista sensibile e profondo, ed è questa sua disponibilità a sorprendersi e a indignarsi (ancora) a guidare una mano felice e istintiva. Che non si limita a narrare le storie mostrando il visibile di esse ma, attraverso esse, mostra l’invisibile dell’Africa, la sua essenza che – oggi – innesta un’angoscia di morte inconsolabile in quel che resta di una natura di accecante bellezza.
Scrive Flaminio Gualdoni: “Ogni viaggio fisico è per Arcangelo altra esperienza, altra terra da toccare, altro cielo, altro spazio percorso e pensato, nella sua pienezza meravigliata, nel suo disordine potente e fervido”. Disordine potente che può portare nuova vita ma che rischia, in questo continente, di produrre una morte diffusa, capillare, sistematica.
L’Africa però, nonostante tutto, sopravvive, e Arcangelo pittoricamente ne registra le pulsioni.
La pittura di Arcangelo, disinvoltamente distesa, di norma, fra un minimo di figurazione e un massimo di libera, vibrante astrazione – stavolta – si raggruma attorno ad un impianto figurativo appena più leggibile del solito che, tuttavia, non spiattella ma evoca messaggi. Il colore quasi luccica e ingombra per il suo essere materia. Diventa immagine di oggetti che si confondono con gli sfondi. Si trasforma in corpi e architetture fisiche e metafisiche, umori ed amori per un luogo che non può essere paragonato ad altri.
Fra gli artisti italiani, Arcangelo ha un ruolo a sé, molto esclusivo. Sono pochi i pittori-pittori che, come lui, ancora si ostinano a difendere il valore di un mestiere che con le sue opere contribuisce a dare senso alla vita. Che cosa sarebbe la vita senza libri, senza musica, senza quadri? Senza piacere e senza amore? Sarebbe molto peggio di ciò che è a causa dell’ingiustizia che la offende. Ecco, è bene che si sappia che viviamo in un mondo che rischia seriamente di sacrificare le più autentiche fra queste cose sull’altare dell’egoismo e del profitto. Arcangelo, insieme a pochi altri, ci aiuta ad allontanare tale prospettiva irrimediabile, per quello – e non è poco – che può fare l’arte.

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