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Arnolfo, il santo dei mariti cornuti. Van Eyck e la signora gravida, il mistero nel quadro

Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini (?), olio su tavola, 81,80x59,40 cm

Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini (?), olio su tavola, 81,80×59,40 cm

L’opera di Jan van Eyck nota come I coniugi Arnolfini. Il quadro effigerebbe in realtà, secondo Marco Paoli, il pittore stesso in compagnia della moglie Margaretha

Per la verità, l’immagine del dipinto dei Coniugi Arnolfini, celeberrimo doppio ritratto dipinto da Van Eyck nel 1434, rinviava a un orizzonte poco italiano: e non era soltanto per i volti – soprattutto quello di lui, così chiaro di pelle, fino a palesare un’epidermide diafana su una massa facciale caratterizzata da tratti somatici non appartenenti alla tipologia mediterranea -, ma per gli abiti, il cappello, gli zoccoli e, naturalmente, l’arredamento della stanza, che non riecheggiavano nulla di familiare.
Eppure, tant’è. Si riteneva che, come spesso accadeva in quelle epoche, banchieri impegnati in lunghe missioni all’estero fossero in grado di mutare se stessi fino ad aderire perfettamente al modello umano dominante nel luogo d’immigrazione. Particolare non secondario, specie per chi doveva ingraziarsi i locali, divenendo, di fatto, uno di loro e ottenendo, in questo modo, la fiducia che si accorda a ciò che appare conosciuto. Tuttavia le strategie bancarie e la psicologia dei venditori d’alto livello non bastano a giustificare sia il perfetto assetto fiammingo dei soggetti e degli ambienti, quanto alcune laceranti incongruenze presenti nell’opera.
Una lodevole ricerca di Marco Paoli, confluita nel volume Jan van Eyck alla conquista della Rosa. Il Matrimonio “Arnolfini” della National Gallery di Londra. Soluzione di un enigma (Maria Pacini Fazzi editore, 160 pagine, 50 euro), giunge a sciogliere i misteri di un dipinto di altissima qualità che fu regolarmente utilizzato, in migliaia di libri di storia, per dimostrare l’intraprendenza camaleontica, negli anni della rinascita italiana, dei nostri banchieri, capaci di proiettarsi, da globetrotter, in ogni angolo d’Europa per trasformare il banco dei prestiti in un altare d’oro. Da una serie di elementi iconografici all’apparenza fuorvianti – a partire dalla frase scritta sul muro: “Van Eyck passò di qui” Paoli dimostra che i due sposi non sono la coppia di banchieri lucchesi, ma Van Eyck stesso con la consorte in avanzato stato di gravidanza.
“Ora – obietta giustamente lo studioso – l’attestazione di presenza presso il talamo dei due sposi (italiani, ndr) sarebbe risultata inaccettabile per qualunque committente dell’epoca: si sarebbe trattato non solo di far ritrarre pionieristicamente se stesso e la propria moglie nella camera nuziale (quasi certamente per la prima volta nella pittura occidentale), ma anche di consegnare agli osservatori la notizia che un altro uomo, il pittore, era passato da quel luogo e che questi, interessandosi alla zona più centrale della scena, aveva voluto lasciare un segno indelebile del suo passaggio, ormai un tutt’uno con il decoro della stanza, data la resa della scritta in forma di ornamentazione murale”. Bene. Se allora i coniugi Arnolfini non sono i soggetti del quadro, perché il loro cognome viene improvvisamente riferito al dipinto? L’ambiguità della frase con la quale il pittore dichiara di essere “passato di qui” – e il termine si collegherebbe allo stato di gravidanza della compagna – è l’elemento decisivo.
Il patronimico Arnolfini, frutto di un’ipotesi emersa nell’Ottocento, è originato dall’assonanza del nome del casato lucchese con quello di un cornuto storico, Hernoul o Arnoult le fin.
“Il nome Hernoul (con le sue varianti franco-fiamminghe e il significato italiano di Arnolfo) era all’epoca il soprannome del marito tradito – dice Marco Paoli. – Seguendo tale convenzione scanzonata, ad esempio, il carmelitano Jean de Venette applicava, nell’Histoire des trois Maries (secolo XIV), il nomignolo ingiurioso di Arnolfo nientemeno che a san Giuseppe”, a proposito del quale, prima che un angelo lo informasse dell’innocenza della sua sposa, si affermava: “Da lei sarà proprio gabbato / e sire Arnolfo verrà così chiamato”.
“L’accostamento del nome Arnolfo al marito ingannato – continua lo studioso – sarebbe rimasto vivo per secoli nella cultura popolare francese e lo si ritrova ancora, al più alto livello della letteratura, ne La scuola delle mogli di Molière”. Il soprannome del marito tradito deriva dall’identico nome del santo che, in Francia, era considerato il patrono dei mariti cornuti. Scrive Paoli: “Una delle prime fonti di questo accostamento è, all’epoca, la più autorevole in materia di letteratura amorosa in terra di Francia, vale a dire Le roman de la Rose, quando Jean de Meun fa pronunciare al marito geloso, risentito nei riguardi della propria moglie, le seguenti parole: ‘Attraverso voi e la vostra lascivia, io vengo collocato nella confraternita di sant’Arnolfo, il signore dei cornuti’”.
Con il passare del tempo e l’entrata del quadro nel mercato internazionale, si perse cognizione che lo stesso fosse l’autoritratto di Van Eyck con la moglie incinta, nella stanza nuziale. La frase sul muro e le condizioni della donna fecero reputare che si trattasse di un’opera legata al tradimento erotico.
“E’ un fatto – sostiene Marco Paoli – che il dipinto venga menzionato nel 1516 come ‘ung grant tableau qu’on appelle Hernoul le fin, avec sa femme dedens une chambre’ (un grande quadro intitolato Hernoul le fin, con la sua donna in una camera)”. Il tentativo di identificare l’uomo che appare nell’opera si basò sul nome a lui anticamente attribuito, Hernoul fin, la cui pronuncia, Ernul-fèn, portò nel 1857 Joseph Archer Crowe e Giovanni Battista Cavalcaselle a ipotizzare che il cognome potesse nascere da una corruzione franco-fiamminga del patronimico della famiglia lucchese.
Affrontato il nodo del nome, Marco Paoli dimostra la perfetta coincidenza fisionomica tra la giovane donna gravida e il più tardo Ritratto di Margaretha van Eyck, tra l’autoritratto dell’artista conservato a Berlino e il presunto banchiere Arnolfini. A ciò si aggiunga il fatto che, confrontando il volto del dipinto con il vero ritratto di Giovanni di Arrigo Arnolfini – un uomo con il naso minuto e il volto regolare – come appare in un codice da lui stesso commissionato, si può tranquillamente escludere la minima somiglianza tra i due.
Intrigante è poi l’analisi condotta dallo studioso sugli elementi simbolico-allegorici del quadro, che rinvierebbero anch’essi – ma da un altro versante – al Roman de la Rose, come celebrazione dell’amore e della fecondità benedetti da Dio.

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