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Arturo Bianchi, morbidi paesaggi

Arturo Bianchi è stato un apprezzato pittore nell’ambito dell’arte bresciana fra Otto e Novecento; tuttavia, nonostante egli sia stato protagonista di un’attività piuttosto corposa, caratterizzata da freschezza di tratto e accuratezza esecutiva, e nonostante la sua opera sia oggetto di interesse del collezionismo sia bresciano (e in particolar modo franciacortino) che veneto, la sua figura è stata a lungo trascurata dalla critica e, conseguentemente, dimenticata dal grande pubblico.
A restituirgli il ruolo che gli spetta è Umberto Perini, autore dello studio, teso a ricostruirne la vicenda biografica e creativa, confluito nella monografia Arturo Bianchi. Paesaggi, figure, impressioni 1856-1939 (280 pagine, Skira), la cui pubblicazione è stata promossa dal Comune di Adro, paese dove il pittore visse e lavorò a lungo.
Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

Vuole ricostruire brevemente la vicenda umana di Arturo Bianchi, alla luce delle scoperte che sono emerse nel corso della sua ricerca?
All’inizio del mio studio mi sono cimentato a ripercorrere tutta la sua biografia, a cominciare dai testi che ne riportavano notizia, constatando da subito le inesattezze e le incongruenze che venivano riferite, e dunque l’esigenza di indagarne i dettagli facendo una ricerca sistematica.
Secondo alcune fonti, per esempio, il pittore risulta nato a Venezia, mentre i più indicano Adro come suo luogo natale, equivoco a mio avviso generato dal fatto che nel comune franciacortino, di cui era originaria la madre, Bianchi trascorse una parte importante della sua vita, divenendo un membro illustre di quella comunità. Attraverso una ricerca archivistica ho potuto innanzitutto appurare che il pittore era nato a Brescia il 12 ottobre 1856, come si legge nel registro dei battezzati della parrocchia di San Giovanni Evangelista. I genitori, Angelo Bianchi e Emilia Signoroni (figlia di un noto chirurgo adrense), morirono rispettivamente nel 1868 e nel 1874, affidando i figli (Arturo aveva due fratelli) alle cure di un tutore, l’avvocato Faustino Simoni di Adro. Gli studi portarono Arturo dapprima a Roma e in seguito a Venezia, dove visse per quindici anni, per poi fare ritorno in terra bresciana, dove nel 1914 si stabilì definitivamente, nella casa materna. Qui si spense il 7 luglio del 1939.

Quali furono i momenti fondamentali della sua formazione artistica?
Arturo Bianchi, assecondando la naturale inclinazione per la pittura, accostò gli studi artistici molto precocemente, sotto la guida di Faustino Joli, di cui fu allievo nei corsi di Disegno tenuti all’Ateneo cittadino. Di certo questa esperienza gli giovò molto, sia per assumere un metodo nell’ambito dell’assiduità al lavoro, che per l’apprendimento della resa precisa delle vedute e dei dettagli. Si deve poi probabilmente all’avvedutezza del tutore Faustino Simoni, uomo di notevole cultura, l’indirizzo a proseguire gli studi all’Accademia Carrara di Bergamo, dove Bianchi giunse nel 1876 ed ebbe come maestro Enrico Scuri.

Venne poi il trasferimento a Roma…
Esattamente. In risposta al rigido accademismo dello Scuri, legato ad una mentalità neoclassica ormai avvertita come realtà superata, il nostro pittore si unì ad alcuni colleghi (Rinaldo Agazzi, Giuseppe Cavalleri e Giuseppe Riva) e si recò con loro a Roma per proseguire gli studi nell’atmosfera più aperta dell’Accademia Libera d’Arte. Qui, sebbene non ci sia stato possibile reperire notizie certe, pare abbia frequentato i corsi per circa tre anni, lavorando molto alacremente.

Dopo l’esperienza romana il pittore approda a Venezia, dove risiede per quindici anni. Che cosa ci può dire di questa lunga fase della sua vita?
Numerose sono le fonti che documentano la presenza di Bianchi in laguna, dove probabilmente giunse nel 1882, restandovi per tre lustri. Qui strinse amicizia con importanti artisti come Ettore Tito (che allora era incaricato della Cattedra di Pittura all’Accademia) e Cesare Laurenti. E’ certo che durante questa lunga permanenza egli dipinse molte tele, occupandosi particolarmente di prospettive, riproducendo interni, vedute di canali e caratteristici paesaggi lagunari.

L’attività espositiva del pittore non è amplissima. Tuttavia presenzia a diverse mostre nazionali.
Dato anche il suo carattere schivo e riservato, tiene soltanto una mostra personale, allestita nel 1928 a Bergamo. Tuttavia in precedenza egli aveva effettivamente presentato i suoi lavori in occasione di alcuni importanti eventi. Nel 1887 partecipa alla Mostra Nazionale che si tiene a Venezia, mentre l’anno successivo è presente in quella di Bologna con quattro opere. Nel 1891 è tra gli autori accolti in occasione della prima Triennale di Brera e, nel 1900, tra i bresciani invitati alla rassegna pittorica organizzata a Verona. Un capitolo a parte merita invece l’intensa attività espositiva svolta in seno all’associazione “Arte in Famiglia”, che ebbe inizio nel 1888.

A quel tempo dunque Bianchi aveva fatto ritorno a Brescia?
Sì. Dapprima probabilmente si stabilì in città, ma nei primi anni del Novecento è segnalato il suo riavvicinamento ad Adro, dove, come accennavo prima, nel 1914 fissò la propria dimora, pur continuando a partecipare alla vita artistica del capoluogo. Si trasferì nella casa materna, in via Roma, e divenne un membro molto stimato all’interno della comunità del paese. Accettò di buon grado di dirigere la Scuola di disegno che era stata istituita nel Palazzo Bargnani-Dandolo grazie al lascito testamentario di Ermellina Maselli Dandolo. La sua attività di insegnante durò a lungo, ed era estesa anche ad uscite per pose all’aria aperta.

Veniamo allora allo stile. Quali sono le peculiarità del suo linguaggio pittorico?
Arturo Bianchi ha operato nell’ambito del paesaggismo tradizionale che, nel contesto specifico dell’arte bresciana, si situa in bilico fra una tradizione romantico-verista e un’interpretazione più moderna, attraverso il lavoro dal vero, en plein air. Sicuramente la frequentazione a Venezia di figure come Tito e Laurenti gli ha permesso di affinare il suo stile in direzione di un linguaggio più materico ed evocativo, con una nuova attenzione ai ritmi compositivi. Egli condivideva l’esigenza emergente di una pittura più aderente al vero, condivisa da molti paesaggisti dell’epoca che presero l’abitudine di recarsi a dipingere in campagna, in luoghi suggestivi, dove far prevalere la libera interpretazione, la naturalità della resa, quasi a comunicare uno stato d’animo. Qui nascevano le cosiddette “impressioni”: ovvero tavolette di piccole dimensioni, che venivano eseguite en plein air e poi riposte, ancora fresche, in appositi zainetti che permettevano di trasportarne anche più d’una senza rovinarle. Più limitata è stata invece la sua attività di ritrattista.

Lei ha catalogato un numero consistente di opere, e lo ha fatto raggruppandole secondo un criterio tematico.
Vista l’impossibilità di addivenire ad un ordine cronologico, a causa della mancanza di riferimenti, le trecentocinquanta opere che ho rintracciato sono state raccolte secondo un ordine tematico, per offrire omogeneità di contenuti. La ripetitività di alcuni temi fondamentali che sono stati rintracciati, non va comunque valutata in senso riduttivo, ma piuttosto inquadrata nelle consuetudini dell’epoca, a cui nemmeno i più grandi artisti si sono sottratti. Le sezioni tematiche individuate nell’opera di Bianchi sono le seguenti: Venezia e le marine, Adro e dintorni, Brescia, laghi e monti, vedute urbane e scorci di paese, ritratti, schizzi e disegni.
(giovanna galli)

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