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Cavolate, cavoletti e querce. Cosa resta – in mostre e studi – dell’anniversario di Leonardo?

Le mostre su Leonardo nel V° centenario dalla sua morte

di Roberto Manescalchi

In conclusione dell’anno del 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci, ci corre l’obbligo (questa rivista è da sempre una sorta di enciclopedia su Leonardo e la sua opera) di un sunto su quanto la “cultura” ha proposto e prodotto in fatto di studi e di mostre. Delle innumerevoli fake news comparse a riguardo del genio e della enorme quantità di improbabili attribuzione e aggiunte alla sua opera non ci va di trattare per più che ovvi motivi. Idem per le mostriciattole sparse in ogni dove dall’ultimo dei supermercati al più piccolo dei musei locali. Unica eccezione Anghiari. Perché il primo in ordine alfabetico, perché è il nostro paese e non possiamo sottacere. Poi, prima ancora, molto prima che nostro, il paese è quello della celeberrima battaglia e crediamo che questa terra con Leonardo abbia non poche affinità elettive. Ci auguriamo con tutto il cuore di non vedere mai più in questo luogo quella “ciofega” (personalissima opinione, che comunque ci pare alquanto condivisa) che niente a a che vedere con Leonardo e che risponde al nome di ‘Tavola Doria’. Recentemente attribuita, più che correttamente, al Poppi (Francesco Morandini)… in Casentino deve stare! Al limite che le nostre istituzioni provvedano a riconsegnarla ai giapponesi e in cambio si facciano dare una superba erotica shunga

 quella facciano girare per gli italici, più o meno importanti, musei. Sai mai che l’eccitamento di sani e fisiologici pruriti dei nostri curatori produca benefici e terapeutici effetti a tutto il sistema. Anghiari è quindi la nostra eccezione e ‘penosa’ ci è parsa (sempre personalissima opinione) la mostra di disegni di un ‘ingenuo’ acquerellista (Stampati su materiale plastico) esposti a lungo nel sottopasso di Sant’Agostino in via di Ronda… inguardabile! Le tavole del Giovio

esposte poi nel locale Museo della Battaglia seppur con la risonanza della collaborazione con istituzione prestigiosissima quale quella del museo degli Uffizi ci pare ugualmente indegna di Anghiari e della celebrazione del centenario di Leonardo. Stimiamo alquanto Eike Dieter Schmidt (tra i pochi super direttori nominati a suo tempo dal Ministro Dario Franceschini il cui operato giudichiamo complessivamente in modo più che positivo). Non ce ne voglia il Direttore se ci passa l’obbligo di fargli notare che non tutti i suoi predecessori furono fessi. Qualcuno intelligente e sufficientemente preparato c’è stato anche prima di lui agli Uffizi e se le tavole del Giovio sono state collocate in alto nel corridoio e in posizione che in qualche modo ne precludesse una chiara visione è segno evidente che lassù dovevano stare e, forse, anche rimanere. Noi del resto amiamo in modo sviscerato quel gran puttaniere dell’Aretino che seppe circondarsi di artefici quali Giulio Romano, Marcantonio (bolognese) Raimondi e, più tardi, sul Canal Grande, di quel gigante di Tiziano Vecellio (puttaniere anche lui fin dalla frequentazione di Giorgione da Castelfranco e Morto da Feltre al Fondaco dei Tedeschi a Venezia e non arricciate il naso… che le vichinghe siano solite scendere sulle rive dell’Adriatico in caccia di ‘birri’ veneti e romagnoli è cosa risaputa e che certi artefici siano stati inclini a soddisfarle lo ha detto e scritto con una certa autorevolezza Giorgio Vasari qualche centinaio di anni or sono. L’Aretino ebbe a scrivere del vescovo di Como in risposta al celeberrimo epitaffio:

Qui giace Giovio, storicone altissimo.
Di tutti disse mal, fuorché dell’asino,
Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.

Prof. Schmidt operazione ardua quella di sdoganare un asino (non l’ho detto io, ma Pietro) non le pare? C’è infine la natalizia fantasmagorica proiezione di leonardalia sui muri dei monumenti del paese e possiamo solo convenire sul fatto che in un paese libero, dove le procure della Repubblica, grazie al cielo, sono ancora aperte, ognuno abbia il diritto di addobbare l’albero come più gli aggrada anche se crediamo che Leonardo abbia più che seri motivi per doversi rigirare nella tomba che da qualche parte deve pur essere (una ciocca di capelli -sic!- pare essere arrivata a Vinci a conferma che l’impossibile è sempre dietro l’angolo).

Veniamo quindi alle cose serie e la prima è la grande mostra londinese: “A Life in Drawing” alla Queens’s Gallery che ha riunito oltre 200 tra i più grandi disegni del maestro rinascimentale conservati nella Collezione Reale. La più grande mostra dell’opera disegnata di Leonardo da 65 anni a questa parte (aperta fino al prossimo marzo… ci pare).

Il disegno serviva da laboratorio a Leonardo, permettendogli di elaborare le sue idee su carta e cercare le leggi universali che credeva fossero alla base di tutta la creazione. I disegni di Leonardo nella Royal Collection sono stati riuniti in gruppo dalla morte dell’artista nel 1519. Acquisiti durante il regno di Carlo II, forniscono una visione senza pari sul funzionamento della mente di Leonardo e riflettono l’intera gamma dei suoi interessi, tra cui pittura, scultura, architettura, anatomia, ingegneria, cartografia, geologia e botanica. Non concordiamo affatto su alcuni accostamenti operati dal curatore Martin Clayton che comunque si occupa di Leonardo da una vita ed è una assoluta garanzia (ci riferiamo in particolare modo agli studi di panneggi accostati al Salvator Mundi), ma questo, personalissimo parere, non inficia in alcun modo l’imponente allestimento e la validità del tutto a cominciare dal prestigiosissimo ed utilissimo catalogo posto in essere dal Clayton stesso.

In ordine temporale di apertura c’è poi la chicca veramente preziosa e dolcissima di “La botanica di Leonardo” a Firenze in Santa Maria Novella.

“L’esposizione delinea il contesto filosofico e tecnico del tempo di Leonardo per approfondire i suoi studi sulle forme e sui processi del mondo vegetale, attraverso il suo sguardo di pensatore “sistemico”, evidenziando le connessioni fra arte, scienza e natura e le relazioni fra i diversi ambiti del sapere.

La botanica di Leonardo diventa così un punto di osservazione privilegiato per aprirsi ad un discorso contemporaneo sull’evoluzione scientifica e la sostenibilità ecologica. Dalla fillotassi alla dendrocronologia, gli scritti e i disegni di Leonardo registrano infatti intuizioni di assoluto rilievo nella storia della botanica, generate dal suo acuto spirito di osservazione e dalla sua continua attività sperimentale, che vanno a delineare una visione dinamica della scienza, inscindibile dall’arte e dalla tecnica e ricca di implicazioni e riferimenti anche nella contemporaneità.
Nell’intreccio tra fogli originali, elementi naturali e installazioni interattive, la mostra offre così al pubblico l’occasione di approfondire un importante terreno d’indagine di Leonardo e di apprezzarne gli altissimi esiti raggiunti.”

L’allestimento e il catalogo a cura di due illuminati, più che luminari, Fritjof Capra e Stefano Mancuso. Di Capra ricordiamo “La botanica di Leonardo” un eccellente studio del 2010 e di Mancuso, oltre la mostra, la notevole “Fabbrica dell’Aria” (innovativo e geniale sistema di ‘depurazione botanica’ già installato in alcuni siti fiorentini che non citiamo per non fare pubblicità gratuita). La mostra tuttavia non avrebbe potuto avere il fascino e l’interesse che ha senza l’intervento di Aboca spa e della filosofia che l’azienda pone da sempre alla base del proprio operare. In questa occasione il Dott. Valentino Mercati patron e fondatore dell’azienda si è posto pesantemente in gioco e non ha lesinato contributo di idee e mezzi. Ha una marcia in più il commendatore e la mostra altamente scenica ed esempio più unico che raro di didattica con alla base la teoria comparata delle idee che ebbe in Aby Warburg il suo mentore lo testimonia ampiamente (la nostra non è piaggeria che diciamo da molti anni in modo chiaro e senza paura di alcuna parola solo quel che ci passa per la mente senza suggerimenti di sorta). Notevolissima per la conoscenza del mondo al tempo di Leonardo la ‘scoperta recupero’ e la presentazione in mostra di due splendidi forni alchemici esistenti nel sottosuolo dell’antica farmacia di San Marco (Fot.8 in originale a sx e riprodotto per la mostra a dx)

Ultima mostra la più imponente nel più grande museo del Mondo: “Il Louvre”. Il record da battere per una esposizione al Louvre è di 540.000 visitatori (mostra dedicata a Eugène Delacroix nel 2018).
Leonardo polverizzerà letteralmente il povero Eugène che al primo giorno di apertura dell’avvenimento , la grande mostra su Leonardo, aveva già 260.000 prenotazioni (forse intanto che scriviamo il record è già battuto). Sembrerebbe proprio che Leonardo sia francese, ma non è così! Tutti i dipinti di Leonardo, o quasi, potranno essere ammirati al Louvre. Si tratta di una retrospettiva che presenta 163 opere del grande maestro, tra dipinti, schizzi, carnets, riuniti tutti, in un’unica esposizione e in un’opportunità davvero unica e straordinaria, dato che le realizzazioni di Leonardo sono disperse un po’ in tutto il mondo.

Il museo del Louvre ha voluto riunire il maggior numero possibile di dipinti dell’artista intorno alle cinque opere principali delle sue collezioni: La Vergine delle Rocce, La Belle Ferronnière, la Gioconda, San Giovanni Battista e Sant’Anna.

Accanto alle cinque grandi opere pittoriche possedute dal museo parigino, la mostra presenta dipinti, disegni, sculture, ma anche oggetti d’arte e manoscritti provenienti da importanti istituzioni museali in Europa e negli USA come la Royal Collection, il British Museum, la National Gallery di Londra, la Pinacoteca Vaticana, il Metropolitan Museum di New York e l’Institut de France. Dall’Italia (Venezia, Gallerie dell’Accademia) è arrivato anche l’Uomo Vitruviano (non senza qualche polemica stante la delicatezza del foglio che ricordiamo fuori dalla sua cassaforte ai tempi della presentazione dell’euro – uomo misura di tutte le cose compare al dritto della moneta -) e sembra anche che sia stata ritrovata la vera Madonna dei Fusi:

Léonard de Vinci : le chef-d’oeuvre redécouvert | ARTE

Noi al riguardo siamo piuttosto prudenti considerando che in bottega gli allievi avevano a disposizione gli stessi identici supporti, gli stessi identici colori, gli stessi identici cartoni e non di rado copiavano anche il modus operandi del maestro e finanche l’andamento delle sue pennellate. Ci pare che la tavola in questione non abbia la magia unica ed inimitabile che emana dalle prove di Leonardo. La mostra, la più importante dell’anno delle celebrazioni, e, probabilmente, la più importante in assoluto di tutti i tempi a cura di due indiscussi professionisti: Vincent Delieuvin e Louis Frank.

Il prossimo articolo tratterà degli studi, secondo noi, più significativi comparsi durante il periodo delle celebrazioni.

 

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