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Cézanne e la nuova moda della libertà

di Silvia Casagrande

ARTE E MODA – A cavallo tra il 1905 e il 1906, periodo in cui Paul Cézanne realizza una delle sue più note versioni de “La montagna di St. Victoire”, il sarto francese Paul Poiret (1879-1944) lancia la linea Vague. Abiti sobri dal taglio diritto che, privati del corsetto, lambiscono il corpo come una onda leggera. Prima di allora, fin dai tempi del Rinascimento e con poche eccezioni, l’abbigliamento delle donne occidentali era stato caratterizzato dalla presenza del corsetto che, stringendo il punto vita, distorceva il naturale andamento del corpo. Poiret, rifiutandone l’utilizzo, non solo restituisce alla donna la libertà di movimento, ma inaugura anche un nuovo stile nel vestirsi.

L’anno successivo, nel 1907, l’artista e intellettuale di origine spagnola Mariano Fortuny (1871-1949) lancia la tunica Delfi, un cilindro di seta plissettato, senza cuciture e stretto in vita da una cordicella. Eleganti pieghe racchiudono il corpo e l’ornamento scaturisce dalla presenza umana, dal momento che anche la mossa più impercettibile crea variazioni nella lucentezza e nella sfumatura del colore. I suoi vestiti, annota Proust nella “Récherche”, sono “straordinariamente originali”. La novità consiste nel lasciare il tessuto libero di modellarsi lungo la silhouette della persona in movimento. L’abito, così concepito, esprime uno spazio interno in cui l’uomo si muove, ed è questo vuoto tra il corpo e il tessuto che determinava la foggia dell’indumento. Inoltre la tunica, prendendo in considerazione le modalità del corpo umano, non può che avanzare l’idea di uno spazio transitorio, mai fisso, sempre in cambiamento.

Poiret e Fortuny, con le loro rivoluzioni sartoriali, inaugurano una nuova relazione tra abito e uomo paragonabile all’esperienza di Cézanne quando, nelle sue tele, mette in discussione la regolarità della prospettiva rinascimentale passando da una “concezione dello spazio di tipo scatolare a una fluida”. Nell’uno e nell’altro caso, infatti, non si parte più da una precostituita concezione dello spazio: lo spazio si determina nell’opera dal rapporto con i suoi elementi costituitivi. “Cézanne non rappresenta la realtà, ma il nostro modo di conoscerla, l’atto della coscienza che ordina le percezioni e giunge a formare la visione” commenta il filosofo Merleau-Ponty. E altrettanto, con l’abolizione del busto pelle e tessuto interagiscono per cui l’abito non è più, o non è necessariamente, uno spettacolo per lo spettatore ma è come se si rivolgesse all’interno, al sé. Il pezzo di stoffa è trasformato dal movimento, è automaticamente alla mercé di chi lo indossa e suggerisce la sua coscienza, il suo passato, il suo pensiero. L’abito diviene così libera espressione del corpo.
Poiret e Fortuny portarono nell’ambito della moda la medesima rottura che si stava attuando nel mondo dell’arte grazie anche all’esperienza di alcuni artisti come Paul Cézanne e Auguste Renoir. Elaborarono, dunque, un nuovo linguaggio totalmente moderno che non coinvolgeva solo l’abito, ma anche l’essere umano che in esso abitava.

Renoir, “Yvonne e Christine Lerolle al piano”

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