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David Adjaye, com’è umana la metropoli se la progetti con le fonti organiche della gioia



di Stefano Maria Baratti

Si parla spesso di «architettura organica» nell’accezione lata di una disciplina che promuove come idea trainante l’indipendenza da ogni classicismo, il rifiuto di mera ricerca estetica, la libertà interpretativa di affrontare qualsiasi tema, armonia tra l’uomo e la natura, ed infine la creazione di un nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale attraverso l’integrazione dei vari elementi artificiali  e naturali di un intorno territoriale.

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Frank Lloyd Wright, forse il maggior esponente di questo nuovo approccio, affermava che laddove  si innesta una visione di «architettura organica», ne corrisponde necessariamente un’ideale di «società organica», un equilibrio tra principi democratici e spazi architettonici che divengono parte di un unico interconnesso organismo. Basti citare, tra le tipiche manifestazioni che trovarono  libere applicazioni nel binomio di «architettura e società organica», l’edificazione della nuova capitale Brasilia, progettata dall’architetto Oscar Niemeyer nel 1960, il cui impianto ripete la Ville Rarieuse di Le Corbusier, entrambi strutture che si ispiravano a una felicità dell’esistenza e ad una sensualità delle forme.

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La mostra «Making Place: The Architecture of David Adjaye» (fino al 3 Gennaio 2016) presso L’Art Institute of Chicago (111 South Michigan Avenue, Chicago), celebra le varie fasi  della carriera dell’architetto britannico David Adjaye, di origine africana, figlio di un diplomatico ghanese  vissuto in Tanzania, Egitto, Yemen e Libano prima di trasferirsi in Gran Bretagna. «Sono nato nella savana, sono cresciuto circondato da foreste e alla fine sono approdato alle coste della Gran Bretagna. Può essere che questi spostamenti abbiano influito sulla mia concezione della luce, dell’atmosfera e del colore», dichiara Adjave, conosciuto per gli edifici pubblici aperti, fluidi e quasi trasparenti e per le case private, segrete e misteriose, con esterni introversi e interni luminosi.

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«Il filo conduttore del mio lavoro si può riassumere in due concetti: accessibilità universale e democratizzazione architettonica. Considero l’architettura come una specie di performance e mi interessa soprattutto per il suo potere di mediatore sociale, per essere uno strumento che permette che le cose succedano.» L’interesse di Adjaye va verso la natura dello spazio contemporaneo, che nel nostro secolo è una sintesi equilibrata tra vari fattori come ad esempio tra il lusso e la funzionalità, tra l’economia e le esigenze emozionali, sempre coadiuvato da un un approccio democratico all’architettura,  concetti con i quali concepisce la celebre «Dirty House» di mattoni neri, progettata per i suoi amici artisti Sue Webster & Tim Noble.

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Adjaye intende la progettazione come uno strumento sociale di aggregazione e catalizzatore per la nascita di nuove comunità, riducendo al minimo le partizioni, con un’unità architettonica che consente all’aria e alla luce di realizzare una maggiore armonia dell’edificio con l’ambiente esterno. Il passo dal privato al pubblico è breve, in entrambi prevale un’idea di spazio più libero, umano ed abitabile eliminando la concezione delle stanze come luogo chiuso, come appare mella Whitechapel Idea Store,  uno dei sette spazi londinesi che sostituiscono quindici biblioteche di quartiere preesistenti.

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I punti di riferimento nella storia dell’architettura di Adjaye, che lo hanno avviato al recupero di tecniche costruttive con il ripristino del mattone di terra sono l’egiziano Hassan Fathy, e l’opera di  Oscar Niemeyer. Secondo Adjaye, è necessario abbandonare la mentalità conservatrice e le preoccupazioni vincolate al volume e alla linea, per approdare alle vere problematiche del XXI secolo, ovvero la relazione dell’essere umano con la natura dello spazio, i formati inediti e le emozioni, dare pertanto proporzioni logiche ed umane alle aperture interne ed esterne rendendole naturalmente ricorrenti in tutta la struttura degli edifici.

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Usando per quanto possibile un unico materiale la cui natura deve legarsi all’edificio divenendo espressione della sua funzione, Adjaye sostiene:   «È necessario abbandonare la mentalità ottocentesca e le preoccupazioni vincolate al volume e alla linea, per abbordare le vere problematiche del XXI secolo, che concernono la relazione dell’essere umano con la natura, i formati inediti e le emozioni».

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L’uso ingegnoso dei materiali e della luce, insieme all’approccio democratico che incorpora organicamente gli impianti come elementi interreagenti nelle strutture, hanno contribuito a stabilire la fama di Adjaye di architetto internazionale, presente alla Biennale d’Arte di Venezia (come  il padiglione di «Your black horizon», l’installazione luminosa di Olafur Eliasson), il Museo d’arte contemporanea di Denver, il Nobel Peace Centre di Oslo e la School of Management di Mosca (quest’ultima un’opera dalle dimensioni spettacolari con un budget di 160 milioni di dollari).

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Dopo aver battuto in un concorso Henry Cobb, Norman Foster e Elizabeth Diller, Adjaye diventa l’artefice di una sfida professionale all’insegna dell’architettura internazionale: Il nuovo museo dell’Istituto Smithsonian nel cuore di Washington DC, il National Museum of African American History and Culture (Nmaahc), dedicato alla storia e alla cultura afro-americana.  Per un architetto nato in Tanzania, progettare un museo sull’identità afro-americana rappresenta una pietra miliare che rompe con l’architettura monumentale tradizionale con un edificio quadrato, sostenuto da quattro colonne e due strutture trapeizodali sulla sommità , analoghe alle acconciature tipiche delle donne africane.

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Durante un’intervista con Roberta Bosco, rilasciata nel 2011, Adjaye dichiara che progettare rappresenta unamediazione sociale: «Mi appassionano le opere pubbliche, mi attraggono le istituzioni ibride e gi spazi multifunzionali, perché testimoniano la democratizzazione delle topologie, ma mi interessa anche investigare la natura dello spazio domestico. È una sfida tra il lusso e la funzionalità, l’economia e le esigenze emozionali: bisogna trovare il giusto equilibrio. Mi interessa comprendere la natura dello spazio contemporaneo, come si relaziona con ciò che produce e come può generare contenuti emozionali».

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