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Desiderio da Settignano – La divina grazia dell’infanzia

 

Dolcezza, forza e luminosità sono le caratteristiche salienti dell’opera di Desiderio da Settignano, artista che, come la maggior parte degli scultori precedenti Michelangelo, è stato lungamente e ingiustamente trascurato dalla critica, ma che, con le sue creazioni di estrema intensità espressiva, di grande carica emotiva, di levità e di grazia, esercitò in realtà una forte influenza nella particolare fioritura della scultura che caratterizzò il terzo quarto del Quattrocento fiorentino. Dopo la straordinaria produzione della prima metà del secolo, che con Donatello, Ghiberti, Nanni di Banco, Luca della Robbia e Michelozzo aveva posto le basi del Rinascimento in Toscana, una nuova generazione di artisti raccoglieva in quegli anni l’eredità di Donatello, che nel 1443 aveva lasciato Firenze per stabilirsi a Padova: tra loro Desiderio fu senza dubbio uno dei più creativi. Capaci di rendere vivo il marmo, come avvolto dalla straordinaria discesa della grazia.

Dal punto di vista strettamente tecnico, lo scultore sviluppò una originale ricerca di levità plastica, chiaroscurale e luministica, e di tenerezza psicologica; nella lavorazione raggiunse un livello di perfezione raramente eguagliato: da bravo allievo di Donatello, con il quale aveva pure collaborato, egli raffinò al massimo la tecnica dello “stiacciato”, un finissimo bassorilievo.

Il suo sensibile trattamento della materia contribuì in maniera sostanziale alla nascita di un linguaggio formale caratterizzato dalla dolcezza delle figure e dalla forza delle espressioni, che, secondo alcuni studiosi, influenzò addirittura Leonardo nella definizione della tecnica dello sfumato. La capacità di conferire leggerezza alla materia e l’avere attribuito un ruolo specifico alla luce sono gli apporti più significativi che egli rese all’arte del marmo: il suo lavoro sulla luce, che gli consentiva di controbilanciare la durezza e la pesantezza del blocco lapideo, aprì prospettive che saranno affrontate pienamente solo a fine Ottocento, e che verranno poi trasfigurate nel Novecento, quando la luce diventerà essa stessa materia creativa della scultura.

Dal punto di vista tematico, invece, fra i diversi “generi” in cui Desiderio eccelse tra i contemporanei, spicca, accanto ai bassorilievi di virtuosistica raffinatezza – sia di soggetto sacro che profano – quello dei busti in marmo di fanciullo. Di tale particolare tipologia scultorea, infatti, egli può essere considerato non soltanto il più grande interprete, ma addirittura l’inventore. E’ in questi lavori che si manifesta con tutta evidenza il suo naturale talento nel rendere la varietà dei sentimenti. Il tema del ritratto fanciullesco, infatti, gli consentiva di disporre di un’ampia gamma di emozioni; ed egli vi fece ricorso con frequenza, attingendovi anche quando affrontava temi diversi (nell’ambito dei gruppi con la Madonna e il Bambino, in busti singoli di fanciulli di carattere profano, o più frequentemente sacro, in angeli colti nel gesto di sorreggere stemmi o candelabri intorno a monumenti). In tutte le opere in cui accosta il tema del fanciullo, egli dimostra la grande capacità di controllare la vivezza dei contorni e di graduare sottilmente il rilievo, conferendo alla superficie una consistenza sensuale, oltre che la sensibilità nell’accennare all’interiorità dei personaggi; le espressioni, tutte gioiose, variano dal sorriso incipiente all’allegria trattenuta a stento fino allo scoppio di risa.

 

A questa sua speciale arte della sfumatura contribuiva un’incomparabile abilità nel rendere il dolce modellato delle labbra, delle fossette e dei tratti delicati di un volto ancora tenero. Padre di quattro figli, Desiderio, che fino al 1461 (cioè fino a tre anni prima di morire, prematuramente, appena trentacinquenne) condivise la casa con la numerosa famiglia del fratello, poté arricchire i suoi ritratti anche grazie ad un grado insuperato di osservazione della realtà. La sua attitudine, peraltro, rispondeva perfettamente ad alcune particolari esigenze che si andavano evidenziando nella Firenze di metà Quattrocento, dove, accanto alla nascita del genere del busto-ritratto rinascimentale, si manifestava un notevole interesse per le immagini di fanciullo, in corrispondenza con il primo riconoscimento dell’infanzia come età ben definita della vita. In questi anni, per esempio, David, simbolo del trionfo sulla tirannia, o San Giovanni Battista (patrono della città gigliata), apparvero per la prima volta non più come patriarchi, ma come giovanetti. Inoltre, l’immagine dell’Eros di epoca classica si era proprio in quegli anni trasformata nel putto, incarnando la dirompente energia di un bambino e portando un contributo espressivo sostanziale alle composizioni in cui apparivano tali soggetti. Ma in genere, in ambito fiorentino, la sperimentazione sull’aspetto e sulle emozioni infantili avveniva soprattutto attraverso l’elaborazione delle immagini del Bambin Gesù fra le braccia della Madonna, oggetto di un’ampia produzione in terracotta, stucco e marmo, e tema molto frequentato anche in pittura.

Riguardo alla funzione dei busti di fanciullo all’interno delle case fiorentine alle quali probabilmente erano destinati esistono differenti ipotesi, fra cui la finalità ritrattistica e l’educazione spirituale. Se da un lato essi rappresentavano una consapevole reminescenza del busto-ritratto di bambino diffuso nell’arte romana antica, dall’altro i modelli rinascimentali appaiono permeati da una vivezza del tutto estranea ai loro precedenti classici; inoltre, nella maggior parte dei casi non ci è dato di sapere se essi fossero stati commissionati come ritratti o, ad esempio, come immagini del Cristo Bambino. Tuttavia, prescindendo dagli aspetti interpretativi, gli aggraziati infanti di Desiderio testimoniano un’attenzione per le caratteristiche di bimbi reali, preziosi per il fatto stesso di esistere, piuttosto che per configurarsi come esempi di bellezza ideale.

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