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Ed il bimbo diventa persona

infa41Quali sono state le motivazioni che hanno spinto alla realizzazione della mostra?
Abbiamo inteso evidenziare come l’evoluzione della società sia andata di pari passo con un mutamento dell’interesse dell’arte verso il mondo dell’infanzia. A cavallo tra Ottocento e Novecento si registra un’articolazione di temi esemplificativa di una diversa attenzione per il bimbo, inteso finalmente come persona. Si dice basta agli stereotipi del tipo: bambino uguale Gesù Bambino. Si tratta di un approdo ricollegabile con precisione a questo momento storico: anche se non erano mancati, in epoche ben più lontane, precedenti significativi. Pensiamo a Bruegel che, in realtà, aveva già capito tutto. Pensiamo alla potenza terrificante della sua “Strage degli innocenti”, uno dei quadri che in assoluto mi ha maggiormente impressionato. Lo stesso soggetto interpretato, poniamo, da Guido Reni, diventa una rappresentazione collocata fuori dal tempo. E’ l’Ottocento, tuttavia – come dicevo – il periodo in cui gli artisti cominciano a dimostrare un’attenzione non di maniera al tema dell’infanzia.
Tra le opere esposte, ce n’è qualcuna in particolare che intende segnalare ai lettori di “Stile”?
In mostra a Palazzo Cavour vi sono una novantina di lavori, tutti assai interessanti, frutto di una scelta – io mi sono occupata dell’Ottocento, l’altro curatore, Francesco Poli, del Novecento – davvero non facile. Mi piace citare almeno la “Ragazzina col gatto” di Emilio Longoni, di cui ho scritto sul numero scorso di “Stile”. Come ricordavo in quell’occasione, Longoni è stato un pittore che si è soffermato più dei suoi colleghi sul tema dell’infanzia, estrapolandone singole personalità – colte in maniera differenziata – nelle raffigurazioni del quotidiano. Così il bambino non è soltanto un’occasione per sottolineare le colpe della società, ma un individuo di cui indagare i sentimenti e studiare gli atteggiamenti anche nel privato. La sua produzione nell’ultimo decennio del XIX secolo è largamente orientata a rappresentare l’isolamento e lo sfruttamento dell’infanzia con calibrata dolcezza ed una sottile capacità di renderne la solitudine psicologica. Ed ancora, Pellizza da Volpedo, che preferisce invece inserire i bimbi nel più generale contesto umano e sociale, affiancandoli agli adulti, coinvolgendoli in modo affettuoso. Di lui esposti a Torino abbiamo importanti studi per il “Quarto Stato”, eseguiti a carboncino, tra cui lo “Studio di bambino tenuto alto dal padre”.
Infine, due quadri che amo molto: “La capra nutrice”, di Niccolò Cannicci, e “Giochi di bimba” di Giacomo Grosso.
La mostra propone una sezione specifica riservata a libri e illustrazioni per l’infanzia. Sì, si tratta di pezzi provenienti dalla straordinaria collezione di Pompeo Vagliani, con cui già avevo collaborato alcuni anni fa, nell’ambito della presentazione dell’iconografia del bambino nel Liberty. Anche stavolta la raccolta Vagliani ci offre un suggestivo spaccato dell’immagine infantile tra Otto e Novecento: volumi, ma pure illustrazioni tratte da giornali, riviste e pubblicità dell’epoca.

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