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Facevano spiare a Van Gogh scene erotiche. Il ruolo dei due ragazzi con la pistola. Una roulette russa per “guardare”?

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Vincent van Gogh, Le radici, 1890, olio su tela, 50×100 centimetri. Si ritiene che questo sia l’ultimo dipinto di Van Gogh

La sera del 27 luglio 1890 – era una domenica che dovette provocargli un accesso terribile di solitudine – Van Gogh rientrò nella camera d’albergo Ravoux, a Auvers sur Oise, dopo aver trascorso un pomeriggio, nei campi. Il proprietario dell’albergo e i familiari erano, verso le 21, all’esterno dell’edificio a ristorarsi dal grande caldo accumulato durante la giornata quando Van Gogh si presentò all’uscio, comprimendosi lo stomaco, e risalì le scale per rifugiarsi nella propria stanza. Preoccupato, il proprietario decise di bussare alla camera e di entrare. Il pittore, disteso nel letto, era sanguinante e sofferente. Van Gogh raccontò al locandiere di essersi sparato un colpo di rivoltella allo stomaco. in un campo, a circa 500 metri dall’albergo, su un sentiero accanto al castello di Auverse sur l’Oise.
Van Gogh fornì la stessa versione al fratello Théo e ai gendarmi, dai quali fu interrogato, specificando che nessun altro aveva responsabilità del fatto. Non è certo possibile sapere, oggi, se l’affermazione di Van Gogh relativamente all’assenza di responsabilità di terze persone, nella vicenda, fosse una dichiarazione non richiesta – come pare – o se la risposta scaturì, al contrario, da una precisa domanda dei gendarmi.
Le indagini non avvennero, di fatto. Ulteriori accertamenti non furono disposti. Le testimonianze sulla posizione e sulla ferita sono lacunose. A nostro giudizio, ciò che raccontò – pur molti anni dopo – Adeline Ravoux, figlia dell’albergatore che ospitava Van Gogh, mostra un’attendibile sequenza dei fatti dal momento in cui Van Gogh tornò, ferito, dai campi al funerale. La Ravoux fornì il proprio resoconto negli anni Cinquanta, dopo l’uscita del film dedicato all’artista, che presentava, a giudizio della testimone oculare, una ricostruzione dei fatti di quei giorni e della personalità di Van Gogh assolutamente romanzata e distante dalla realtà.
Adeline non fece cenno alle voci ricorrenti, ad Auvers-sur l’Oise, che indicavano la presunta presenza di due ragazzi della ricca borghesia professionale parigina, in paese, nelle ore del fatto o nei giorni immediatamente precedenti. Due nuovi “amici” del pittore che erano giunti per una villeggiatura e che sarebbero stati coinvolti — in modo più o meno indiretto – nel fatto di sangue.
Durante quella domenica di solitudine e dolore, nella luce accecante dell’estate che tormenta chi soffre di disturbi psichici, Van Gogh potrebbe stato raggiunto dai due ragazzi, richiamati dalla presenza solitaria del “matto”, che avevano conosciuto nel mese di giugno.
Uno dei due fratelli, il 16enne – era spesso vestito da Buffalo Bill – e faceva roteare, sull’indice, un revolver -. Il mitico tiratore americano aveva suscitato clamore, in Europa, già dal 1872 con la grande esibizione di Londra. L’esaltazione popolare per il mondo dei cow-boy e degli indiani aveva raggiunto l’acme, in Francia proprio un anno prima della morte di Van Gogh, quando lo spettacolo circense il Buffalo Bill’s Wild West – tornò in Europa – era maggio del 1889 – come uno degli eventi di punta dell’Esposizione universale di Parigi, durante la quale fu inaugurata la Tour Eiffel. Secondo alcune ricostruzione dei fatti, i due fratelli avrebbero assistito allo spettacolo parigino e avrebbero acquistato, all’esterno dell’area di spettacolo, una giubba e forse una piccola pistola. Tutto era disposto all’accensione dell’immaginazione di due giovani borghesi. Le gesta di Buffalo Bill, nell’immaginario popolare, si moltiplicavano grazie a testimonianze, articoli giornalistici, fotografie. Durante gli spettacoli, con veri cow-boy e pellirosse, veniva simulata la battaglia di Little Bighorne e intervenivano, negli spazi circensi, anche gli autentici Toro Seduto, Calamity Jane e Alce Nero.
L’analisi di tutte le testimonianze e l’apparizione improvvisa di una pistola che poi viene fatta sparire e forse sepolta e forse trovata – se fosse davvero quella – in un campo nel 1965 inducono a non scartare un’azione più complessa del semplice suicidio pianificato. Perchè l’arma, cercata nei giorni successivi al fatto di sangue, non venne trovata? Qualcuno la seppellì? E chi? E perchè?

Chi erano i due fratelli

René e Gaston Secrétan avevano nel, 1890, 16 e 19 anni. Erano figli di un benestante farmacista parigino. Durante il periodo scolastico abitavano nella capitale francese. La famiglia aveva anche una villa di villeggiatura a una quarantina di chilometri da Auvers sur Oise. I due erano probabilmente giunti a Auvers, forse nella casa di un amico, che villeggiava con un gruppetto di trasgressive e bellissime ragazze del Moulin Rouge. I due fratelli erano stati attratti, guardandosi attorno, anche dalla figura dell’eccentrico pittore, che avevano incontrato nei dintorni. Il primo contatto fu, probabilmente, stabilito dal fratello maggiore, Gaston. che aveva interessi culturali e che dipingeva, anch’egli. Ciò, evidentemente, lo indusse a raggiungere il “collega” più maturo, per vedere cosa dipingesse, en plein air. “Il compagno van Gogh mi ha interessato a causa del suo temperamento anarchico, grazie al quale ho simpatizzato con lui. – avrebbe detto Gaston, anni dopo – Era ferocemente nichilista, come me”.
I due fratelli condivisero, con il pittore, qualche bevuta al bar e, probabilmente, consentirono a Van Gogh di spiare le ragazze, nell’intimità, forse anche durante rapporti sessuali. A volte, per fargli uno scherzo, irrompevano con una giovane donna, davanti al cavalletto, e la baciavano ardentemente per impedire all’artista di proseguire il lavoro. Il turbamento provocato in Vincent – che era rifiutato da ogni donna – fu incommensurabile. L’alcol offerto dai due fratelli e la visione di donne bellissime, mentre si baciavano o avevano rapporti sessuali con i ragazzi e i loro amici portarono all’epilogo finale. L’enorme disagio affettivo e sessuale di Van Gogh diventò, negli ultimi giorni, un’ossessione. Perchè, quella domenica, Van Gogh lasciò l’albergo, come testimonia la figlia del locandiere, nell’immediato dopo-pranzo e non più tardi, come faceva normalmente? La Ravoux, sottolineando quel comportamento incongruo, apre la possibilità che egli avesse un appuntamento. Chi o cosa lo attendeva alle 14 di quella domenica? Forse i ragazzi lo avevano invitato a guardare qualcosa di proibito, attorno al castello d’Auvers?
Riprendiamo, a questo punto, la testimonianza della figlia dell’albergatore sul luogo nel quale avvenne il ferimento. “Vincent era andato nel campo di grano dove aveva dipinto in precedenza, che si trovava dietro lo Chateau d’Auvers, poi di proprietà del signor Gosselin che viveva a Parigi, rue Messine – scriveva Adéline Ravoux, riportando i propri ricordi e quelli del padre – Il castello era a oltre mezzo chilometro da casa nostra. Ci si arriva salendo una collina abbastanza ripida, ombreggiata da alberi ad alto fusto. Non sappiamo se si sia allontanato dal castello, poi. Nel pomeriggio, nel sentiero fondo che corre lungo le mura del castello – capì mio padre – Vincent sparò. (Cadde, esanime, ndr). La freschezza della sera lo rianimò. A carponi, cercò la pistola per uccidersi davvero, ma non riuscì a trovarla (non fu trovata nemmeno il giorno successivo). Quindi Vincent si alzò e poi scese dalla collina per tornare a casa nostra”.

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Nel 1956, il banchiere René Secrétan – il fratello minore, quello che, da ragazzo, si vestiva da Buffalo Bill – raccontò in dettaglio come lui e Gaston, allora ragazzi, si divertissero a prendere in giro Van Gogh, durante il soggiorno ad Auverse sur Oise.
“Lo infastidivano sempre”, dice Naifeh, sostenitore della tesi dell’omicidio – “Hanno messo, tra le altre cose, un serpente nella sua scatola dei colori. Hanno aggiunto sale nel suo caffè, polvere di peperoncino sui dorso dei pennelli che lui masticava sempre mentre dipingeva. E baciavano le ragazze nel suo campo visivo per ostacolarlo”.
E’ plausibile il fatto che i giochi si siano complicati. E’ plausibile il fatto che i due fratelli Sécretan gli avessero indicato la possibilità di assistere a qualcosa di proibito. Che lui avesse accettato e che lo scherzo si spingesse a sorprenderlo, mentre si toccava. I due fratelli, una volta, lo avevano visto, proprio in quel momento, in un boschetto, e gli avevano dato un soprannome articolato e terribile: “L’amante fedele della vedova da polso”.
Evidentemente i fratelli si divertivano, in prove esibizionistiche, con le ragazze. Il fine era di far perdere la testa al vecchio amico. A questo punto, potrebbe prendere consistenza l’ipotesi che a Van Gogh, fosse stata chiesta, una prova di coraggio, forse per avvicinarsi di più.
Una roulette russa con un’arma che si inceppava e che, praticamente, non sparava mai e che forse sparò, dopo tempo, solo quella volta? Una prova di virile coraggio nichilista con la promessa di un incontro con una delle ragazze?
Gaston aveva sottolineato la comune fede nel nichilismo. Il russo Mikhail Lermontov nel racconto “Un fatalista” contenuto nel diffusissimo e amatissimo romanzo “Un eroe del nostro tempo” (1840) fece conoscere al mondo la cosiddetta roulette russa. Narrava la storia del sottotenente Vulič, ufficiale dell’esercito zarista, che, per dimostrare la propria fiducia nell’immutabilità del destino, impugnava una pistola presa nella camerata e la puntava contro di sé. Poi lanciava una carta da gioco in aria e, appena questa toccava il suolo, premeva il grilletto.

Nel 1956 un medico con passione per l’arte e la ricerca, Victor Doiteau, raccolse testimonianze sul caso Van Gogh e, per la rivista Aesculape, pubblicò un saggio sui due fratelli Secretan e l’affaire Vincent. “La prima volta che i fratelli Secrétan incontrarono van Gogh, fu intorno a metà giugno 1890, o più esattamente 8 giorni prima dell’apertura della pesca che si svolge sempre la terza domenica di giugno. (…) A giugno. 1890, Gaston ha diciannove anni e mezzo e René sedici e mezzo, sono studenti del famoso Lycée Condorcet di Parigi, liceo per “bambini chic” e nido per celebrità future. René – che diventerà banchiere, ndr – era un somaro di prima categoria e un capo rispettato di tutte le fronde della scuola. (…) Gaston – il maggiore, ndr – era un pittore, scultore e musicista specializzato in paesaggi marini. Il signor Secrétan senior (farmacista rue de la Pompe a Parigi nel sedicesimo arrondissement) aveva una villa a Granville. Gaston aveva conoscenze musicali che gli sarebbero state utili più tardi nella sua carriera di cantautore. (..)” Gaston e René ricordavano le conversazioni sull’arte. Van Gogh, spesso, cercava soprattutto la compagnia del più maturo Gaston. “Era un piccolo spaventapasseri per alberi di ciliegio. – testimoniava uno dei due fratelli Secretan – Il suo cappello di feltro non conosceva né fronte né retro. Non l’ho mai visto con un bourgeron, ma con una specie di giacca da lavoro. Camminava con una specie di borsa in cui metteva tutto ciò che poteva”. I due giovani dissero di non aver partecipato al funerale di Van Gogh perchè si trovavano nella loro villa estiva, lontana da Auvers.

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