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Forti e chiari

di Giovanna Galli

In occasione della recente inaugurazione del Centro studi sul Chiarismo e dell’Associazione Francesco De Rocchi a Saronno (Varese), in concomitanza della quale è stata aperta una mostra dedicata al movimento – che fino al 13 luglio proporrà una significativa selezione di dipinti di Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni, Cristoforo De Amicis e Adriano Spilimbergo -, abbiamo rivolto alcune domande ad Elena Pontiggia, curatrice dell’evento.

x_15Il Chiarismo è un movimento che nasce a Milano negli anni Trenta. Vuole spiegarcene la genesi e in cosa consisteva la sua direzione di ricerca?
Bisogna dire intanto che il Chiarismo non è stato un gruppo, ma un clima espressivo che si è delineato verso il 1930 intorno al critico Edoardo Persico – il quale, peraltro, non usò mai il termine “Chiarismo” -. Come movimento ha avuto il suo periodo culminante fra il 1932 e il 1934, ma si è esteso poi lungo tutto il decennio, e anche oltre, trovando un punto di aggregazione, dopo la morte di Persico (scomparso prematuramente nel 1936), intorno alla Galleria Annunciata, sempre a Milano. In sintesi, possiamo dire che il Chiarismo era una pittura dai toni chiari e luminosi, senza chiaroscuro, in cui al predominio dei valori volumetrici, su cui si era fondato il Novecento Italiano, si sostituiva il predominio del colore, la fusione della luce e del colore nella forma. Sono concetti che avevo già cercato di approfondire nel catalogo della mostra “I chiaristi”, che si tenne a Volta Mantovana, Castiglione e Medole nel 1996: una mostra (mi fa piacere ricordarlo) ideata e fortemente voluta da un intellettuale e uno storico mantovano di grande valore come Manlio Paganella, a cui va il merito di aver promosso una nuova pagina di studi sull’argomento. Dicevo del colore anti-volumetrico. Ma, intendiamoci, non si trattava di un problema solo formale. Sostenere, come faceva Persico, una pittura moderna aperta all’impressionismo, al post-impressionismo e alla Scuola di Parigi (una pittura impostata sul colore e non sul disegno, sul tono e non sul chiaroscuro, sulla superficie e non sulla profondità prospettica, sulla spontaneità e non sul mestiere) significava sostituire alla concezione classicista degli anni Venti, che riaffermava la centralità dell’uomo nella storia, una concezione neo-romantica, che ribadiva la dipendenza dell’uomo dall’infinito. Come sempre, lo stile non è soltanto una questione di stile…

Esiste dunque una contrapposizione al Novecento Italiano?
Certo, ma non bisogna però forzare troppo questa contrapposizione. Il Chiarismo è stato a Milano, cioè nella culla stessa del “Novecento”, il primo movimento antinovecentista. Ora, la letteratura critica ha insistito anche troppo sulla contrapposizione fra maniera chiara e “bitume” novecentista. In realtà, non solo è un errore critico identificare il gruppo di Margherita Sarfatti, che raccoglie maestri fra i maggiori del nostro secolo, con una pittura “bituminosa”. Ma, soprattutto, i rapporti tra “Novecento” e Chiarismo vanno al di là di una mera alternativa cromatica. Il problema non sono i colori chiari, che anche molti novecentisti hanno usato, ma l’uso del colore chiaro in funzione anti-volumetrica. Se dunque è innegabile che Del Bon e compagni, come generazione, si siano allontanati dal “Novecento”, il loro antinovecentismo va inteso per quello che realmente è: non una contrapposizione frontale, ma un’evoluzione dialettica, che giunge a un distacco dal classicismo sarfattiano molto meno schematico di quanto certe storie dell’arte abbiano voluto raccontarci.

Quali sono i principali riferimenti storici e gli influssi che è possibile rintracciare nell’opera degli autori chiaristi?
Sono molti: da Gola alla Scapigliatura al Piccio, senza dimenticare anche un certo giottismo lombardo dominato da componenti chiare. E poi la scuola di Parigi e il post-impressionismo, e tutti gli autori amati da Persico, come ad esempio Garbari. Chi erano i principali esponenti del movimento?
La nebulosa del Chiarismo è molto ampia. In questa mostra di Saronno, con cui si inaugura un Centro-Studi specificamente dedicato al Chiarismo, che prevede una serie di appuntamenti espositivi e la creazione di un archivio nazionale sull’argomento, ci siamo limitati ai cinque protagonisti del movimento milanese: Del Bon, De Rocchi, Lilloni, Spilimbergo e De Amicis. Ma ad essi si possono accostare altri nomi, a Milano e in Lombardia. Tra questi non va dimenticato il gruppo alto-mantovano, da Facciotto a Oreste Marini, caratterizzato da una spiccata componente lirica.

La definizione di “Chiarismo ” viene coniata da Leonardo Borgese, ma fu Guido Piovene a codificarla.
E’ vero. Il nome “Chiarismo” nasce nel 1935, grazie a Borgese, critico della rivista “L’Italia Letteraria” che, commentando la presenza dei giovani pittori alla VI Mostra Sindacale Lombarda, parla di una pittura chiara e appunto di un “Chiarismo”, di cui vede i massimi rappresentanti in Del Bon e De Rocchi. Il termine verrà poi ripreso da Piovene nel 1939: quando recensisce sul “Corriere della Sera” una personale di Lilloni alla Galleria Grande di Milano, lo scrittore lo definisce “uno dei più importanti pittori chiaristi, di una pittura cioè di soli colori chiari”. Non è escluso che Piovene, che era stato collaboratore dell’“Italia Letteraria”, avesse in mente l’espressione di Borgese di quattro anni prima. In ogni caso, proprio per la maggior diffusione del quotidiano milanese, Piovene verrà sempre ricordato come l’inventore della parola “Chiarismo”.

In questa mostra proponete una selezione di opere molto significativa di ogni autore. Vuole segnalarne qualcuna di particolare interesse?
Opere come “Lo schermidore” di Del Bon o “Bambina col cane” di De Rocchi sono tra gli esiti più intensi del movimento. Ma segnalerei anche un’opera inedita di De Amicis, “San Giovannino” del 1932, che appartiene al suo periodo primitivistico e al momento del suo rapporto più stretto con Persico.

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