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Galileo Galilei, critico d’arte. Perché stroncò Parmigianino, Bronzino e Annibale Carracci

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galileo foto per interno con titolo

Il grande fisico e astronomo Galileo Galilei maturò in un ambiente umanistico e artistico più che scientifico. Nato a Pisa nel 1564 da Vincenzo, compositore e teorico della musica, ebbe una profonda educazione sia musicale che letteraria. Conosceva a memoria i classici latini e fu egli stesso poeta, ma non solo: fu un eccellente disegnatore, nutrendo una spiccata passione per le arti figurative. Stando a quanto riportano i biografi, in un primo momento egli era stato addirittura più incline a studiare pittura anziché matematica. Fra i più intimi amici di Galileo vi era il pittore fiorentino Ludovico Cigoli (1559-1613), che gli rimase fedele per tutta la vita e con cui intrattenne un costante rapporto epistolare.

Galileo foto per interno

Nell’Assunzione della Vergine che l’artista affrescò nella cupola di una cappella della basilica romana di Santa Maria Maggiore, si osserva un tributo di stima e lealtà allo scienziato; la luna dipinta sotto i piedi della Madonna è raffigurata esattamente come si era mostrata al telescopio di Galileo, con tutti quei dettagli che contribuirono a provare che gli altri corpi celesti non differivano poi molto dalla nostra Terra. Proprio in una lettera indirizzata al Cigoli, datata 26 giugno 1612, documenta l’interesse di Galileo verso questioni prettamente artistiche . Nello scritto, interamente dedicato al confronto tra la scultura e la pittura, lo scienziato sostiene con forza la superiorità di quest’ultima, andando ad inserirsi, con un contributo finalmente originale, in quell’ormai stanco dibattito intellettuale che aveva trovato il suo punto di massima tensione molto tempo prima, nel Paragone di Leonardo, dove la pittura sferra un’offensiva in profondità nel territorio delle arti liberali, reclamando il proprio primato non soltanto sulla scultura ma anche su musica e poesia.

Scritta con ogni probabilità per andare in soccorso all’amico, che, a Roma, si era trovato coinvolto in una di quelle tediose discussioni circa i meriti rispettivi delle due arti maggiori, la lettera appare composta con caratteristiche di una vera e propria dissertazione accademica, da cui possiamo cogliere quanto l’atteggiamento scientifico di Galileo abbia influenzato il suo atteggiamento estetico e viceversa. La lettera a Cigoli fu pubblicata da Erwin Panofsky all’interno del memorabile saggio del 1954 in cui emergeva l’importante ruolo sostenuto dallo scienziato anche nella scena della critica d’arte (Galileo critico d’arte, riproposto in una nuova edizione da Abscondita).

L’autore sottolineava che Galileo era nato – almeno secondo certe fonti – nel medesimo giorno in cui moriva Michelangelo, quasi ad indicare simbolicamente una sorta di continuità del Rinascimento ed il passaggio di consegne dello spirito innovatore e della resurrezione dell’antico dai campi dell’arte a quelli dell’indagine scientifica; nonché uno dei più accesi sostenitori della ribellione contro il Manierismo che interessò il suo secolo. Emblematica in questo senso fu la sua accesa acredine, dal punto di vista letterario, nei confronti degli “eccessi” e dei lambiccati sperimentalismi del Tasso e la parallela esaltazione dell’armonia ariostesca. Nelle sue Considerazioni al Tasso si intuisce che la scelta fra i due poeti non era per Galileo solo una questione di gusto personale, ma un fatto che trascendeva l’ambito di una pura controversia letteraria: non si trattava cioè solo di due concezioni di poesia, quanto di due atteggiamenti antitetici nei confronti della vita e dell’arte in generale. Prendendo ad esempio alcune immagini prestate dalle arti visive, la demolizione dello stile tassesco della Gerusalemme liberata corrispondeva in ambito pittorico allo screditamento di autori come Parmigianino, Bronzino, Annibale Carracci, mentre l’esaltazione dell’Orlando furioso ammiccava all’arte classica rinascimentale, da Raffaello fino a Giorgione e Tiziano. Dallo studio emerge netto il profilo di uno scienziato libero sì da ogni misticismo, ma anche sensibile ai preconcetti del purista e del classicista, di un esploratore piuttosto che un demiurgo nel campo dell’astronomia, ma – da un altro punto di vista – si staglia quello di uno spirito illuminato da un atteggiamento mentale nei confronti della pittura dominato da una curiosa mescolanza di intuizioni profetiche ed accademismo.
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La verifica operata da Panofsky sul pensiero scientifico galileiano, oltre che sul suo atteggiamento estetico, scaturiva dalla convinzione che su entrambi i campi agisse un’analogia di metodo nel separare e distinguere valori e procedimenti, motivata da una forte tensione razionale e finalizzata alla conoscenza delle “cifre” della natura e al controllo su di essa. Tuttavia, paradossalmente, da tale verifica proviene la conferma della presenza di rivelanti componenti soggettive: se Galileo si impose come fondatore di un paradigma scientifico impostato secondo criteri quantitativi e generali, in realtà non riuscì mai a sfuggire all’insidia di alcune propensioni individuali, che sembrano averne turbato in qualche misura la serenità del giudizio critico, conducendolo all’avversione e al rifiuto, a volte privo di motivazioni plausibili, di ciò che non era accolto nella sua preferenza estetica.

Ecco spiegato secondo Panofsky il vero motivo per cui, ad esempio, Galileo giunse a mostrare nei suoi scritti (anche nel capitale Dialogo sopra i massimi sistemi) una sospetta totale ignoranza delle fondamentali acquisizioni astronomiche di Keplero – con cui intratteneva un rapporto di alleanza a stima -, il quale per primo aveva teorizzato la rotta ellittica delle orbite planetarie. Troppo forti erano per il toscano il fascino della circolarità, la fede nella perfezione del cerchio, sia da un punto di vista matematico che da quello estetico: troppo per fargli ammettere qualcosa di incompatibile con i principi stessi che dominavano i suoi pensieri e la sua immaginazione. L’ellissi non era altro che un cerchio deformato, una figura respinta con enfasi dal Rinascimento e, guarda caso, amorevolmente coltivata dal Manierismo.

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