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Ganimede, la coppa e il pene di Giove nell’arte. Le vergognose voglie dei potenti e dei predatori sessuali

Ganimede il vaso e coppa di Giove… il colto, preso e concupito dal re degli Dèi ha un sussulto di dignità e per una volta, nella storia dell’arte, pur mantenendo il ruolo, coglie, prende, concupisce e lo fa “Cum Privilegio Summi Pontificis”

di Roberto Manescalchi

Nella mutabilità infinita delle debolezze, sogni, illusioni, purezze e perversioni dell’umanità, nella sua condizione intellettuale che prelude quella amorosa niente, fino ad oggi era più chiaro della vicenda tra Giove e Ganimede.

Il comportamento del re degli dei giustificava e rendeva di fatto lecita la pratica della pedofilia (il desiderio e la pratica sessuale nei confronti di un impubere) e della pederastia (il desiderio e la pratica sessuale nei confronti di un adolescente). Quest’ultima pratica, in Grecia, fu pubblicamente riconosciuta, accettata e socialmente codificata. Il giovane veniva chiamato eròmenos (amato) e l’adulto erastès (amante). Nella storia dell’iconografia della vicenda tra Giove e Ganimede il rapporto, inteso come rapporto di pedofilia, è magistralmente illustrato da Rembrandt. Non stupisce che sia così che il pittore fu pur sempre figlio di calvinisti o se più vi aggrada cristiani riformati e la severità della morale di fondamentalisti bacchettoni ha prodotto spesso risultati di pensiero devastanti. Devastanti perché Rembrandt visse nel Seicento in Olanda e non 1600 anni prima in Grecia antica. Nel dipinto del nostro (Galleria Nazionale Dresda, qui sotto)

un’aquila possente ghermisce un piccolo per le braccia intanto che con il becco lo tiene per le vesti che, così tirate su, per forza di gravità mostrano un culetto bianchissimo, che tutto rivela, su cupo e nero paesaggio dell’anima. Culetto a dir il vero abbastanza disgustoso e informe come il resto del bambino tanto che vien da chiedersi come siano possibili simili perversioni che pure, è appurato, esistono. Nell’antichità sostenevano che l’interesse omosessuale del Dio fosse sublimato in interesse per l’anima del mortale ed il bambino avrebbe un anima pura che anelerebbe naturalmente al Dio. Così, con la colpa del bambino, si giustificano e si sono giustificati, in ogni tempo, volgari pedofili che non si son mai chiamati Giove. La rara iconografia proposta da Rembrandt di cui abbiamo anche il disegno preparatorio (sempre a Dresda nel gabinetto disegni e stampe della Galleria, qui sotto)

ebbe scarso seguito, come ci pare giusto che sia. Con qualche variante, la ricordiamo anche attraverso l’opera di Karel van Mander incisa di Albert Haelwegh (qui sotto).


Dalla pedofilia illustrata da Rembrandt passiamo alla pederastia mirabilmente evocata dalla sanguigna e dalla matita di Michelangelo (Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, la sanguigna, qui sotto);

Cambridge (Massachusset), Fogg Art Museum, Harvard University Art Museum la matita Foto 5).

La doppia natura del genio michelangiolesco si rivela attraverso:

a) il giovinetto che lotta con l’aquila (sanguigna) che, incurante della sua disperazione, lo penetra violentemente appena spiccato il volo e a poca distanza dal suo cane che ancora abbaia tanto per fargli comprendere da subito come funzioneranno le cose.

b) il giovinetto che esaurito il moto di ribellione, raggiunge presto la presa di coscienza del ruolo e del proprio appagamento, testimoniato dall’abbandono del capo, dal viso disteso e beato e dalle braccia distese sulle ali dell’aquila. Ganimede non può più celare la sua vera natura. Il cane è ora lontano e, appena accennato, più non abbaia.

Potrebbe sembrare che la nostra sia una visione distorta del problema, il Ganimede penetrato in volo dall’aquila una nostra recondita perversione che potrebbe non essere chiaro, dimostrato e o completamente esplicito il fatto. Maschio con maschio è pur sempre apologia del diverso, dell’eternamente condannato che certamente meno fastidio ha dato, nel corso dei secoli, il cigno tra le cosce di Leda. Fastidio facilmente sopportato anche in presenza di sesso più che esplicito come nel caso dell’ opera attribuita a Francois Boucher (Collezione privata, qui sotto).

Che il Ganimede penetrato in volo non sia frutto della nostra fantasia, tuttavia è testimoniato fin dall’antichità in infiniti modi: 1) Un inno alla pedofilia pare il neonato Ganimede, inarcato in avanti e violato dal sacro membro dell’aquila (Giove – in posizione più che significante -) nel ciondolo di arte ellenica del Cabinet des medailles di Parigi (qui sotto) (user: Sailko – Wikimedia Commons)

e, molto più tardi, nel nostro fine Settecento esplicita quanto brutta è l’iconografia di un mediocre, ma celebrato Francesco Bartolozzi da Giovanni Battista Cipriani che mostra l’aquila ed il fanciullo in un inequivocabile piacevole gioco del trenino (Foto 8).

Ma il quasi caricaturale Bartolozzi non inventa niente che più che esplicita – questa volta di rara bellezza ed equilibrio – è l’aquila che penetra il ragazzino – Statuaria classica, II sec. dopo Cristo – già del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani e oggi al museo archeologico di Venezia (qui sotto).


Dell’aquila in volo con ragazzino più o meno penetrato e o con culo ignudo, anticipazione e preludio dell’atto, è piena la storia dell’arte. Inutile sarebbe fare l’elenco anche se alcune prove sono eccelse più che notevoli e perciò non possiamo fare a meno di ricordare, certi di dimenticarne molti: Rubens, Correggio, Annibale Carracci – qui sotto, in un’incisione del Cesio da un affresco di villa Farnese dove i due soggetti sono colti in uno sguardo di compiacente e goduta complicità -.

La veloce e rapida carrellata sull’iconografia relativa al mito impone ora un breve esame del Giove con il suo vero aspetto e non più sotto forma di Aquila che ghermisce. Giove attende al preludio amoroso con il giovane coppiere degli dei – questo il definitivo ruolo del giovane rapito -. Il padre di Ganimede -non abbiamo capito bene chi si sia accoppiato con la naiade Calliroe per generarlo… Sembra sia stato tra Troo, re dei Dardani, ma alcuni sostengono che fu Ilo, suo figlio ed altri Lameodonte, suo nipote – aveva già ricevuto in dono da Giove una coppia di immortali rapidissimi cavalli e un aureo tralcio opera di Efesto. Il problema delle carni delle sue carni violate dal padre degli dei era, quindi, abbondantemente superato e poi, il figlio, guadagnato l’olimpo, era o non era divenuto immortale? Giove che ha ripreso il suo aspetto naturale è colto intanto che, Ganimede sottobraccio, si avvia a passi veloci, probabilmente verso un letto, in un gruppo di terracotta, del Cinquecento a.C. circa, rinvenuto in un tempio di Olimpia (qui sotto).

Ma un Ganimede un po’ effeminato, con l’opulenza dei fianchi propria di un ermafrodito, è affrescato anche anche in Ostia antica (qui sotto).

Peccato che di Giove sia rimasta solo una mano protesa verso il viso del giovane in un preludio di carezza. La forma latina del nome del giovinetto con le funzioni di Ganimede era Catamitus (da cui catamite che sta per giovane partner sessuale passivo ricettivo… coppa, anfora, coppiere che è portatore di coppa). I latini avevano ben appreso e del resto, pur parlando di vizio greco, si concedevano volentieri qualche fanciullo come, per altro ben testimoniato dall’ argentea Warren cup del British Museum (qui sotto).

Per dovere di cronaca dobbiamo registrare che c’è chi, a dispetto del British, ritiene la coppa un clamoroso falso anche se questo non inficia il nostro argomentare che potremmo facilmente produrre altre infinite immagini a sostegno di quel che andiamo raccontando. Tutti sanno, ad esempio, del come Adriano imperatore innalzò in apoteosi il giovane amante Antinoo e da morto lo fece diventare addirittura un Dio. Questa fase e o stadio della storia è superbamente immortalata nell’affresco staccato e riportato su tela di Anton Raphael Mengs, oggi a Roma nella Galleria Nazionale d’Arte Antica, Palazzo Barberini (qui sotto).


Giove non bacia ancora Ganimede e l’artista lo ha immortalato nell’attimo che precede il bacio… anche se si avverte chiaramente che l’atto sarà espletato e la coppa colmata. Tarda ovviamente l’opera di Mengs, ma l’autore, che realizzò un’evidente opera d’arte, in realtà produsse un finto affresco romano con l’intento di ingannare l’amico Johann Joachim Winckelman… Lo ingannò è mantenne il segreto. Winckelman non seppe mai che il superbo affresco romano ritrovato a portici e che aveva pubblicato, trattandone con entusiasmo, nella prima edizione della sua storia dell’arte era opera dell’amico anche se qualche dubbio deve essergli venuto che ruppe l’amicizia e cancellò l’opera dalla seconda edizione. Un evidente debito di iconografia è dovuto da Mengs a Raffaello e Giulio Romano che per altro furono certamente esperti di cose antiche. Il loro Giove, affrescato alla Farnesina, sta già baciando cupido (qui sotto)

e del resto Raffaello e Giulio che ci parrebbero ben addentro alle problematiche qui trattate, almeno a giudicare dal doppio ritratto in cui si presentano vestiti in pendant e non solo… (qui sotto) non potevano non aver realizzato un capolavoro che fosse di sicuro stimolo per altri.

Il debito contratto da Mengs nei loro confronti ce lo rivela appieno Wilhelm Böttner qui riprodotto in incisione da anonimo, (qui sotto) qualche anno dopo.

Böttner toglie le ali a Cupido ed ecco che ci appare la scena dipinta da Mengs con il giovinetto semplicemente rigirato (artificio, secondo noi, per l’inganno di Winckelman). Questo breve, manchevole, ma indispensabile, viaggio per arrivare ad un’ultima, strana, più unica che rara, iconografia di Giove e Ganimede che ci viene da Cherubino Alberti. Il più dotato di una famiglia di diciannove artisti, incisore e pittore ufficiale di tre Pontefici in Roma tra Cinquecento e Seicento. Cherubino Alberti è un virtuoso del bulino lo testimoniano oltre duecento lastre di rame incise nell’arco di una vita operosa. I suoi lavori lo pongono, senza se e senza ma, nella storia dell’incisione, quale trait-d’union tra Dürer e Rembrandt. Cherubino aveva già riprodotto gli affreschi di Raffaello alla Farnesina ed anche Giove che bacia amore. La numero 1 di una serie di nove piccoli tondi, (qui sotto),

ma la stampa è tra le tante già documentate, in linea con il racconto mitologico, la tradizione iconografica e senza niente di strano. Stampe partite per il nord Europa per magnificare le bellezze romane ed invogliare pellegrini ad intraprendere il viaggio in vista di un qualche giubileo durante il quale fare incetta di indulgenze atte ad assicurare all’anima vita migliore. Cherubino aveva inciso una marea infinita di Santi e Madonne e anche tutta o quasi la Sistina e poi di colpo, significativamente innovativo, il suo Ganimede… la numero 2 dei piccoli tondi. Conosciamo la stampa in originale e controparte (qui sotto)

entrambe le lastre con il monogramma del maestro e della medesima squisita fattura. Supponiamo che la prima lastra si sia esaurita velocemente a suon di centinaia di copie e che sia quella con su scritto: Polydorus de Caravagio in. (Polidoro da Caravagio Inventò), e Giove, a destra di chi guarda, che abbraccia Ganimede. Non abbiamo trovato l’originale di Polidoro e non sappiamo se l’ ‘invenzione’ sia realmente di Polidoro, ma di questo non ci sarebbe da dubitare che l’autore dell’incisione lo dichiara. Precisiamo allora che non siamo sicuri che lo sia anche nel particolare che andremo ad analizzare che il particolare potrebbe essere stato modificato dal virtuoso del bulino ad uso e consumo della sua incisione. Ganimede ora sovrasta Giove di mezza testa ed ha uno sguardo ed un ghigno assolutamente equivoco e da essere vissuto e navigato. Quasi un modernissimo viado che si prostituisce per soldi. Ha il braccio destro proteso verso un alberello con un unico frutto e lo sta cogliendo. Qualche puritano ha scambiato il frutto per una borsa di soldi (doveva avere una stampa di pessima qualità) e l’ha considerata un’allusione alla prostituzione. Le nostre prove sono freschissime entrambe ed inequivocabile, come si può ben vedere, è la forma del frutto colto da Ganimede (qui sotto).

Si tratta indubitabilmente di un gruppo: fallo scroto con dentro i testicoli. Insomma ‘na cippa de cazzo’ e non criticate il mio ‘francese’ che l’interlocuzione è già stata sdoganata da Alberto Sordi nel film ‘Un fenomeno paranormale’ del 1985 per la regia di Sergio Corubucci. Cinema? Tranquilli che sempre d’arte si tratta! Inoltre ed in aggiunta di alberi della vita con rami carichi di falli abbiamo contezza e non ci risultano invece alberi con, appese ai rami, borse di soldi. Insomma Ganimede non subisce più e prende finalmente l’iniziativa. Ci viene subito in mente Curione che defini Cesare ‘marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti’. La battuta fu subito diffusa da Cicerone con disappunto evidente di non esserne autore. Giove come cesare? Giove predatore e allo stesso tempo succube di questo modernissimo trans? Il pedofilo e pederasta che finalmente prova su se stesso sulle sue carni lo stupro e la violenza? Chissà, magari ne avrà pure goduto che pare sia questione d’abitudine! Certo i ruoli sembrano essersi ribaltati e in quella che dovrebbe essere la controparte, sparito il ricordo di Polidoro compare la scritta Cum Privilegio Summi Pontificis (qui sotto).

Difficile sapere quale fosse il Pontefice che ha concesso il privilegio si potrebbe cominciare con Gregorio XIII salito al soglio pontificio nel maggio del 1572 e che Cherubino ritrasse in incisione e si potrebbe terminare con Urbano VIII Pontefice nel 1628. Cherubino era già morto da tredici anni nel 1615 – Principe dell’Accademia di San Luca -, ma, nel 1628, gli eredi ebbero il privilegio per la tiratura di un congruo numero di lastre. Magari anche quella di Giove e Ganimede e potrei anche controllare… cui prodest? Ci piacerebbe poter credere invece, in parte è certamente così, che dopo un primo periodo romano di incisioni religiose il nostro si sia rivolto progressivamente all’esplorazione e alla descrizione dell’eros e del mito frutto di un attento ed accurato studio dell’antico. A Roma nella seconda metà del Cinquecento ci furono gravissimi disordini come è testimoniato da varie cronache. Guido Gualtieri, marchigiano, ci racconta che “… a Roma sembra non farsi altro che rubare e ammazzare: molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali erano levati dal mondo”. Negli anni dal 1567 al 1570 nei confronti dei frati di San Domenico Maggiore furono emesse diciotto sentenze di condanna per scandali sessuali, furti ed omicidi. I cani del Guzmán inquisitori non risparmiavano, a torto o ragione, neanche i loro fratelli. Nel 1582 Giordano Bruno pubblica a Parigi il Candelaio. Protagonista della commedia di Bruno e testimone del disprezzo del filosofo nei confronti dei frati cui rimproverava una manifesta ignoranza è un suo confratello. Tale Bonifacio da Napoli, candelaio, ossia sodomita. Nel1582 Cherubino incide i dieci vasi con scene erotiche da Polidoro da Caravaggio. Proponiamo l’incisione del vaso n° 1 (qui sotto).

Polidoro li aveva affrescati in monocromo nel fronte di palazzo Milesi in via della Maschera d’Oro intorno al 1525/6… un po’ prima di riforma e contro riforma. Vasari delfini quel fronte “opera che di bellezza e di copia non potria migliorare”. Ma Vasari fu smentito che, nel 1576, al centro della facciata, Cherubino Alberti realizzò una maschera dorata (da cui il nome della via) sostenuta da un putto al centro di un festone. Del 1584, pubblicata a Londra in italiano e giunta subito a Roma è l’opera filosofica: Spaccio della bestia trionfante. Forse per qualche anno Cherubino si illuse che Giove potesse riuscire a cacciar via dal cielo dell’olimpo i vecchi vizi per sostituirli con nuove virtù, ma l’arresto del filosofo a Venezia il 23 maggio del 1592 e la sua estradizione a Roma, concessa dal senato veneziano il 27 febbraio dell’anno successivo devono in qualche modo aver minato definitivamente, nel caso ci fossero state, le certezze e le speranze di Cherubino. Tanto da pensare bene, con il Ganimede che coglie il frutto e riguardo ai vizi, di introdurne addirittura di modernissimi e nuovi coinvolgendo lo stesso Giove. In quel periodo arriva a Roma il ciclone Caravaggio e i due che hanno sicuramente affinità elettive non possono non attrarsi anche se quel che ci resta del loro rapporto è solo il fatto che allorché il Merisi fu imprigionato a Tor di Nona (1605), per una delle sue tante “intemperanze”, Cherubino Alberti, Prospero Orsi, Girolamo Crocicchia ed Ottaviano Gabrielli fecero una colletta e versarono cento scudi di cauzione per la sua scarcerazione. Certamente l’Alberti fu attratto dal genio del secolo e non può essere altrimenti, ma potrebbe giovare anche sapere che lo stesso fu omicida, in Roma, prima di Caravaggio. Ebbe più fortuna che ammazzò uno che, evidentemente, contava meno di Ranuccio Tomassoni e, con più fortuna dell’amico, se la cavò prima con un salvacondotto di sei mesi entro i quali avrebbe dovuto finire di dipingere la Sala Clementina e poi, nell’agosto del 1598, a pitture ultimate, il Pontefice fece finta di non ricordarsi della condanna di sei mesi prima. Per non andare fuori del seminato ci serve ricordare che anche il genio indiscusso della luce e del buio era esperto e perito del tema qui trattato. Sembra che abbia ritratto nudo come lascivo amore vincitore (Galleria Nazionale Berlino, qui sotto)

il suo aiuto e, secondo i maligni, amante. Parliamo di tale Cecco Boneri, i più maligni sostengono che il ragazzo abbia prestato il volto a tante altre opere, ma quelli veramente corrosi da odio e invidia sostengono addirittura che Caravaggio abbia ritratto per ben due volte, nello stesso quadro, da angolazioni diverse anche tale Mario Minniti, amico, che pare sia un eufemismo, e modello preferito. Si tratterebbe del Concerto oggi al Metropolitan di New York (qui sotto) dove il Minniti avrebbe prestato il volto sia all’angelo in alto a sinistra che al suonatore di liuto che abbiamo di fronte.

Ritornando a Cherubino consideriamo il passaggio mentale dal Dio unico delle prime cento lastre, più o meno, agli Dei dell’Olimpo, ai loro amori e perversioni con anche qualche novità. Chissà se chi ha concesso il privilegio ha visto, non ha visto, ha fatto finta di non vedere il frutto colto da un avveniristico Ganimede? Via della Maschera d’Oro è a due passi da via della Scrofa dove il nostro aveva bottega e a quattro da via di Ripetta dove aveva casa. Si alzavano presto gli artisti e oggi, scoperto l’osceno, ci va di pensare che non abbia acceso il fuoco in bottega in quel gelido mattino presto del 17 febbraio del 1600, ma si sia incamminato a passi veloci verso Campo dei Fiori per riscaldarsi l’anima con il fuoco delle carni di Bruno. Magari a voi la spiegazione della sua trasformazione non convince, ma noi crediamo che niente avvenga per caso e siamo quasi sicuri, di certo lo speriamo che ci farebbe piacere*, che anche il “maledetto” – magari dopo una notte a puttana che “Giove” non faceva distinzione di buchi, importante era la bellezza – prima di andare a letto e o prima di andare al lavoro in San Luigi dei Francesi abbia dovuto trattenere il fiato per non respirare. L’ odore delle carni al rogo di uno dei simboli universali del libero pensiero doveva essere piuttosto acre e pungente nel Campo. Certamente pervase a lungo la piazza e si diffuse ben oltre che il mondo delle idee non ha recinzioni. Da allora la vita di Michelangelo fu tanto trionfale dal punto di vista professionale quanto catastrofica da quello umano fino all’epilogo su una spiaggia dell’Argentario. Di Cherubino, in ultimo aetatis suae, ricordiamo l’incisione di quattro coltelli da un disegno di Francesco Salviati. I manici, pervasi di raffinato e variegato erotismo (qui sotto) testimoniano la provenienza da una tavola imbandita per gli Dei dell’Olimpo.

Se non altro in ossequio a quella storia comparata delle idee che ha in Aby Warburg il suo mentore e a tutti quelli che attenti a ciò che e sopravvivenza, inquietudine, irrazionale, magico e fiabesco sognano. Sognano con sul comodino, sorta di viatico, il suo, fondamentale: “La rinascita del paganesimo antico”.

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