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I vampiri nella cultura. Sapete cosa c’è di vero nel morso contagioso? Mito, storia, arte e cinema

Legato al rapporto tra morti e vivi, tra malattia infettiva e morte, tra castità e sessualità, il mito dei vampiri attraversa la cultura popolare sin dall’antichità. Ma quale fu l’origine prima dei vampiri, immagine che fu poi rielaborata e si prestò ad accogliere diverse paure dell’umanità? Già gli antichi romani ritenevano che gli Strigidi – uccelli notturni come il gufo, civetta, allocco – fossero in grado di uccidere i neonati, assumendo la forma umana di streghe, e bevendo il sangue. Era un modo per spiegare le morti in culla e le numerose patologie che potevano portare a una morte inspiegabile. Il pallore estremo dei piccoli morti faceva ritenere che qualcuno ne avesse succhiato il sangue nella notte. E bastava guardare nei pollai, dopo l’attacco di misteriosi animali notturni – donnole e faine soprattutto – per vedere la strage reale di pollame da parte di animali che uccidevano tutte le galline, limitandosi a tagliarne la giugulare per succhiarne il sangue, senza mangiarne le carni. E’ pertanto probabile che Strigidi, donnole e faine fossero uniti – come percezioni d’azione – da parte delle nostre antenate. E’ singolare notare anche il fatto che i piccoli predatori notturni, con i loro canini affilati, siano in grado di portare, attraverso il morso, l’idrofobia o la rabbia. Probabilmente è questa terribile malattia contagiosissima che sviluppò in modo più preciso il mito vampiresco.
Fu osservando i comportamenti demoniaci – perchè totalmente avulsi dalla normalità – di animali e persone colpite dall’idrofobia – diffusa da cani, lupi volpi e piccoli predatori, quali le donnole o le faine – che l’umanità stabilì un rapporto spesso diretto tra morso, sangue e contagio. Non si esclude che, come avviene nell’America del Sud, dove le morti per rabbia sono causate soprattutto da pipistrelli, anche nel passato europeo alcune comunità di pipistrelli presentassero la malattia della rabbia. E comunque, a partire dal XVI secolo, dopo la scoperta dell’America, questa associazione d’idee – morso del pipistrello-rabbia – aumentò. Quanto non è un caso che pipistrelli – portatori di rabbia – e lupi mannari – portatori di rabbia – siano uniti, sotto il profilo del folklore. Ma le leggende si basano su numerosi terribili avvenimenti reali, che richiamarono l’attenzione degli scienziati e dei governi, specie nell’Europa dell’Est e, in particolar modo in Romania, in tempi non troppo lontani.
Il termine “vampiro” – di complessa etimologia, derivante dalle aree slave – divenne popolare solo agli inizi del XVIII secolo quando l’isteria collettiva, comunemente conosciuta come la “Controversia sui vampiri del XVIII secolo”, infuriò per una generazione. Il problema fu aggravato dalle epidemie rurali di acclamati attacchi di vampiri, causati indubbiamente dalla superstizione presente nelle comunità dei villaggi, dove venivano disseppelliti cadaveri e trafitti con paletti di legno. Nonostante molti studiosi dichiarassero che i vampiri non esistevano, e attribuissero gli eventi a sepolture premature o alla malattia della rabbia, la superstizione aumentò. Don Augustine Calmet, un rispettato studioso e teologo francese, compose un esauriente saggio nel 1746, in cui però rimase ambiguo circa l’esistenza dei vampiri. Calmet raccolse testimonianze di incidenti riguardanti i vampiri; numerosi lettori, tra cui un critico Voltaire e demonologhi convinti, interpretarono il saggio come una dichiarazione di esistenza dei vampiri. Nel suo Dizionario filosofico, Voltaire scrisse: «Questi vampiri erano cadaveri, che uscivano dalle loro tombe la notte per succhiare il sangue dei vivi, sia dalle loro gole che dai loro stomachi, e poi tornavano nei loro cimiteri. Le persone a cui succhiarono il sangue si indebolivano, divenivano pallide e iniziavano a consumarsi, mentre i cadaveri che succhiavano il sangue prendevano peso, la loro carnagione si faceva rosea e godevano di un grande appetito. Fu in Polonia, Ungheria, Slesia, Moravia, Austria e nella Lorena che i morti poterono così gioire.» La controversia cessò solamente quando l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria mandò il suo medico personale, Gerard van Swieten, a investigare sulle acclamazioni di entità vampiresche. Egli concluse che i vampiri non esistevano e l’Imperatrice approvò una legge che proibiva l’apertura e la profanazione delle tombe e dei cadaveri, ponendo fine alla controversia. Nonostante ciò, i vampiri continuarono ad esistere nelle arti e in alcune superstizioni locali.
I folcloristici vampiri dell’Europa dell’est presentavano una notevole varietà di rappresentazioni, dal simile agli umani al cadavere putrefatto. Fu il successo del romanzo Il vampiro di John Polidori (1819) ad instaurare la carismatica e sofisticata figura del vampiro nelle arti che influenzò le opere vampiresche del XIX secolo e ispirò personaggi come Varney il vampiro e il Conte Dracula.
È però il romanzo Dracula, scritto nel 1897 da Bram Stoker, ad essere considerato la quintessenza del romanzo vampiresco e che fornì le basi per le opere moderne. Dracula trattò una mitologia costituita da lupi mannari e altri demoni dando voce «allo stato d’ansia di un’epoca”.
La malattia della rabbia è stata collegata, con efficacia, al folclore vampiresco. Il dottor Juan Gómez-Alonso, un neurologo all’Ospedale Xeral a Vigo, in Spagna, scrisse di questa possibilità nella rivista scientifica Neurology. La suscettibilità all’aglio e alla luce potrebbero essere dovute a una ipersensibilità, che è sintomo della rabbia. La malattia può inoltre attaccare parti del cervello e causare disturbi del sonno (schemi del dì e della notte ribaltati) e ipersessualità. Fu proprio questa agitazione estrema, all’inizio della malattia, e l’ipersessualità a portare il vampiro nel campo dell’eros e a rappresentare, finite le grandi epidemie di rabbia, le malattie sessualmente trasmissibili, che creano catene di contagio.

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