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Il battagliero zoo di Girolamo. Leone, upupa, pavone, cardellino…

di Federico Bernardelli Curuz

Bartolomeo Montagna, San Girolamo

Bartolomeo Montagna, San Girolamo

Due docili, statuarie figure scrutano l’infinito davanti a loro e, come silenziosi guardiani, introducono la scena dietro di sé. Si tratta di san Girolamo accompagnato dal fido leone, attributo e amico inseparabile dall’espressione severa e assorta.

L’intensa atmosfera mistica (sottolineata da un irreale cielo dorato) e, soprattutto, una scena intrisa di simboli e allegorie permettono un facile e sicuro riconoscimento del protagonista. Primo traduttore della Bibbia dal greco al latino (la Vulgata), Girolamo viene spesso rappresentato, come in questo caso, col Sacro Libro appresso. Simbolo dell’eremita è anche il crocifisso che emerge dal groviglio di cespugli alle sue spalle. A permetterne comunque una vincolante identificazione è sicuramente il leone che, secondo la leggenda, sarebbe stato oggetto delle cure del santo, il quale l’avrebbe liberato da una fastidiosa spina conficcata nella zampa, ottenendo in questo modo un’eterna gratitudine che avrebbe trasformato l’animale in un fedele compagno. Un altro santo ha come attributo il leone. E’ San Marco. Ma i due sono facilmente distinguibili perchè il leone di San Marco somiglia a quello che è simbolo di Venezia e perchè San Girolamo è sempre un vecchio con la barba.


Nel San Girolamo dipinto da Bartolomeo Montagna, lo stretto legame tra il massiccio, regale predatore e l’eremita viene portato all’estremo spingendo il primo ad assumere una postura che rispecchia quella dell’altro – da rilevare infatti la zampa destra dell’animale che richiama la gamba e il piede corrispondenti, inclinati verso destra -, per non parlare della barba del santo, che poco si discosta dalla forma e dalla consistenza della criniera leonina.

 

Upupa

Upupa

Cardellino

Cardellino

In contrasto con queste due figure compare un’upupa, quale simbolo del male. L’upupa, infatti, non godeva di una buona fama poiché essa, secondo antiche credenze, si sarebbe nutrita di escrementi umani e avrebbe vissuto fra le tombe. Il sangue di questo uccello avrebbe pertanto avuto proprietà malefiche.

Ad osteggiare il vistoso volatile – nel rapporto binario Bene-Male, che ritma il dipanarsi del dipinto -, il cardellino appostato su uno dei pali che sostengono il ponte, che, per il colore rosso della parte superiore del capo, allude al sangue della Passione di Cristo, divenendo pertanto un simbolo oppositivo di natura benigna.

Un gruppo di frati, avvolti in ampie tuniche e in scuri cappucci e quasi tutti con barbe candide, anima la scena retrostante. Alcuni di costoro sono intenti alla preghiera e al lavoro; altri fanno capolino dalle porte e dalle finestre scavate nei robusti muri del monastero che, con la loro definizione rigorosa dei volumi, avvicinano l’artista vicentino alla lezione di Antonello da Messina.

Gli uomini e l’edificio sembrano comunque fare solo da cornice a ciò che appare al centro dell’opera. Nella verde arena, il pittore colloca diversi animali, ai quali è affidata la funzione di rappresentare l’eterna lotta tra gli opposti, tra Cristo e il demonio. Chi vincerà, impossessandosi del cenobio?

 

Pavone

Pavone

Tre animali, in particolare, rafforzano la valenza allegorica del dipinto. Sopra a tutti, appollaiato su uno spiovente, un pavone che sembra osservare, con elegante distacco, ciò che succede sotto di sé. Qual è il significato del variopinto volatile? Secondo i Romani il pavone, una volta ucciso, non imputridisce, e la sua forma è destinata a restare miracolosamente immutata. Questa incorruttibilità corporea fu subito associata all’immortalità e alla resurrezione di Gesù Cristo. Ecco quindi il figlio di Dio, approdato sul tetto del cenobio, garantire la protezione ai frati.

Il pavone, nell’opera di Bartolomeo Montagna, sovrasta un cervo e una scimmia che appaiono posizionati su un’immaginaria linea retta, legati allegoricamente tra loro, pur se disposti in senso contrario. Anche lungo tale vettore si ripete quello che è il leitmotiv dell’intera scena, ovvero il contrasto tra ciò che è diabolico – in questo caso la scimmia, simbolo del male e del diavolo, a causa del carattere dispettoso e frivolo – e ciò che è divino – il cervo, visto come immagine del bene (in quanto nemico del serpente), dell’anima che anela a Dio (inclinazione benefica che ritroviamo nel Salmo 42: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, Dio”) -; due opposti che si respingono, allontanando ogni insidia dalle sacre mura.

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