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Il laboratorio dice sì: “Stessi pigmenti, questo è un nuovo Van Gogh”

I laboratori d’analisi dicono sì e quello che era un dipinto anonimo, sconfessato anni fa dalla stesso museo Van Gogh di Amsterdam, diviene un’opera certa del maestro olandese. Si tratta de Il tramonto di Montmajour, ora presentato con toni trionfalistici dalla stessa direzione museale olandese. Sì, trionfalistici perchè era dal 1928 che non si scopriva un “nuovo” Van Gogh da aggiungere con certezza al catalogo generale. Il quadro è un olio su tela di dimensioni notevoli – 93,3 x 73,3 centimetri – e rappresenta un bosco, all’ora del trascolorare dell’atmosfera. Il quadro è di un collezionista privato norvegese, che l’aveva comprato come opera di un altro autore. Comunque il proprietario capì di essere al cospetto di un una pittura molto vicina a quella di Van Gogh. Ed ecco partire le prime verifiche, negli anni Novanta. Essendo privo di firma, nonostante le pennellate fratte, a tratteggio, che caratterizzano le opere del maestro – sempre caratterizzate da quello che potremmo definire un approccio disegnativo alla tela – il dipinto era stato “bocciato” dal museo, che lo riteneva un’opera in stile o comunque di un altro autore. Ciò anche perché, dobbiamo ammetterlo, il quadro non è tra quelli migliori di Van Gogh, in quanto si presenta piuttosto piatto – il verde appare come un muro, senza elementi prospettici – nonostante la presenza dei vigneti, della rocca e delll’abbazia benedettina di Montmajour sullo sfondo.-  e, a causa dell’ora in cui venne realizzato, tende allo spegnimento dei colori che rendono normalmente piuttosto squillante e brillante  la tavolozza del maestro.

Più che a un tramonto siamo, infatti, al cospetto dell’avvio di un momento crepuscolare. Fortunatamente – a dimostrazione che in campo attributivo i quadri incerti non sono mai totalmente da dimenticare – i responsabili del museo, pur in assenza di firma, hanno osservato che il supporto – cioè la tela – era identico a quelli utilizzate da Van Gogh, durante il periodo del suo soggiorno ad Arles, nella Francia Meridionale. “E’ già una rarità il fatto stesso di poter aggiungere un nuovo pezzo all’opera dell’artista – hanno detto al Museo -. Ma quel che rende la scoperta ancor più eccezionale è il fatto che si tratti di un lavoro di transizione, e oltretutto di un dipinto a grandezza intera, del periodo in cui l’artista era al culmine della carriera. Un evento di simile portata non s’era mai avuto nella storia del Van Gogh Museum”. Al periodo del Tramonto risalgono dipinti celeberrimi quali “Girasoli”, la “Casa Gialla e la “Camera da letto”. Gli studiosi hanno confrontato tela e fondale con quelli di un altro dipinto certo del pittore,  “Arles, le rocce”, conservato al Museum, di Houston, che venne dipinto nell 1888, catalogato nel 1890 e venduto all’inizio del Novecento  e che testimonia la ripresa visiva di un paesaggio geograficamente molto vicino all’opera di nuova attribuzione.  Questi indizi, pur in assenza di firma, hanno indotto i ricercatori a compiere una verifica di laboratorio sui colori utilizzati nel Tramonto di Montmajour.

La composizione chimica dei pigmenti – cioè le sostanza coloranti stemperate nell’olio di lino – è identica a quella della tavolozza di Van Gogh durante il periodo di Arles. Esiste cioè una perfetta coincidenza chimica tra colori. Un altro indizio importante è costituito dal fatto che, nella parte posteriore del quadro, è stato trovato il numero 180 con il quale il quadro era stato catalogato nel 1891, dopo la morte dell’artista.

Sul motivo della mancanza della firma ci sarebbe da discutere a lungo. L’ipotesi principale è che il maestro non avesse ultimato l’opera – la firma, anche per Van Gogh, costituiva un suggello di approvazione -, che si preparasse a qualche correzione o che non la ritenesse a livello della propria produzione o comunque pronta per essere mostrata.

Van Gogh si era trasferito ad Arles proprio nel 1888 ed era rimasto particolarmente affascinato dai dintorni del vicino Montmajour, dove andò, per passeggiare e trarre spunti dal vero, decine e decine di volte.  Il fascino che su di lui esercitava quel paesaggio viene confessato in una lettera al pittore Emile Bernard: “E’ un enorme tratto di campagna piatta, di cui si può avere una ‘vista da uccello’ dalla cima di una collina – scriveva all’amico e collega Emile Bernard -. Vigneti e campi di grano appena raccolto, il tutto che si moltiplica all’infinito, estendendosi fino all’orizzonte come la superficie di un mare, limitato dalle piccole colline della Crau”.

 

 

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