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Il mercato scopre Piranesi, pessimista che amava il classico

di Armando Pavan

Un autore per pochi. Che esige notevoli competenze culturali, non solo nello specifico artistico. Eppure il suo destino è stato – e in una certa misura ancora è – quello di farsi apprezzare come buon vedutista, esperto di architettura romana antica e classico-moderna (lui stesso, del resto, era architetto) che univa al gusto antiquario per la monumentalità una vena personale inclinante al fantastico. Perciò, collezionisti a parte, molte sue “vedute”, incise all’acquaforte su fogli perlopiù di grande formato, facevano bella mostra di sé alle pareti delle case nobiliari o della buona borghesia otto-novecentesca in luoghi di passaggio e comunque in locali il più delle volte non troppo impegnativi. Diversamente da quanto accadeva ai fogli di altri suoi conterranei del Settecento, che ottenevano collocazioni più prestigiose: un Canaletto, ad esempio, o un Bellotto. Si sta parlando di Giovan Battista Piranesi, al quale, tra l’altro, la penultima “Triennale europea dell’incisione” ha dedicato una bella mostra al Castello di Gorizia, curata da Enzo Di Martino. E che ha più recentemente goduto di altri due momenti di riflessione: a Milano, presso la Fondazione Mazzotta, e poi a Chiari (Brescia), in una riproposizione della rassegna meneghina (“Piranesi. Antichità romane-Vedute di Roma”). L’iniziativa goriziana ha stabilito una volta per sempre luogo e data di nascita dell’artista (con tanto di atto di battesimo esposto in copia), come d’altronde ribadito da Di Martino anni fa e ipotizzato addirittura ottant’anni or sono da Henri Focillon, il massimo studioso dell’incisore veneto: nato, quest’ultimo, a Venezia il 4 ottobre 1720 e battezzato nella chiesa di S. Moisè. Con buona pace di tutti i cataloghi di vendita di case d’asta e gallerie, che continuano a farlo nascere invece a Mogliano Veneto. Anche le stime di mercato per i fogli – fatta salva la suite in sedici tavole delle “Carceri d’invenzione”, da secoli considerata frutto di un’architettura mentale tra il bizzarro e il noire (in questo senso, come apogeo di un autore a suo modo inquietante, valutata a sé) – fino a pochi anni fa non reggevano il confronto con quelle di autori coevi, benché qualitativamente non superiori: ancora nei primi anni Ottanta, un pezzo delle “Vedute di Roma” in buone condizioni si batteva in asta a poche centinaia di migliaia di lire, contro le valutazioni del solito Canaletto, che pure, nei vari stati ed edizioni, non costituiva certo una rarità. Negli ultimi tempi le distanze si sono ridotte, tanto che un buon Primo stato delle “Vedute” di Giovan Battista – due delle 137 tavole sono peraltro opera del figlio Francesco – si acquista ormai nelle gallerie private a suon di milioni (da tre a cinque, mediamente). Va detto, tuttavia, che accanto alla superficiale lettura dei pezzi incisi, sulle stime ha esercitato un peso notevole la quantità di fogli ancora disponibile, per via delle numerose edizioni stampate già durante la vita dell’autore, poi a cura del figlio e quindi lungo l’Ottocento. Formatosi come architetto a Venezia, prima ancora, cioè, di raggiungere Roma (1740) ed entrare nella bottega dell’incisore Giuseppe Vasi, nel corso della sua esistenza Piranesi non avrà molta scelta: la scarsità di incarichi lo indurrà ancor più a riversare le competenze acquisite in campo architettonico nella trattatistica e, per nostra fortuna, soprattutto nell’incisione all’acquaforte, talvolta (è il caso delle “Carceri”) con interventi a bulino e puntasecca. Ultimata la sua formazione grafica nella prima metà degli anni Quaranta, anche attraverso lo studio condotto sulle opere di Giovan Battista Tiepolo, Michele Marieschi, Canaletto (e, per loro tramite, sulle produzioni secentesche dei Della Bella, Castiglione, Ricci e Rosa), Giovan Battista inizia la pubblicazione delle “Vedute” romane, che lo accompagnerà per tutta la vita, sotto varie titolazioni ed in tirature diverse. Cresce intanto il suo interesse per l’archeologia, che si traduce, sul piano artistico, in una presenza più frequente di brani architettonici della Roma antica nelle acqueforti e, sul piano culturale, nell’impegno volto a riproporne la grandezza in chiave etico-civile. La querelle aperta negli anni Sessanta con Johann Winckelmann e le correnti di pensiero vicine a quest’ultimo, che guardano all’arte antica di Roma come ad una scialba, quando non rozza copia di quella greca, si riversa nelle tavole incise, esaltando le strutture, i materiali, l’eroica monumentalità dei ruderi e persino dei siti, omogenei, nella loro ideazione spaziale, alle strutture architettoniche, con un impianto ed un segno che fanno di quei resti apparizioni emozionanti, improvvise e grandi. Via via, sono coinvolte nella lettura le architetture dei maggiori progettisti moderni, che hanno saputo lasciare nella città dei Papi rilevanti segni del loro legame con l’antico, genialmente rivissuto nella lontananza: i Michelangelo, ad esempio, o i Raffaello. Ma, insieme, viene maturando la coscienza del distacco, della lontananza incolmabile: il lungo filo rosso che legava l’antico al moderno è spezzato. Possono mai le anonime, inconsapevoli figure vaganti qua e là sotto i monumenti, entrare nell’universalità, spingersi alle radici del proprio passato? Il pessimismo culturale taglia trasversalmente la continuità storica. Così cresce la vegetazione tra le pietre e i coppi, le morsure dell’acido calano ombre sulle facciate, i cieli si fanno autunnali, la piccola umanità che si agita tra strade e piazze ignora la storia, anche quando viaggia in carrozza. In una “Veduta del Palazzo Stopani” degli anni Settanta, il tramonto alza nel cielo il fumo dei camini e un volo di uccelli migranti, un’ombra si allarga sul fronte dell’edificio. Sotto, qualcuno sta orinando bellamente vicino ad uno degli ingressi.

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