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Il ritratto ovale di Edgard Allan Poe. Quando e perchè la pittura uccide. La trama, l’analisi il video


testo di Maurizio Bernardelli Curuz

Il ritratto, nelle società arcaiche e prima della diffusione della fotografia, ha sempre trasferito sull’osservatore, specie quando la finezza del pittore era notevole, una forte emozione. Il soggetto raddoppiava magicamente e tutto ciò doveva apparire affascinante e misterioso. Era la lotta con la natura – e la verità oggettiva del mondo – condotta dall’umanità, con uno sforzo prometeico. L’uomo era in grado di ricreare, entrando in conflitto con il principio stesso delle cose. E’ per questo che, in numerosi necrologi o lapidi dedicate a pittori del passato, veniva sottolineato il fatto che la natura stessa fosse stata invidiosa del pittore o dello scultore defunto per l’abilità con la quale, quest’ultimo, aveva sottratto i segreti della materia.
Il tema dell’immagine di posa e del suo doppio reale, oggetto di numerose esplorazioni letterarie, soprattutto durante l’Ottocento – in cui confliggevano positivismo, romanticismo, spiritualismo, spiritismo – anima “Il ritratto ovale (The Oval Portrait)”, storia breve di Edgar Allan Poe, scritta nel 1842.

LA TRAMA DE “Il ritratto ovale” di Edgard Allan Poe

Il narratore, in viaggio in Italia con un proprio domestico, è malato e si rifugia nella torre di un castello abbandonato. Nella camera della torre in cui egli ripara sono appesi meravigliosi dipinti, che osserva con incanto. Sul letto della stanza, appoggiato a un cuscino, trova un libro che descrive la storia di ogni quadro. Per leggere meglio il testo, il narratore sposta un candelabro e si imbatte nel soggetto più intenso della stanza: è un ritratto ovale che raffigura la testa e le spalle di una giovane donna. Dopo aver osservato a lungo quel volto e quelle spalle che sembrano vivere, decide di sfogliare il libro per conoscere la storia del ritratto e trova il racconto della drammatica vicenda della giovane, che aveva sposato un pittore, più innamorato della propria arte che della moglie. Nonostante la ragazza si fosse resa conto che, per il marito, l’arte era più potente della natura, lei accettò di posare per lui, probabilmente anche con l’intento d’essere scoperta dal marito come soggetto e non come oggetto. Giorni interminabili, al freddo, in cui il pittore non vede più nemmeno la modella, che è ferma, davanti a sè, e che non sta bene, ma solo la tela, alla quale deve apporre piccoli ritocchi per cogliere il soggetto al di là del soggetto. Data l’ultima pennellata, l’uomo rimane estasiato dalla vitalità della sua creazione, ma voltandosi verso sua moglie, si accorge che ormai è morta.

COSA SIGNIFICA IL RACCONTO DI POE?

L’opera è interessante perchè non offre un’univoca via di interpretazione. Essa muove dal concetto primitivo che un grande pittore sia in grado di rubare il volto e l’anima stessa della persona effigiata, di fatto togliendole la vita per portarla sulla tela. E’ ancora il concetto del conflitto tra natura e cultura. La natura concede una propria parziale sconfitta, – la facoltà d’essere battuta dal pittore, attraverso un ritratto “più vero del vero” – ma poichè è lei a tenere il banco del mondo, alla fine vince sempre.
“Il ritratto ovale” è anche una critica alla follia – specie dei maschi – di seguire ossessivamente il prodotto del proprio lavoro, più che la vita che hanno attorno. Quindi è l’egoismo dell’attività frenetica, una sorta di malattia borghese che sposta perennemente l’attenzione dal soggetto – moglie, figli, amici – all’oggetto della produzione, lasciandolo poi solo, tra gli oggetti, con la propria vita consumata per un dovere che diviene ossessione e la vita degli altri ormai perduta. Poe richiama quindi alla necessità che sia necessario il sentimento e l’assecondare la natura, nei suoi ritmi, per trovare un punto di gioia non effimera. Non può sfuggire – specie oggi anche una possibile lettura del sacrificio della donna all’interno della coppia.
Il testo narrativo permette poi allo scrittore di misurarsi con la propria ossessione, quella del tempo che trascorre e del decadimento. E’ giusto creare un oggetto eterno? E la bellezza non è che ciò che viene fermato, rispetto all’erosione e alla morte? Quindi: se tutto finisce e la fine della bellezza è la prima avvisaglia della decadenza, in un corpo, non è giusto, con uno sforzo titanico, estrarre un’immagine eterna dallo scorrere incessante del tempo? Sintomatico, a questo proposito, è il fatto che una delle massime rappresentazioni della bellezza sublime fosse – per Poe, romantici e decadenti – quella della morte di una giovane e bella donna, poichè la sua immagine così, bloccata dalla morte, era destinata ad uno spazio eterno di bellezza, privo di decadenza.

PERCHE’IL RITRATTO DI POE E’OVALE

Le tele montate su telai ovali erano, nel Settecento e in buona parte dell’Ottocento, con maggior frequenza usate nella ritrattistica, in primo piano. La linea arrotondata conferiva leggiadria al prodotto, permettendo di concentrare l’attenzione sul volto, che occupava la parte più larga della tela e pertanto ne permetteva la massima valorizzazione. I particolari – fondale e abito – per quanto appena suggeriti nella parte più stretta del dipinto, consentivano di creare note sull’estrazione sociale dell’effigiato.

PERCHE’ I RITRATTI FANNO PAURA?

Spesso, nei film o nei racconti gotici, le gallerie dei ritratti in nobili case, sono utilizzate come luoghi di presagi sinistri, tra occhi che, dalle tele, non vedono ma che guardano. Il ritratto, che non finisce con la morte dell’effigiato, porta il volto dei defunti nello spazio dei vivi. E il giudizio e la pena e il tormento. L’anima inquieta dei vivi trema al cospetto dello sguardo degli antenati che, Super Io freudiano, giudicano e ammoniscono. O a volte invidiano il vivo perchè essi hanno smesso di peccare.

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