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La prostituzione nell’arte. A Parigi. Perché le meretrici erano considerate un’istituzione?

Parigi si è a lungo interrogata sulla “cultura del bordello” che caratterizzò la capitale francese soprattutto nel XIX secolo. E’ chiaro che la prostituzione è sempre esistita, ma la cultura della prostituzione entra in azione quando le ricchezza viene distribuita. E la consumazione del sesso – secondo la logica dell’acquisto – diventa esso stesso un atto economico, uno status symbol e un indizio di esuberanza sessuale che procedono sulla stessa linea: quello della prosperità di chi esibisce il pagamento. Il passaggio dalla cortigiana – che può utilizzare il sesso, che è solo una delle tanti armi a disposizione – alla proliferazione nelle case di piacere è collegato, in modo preponderante, allo sviluppo della borghesia che trova un modo amorale – ma, a quei tempi non considerato del tutto immorale – per il salvataggio della famiglia, come presidio sociale ed economico, come punto indiscutibile di tranquillità per l’impegno economico. Il lavoro borghese è pesante, continuativo; non prevede alcuna distrazione protratat, che non sia essa stessa frutto di un interlocuzione con la logica del mercato. Pagando, si consuma. Pagando, all’interno di strutture protette si tiene l’eros e l’attrazione poligamica al di fuori della cerchia della famiglia, senza aver alcuna ricaduta su di essa. Si tendeva ad eliminare ogni possibilità di legami segreti d’amore, poichè essi erano considerati nefasti per l’ordine della famiglia e della società.

Nel secolo borghese, per antonomasia, si assiste a aumento della prostituzione, compresa la prostituzione clandestina. Questo era tollerato e non costituiva un crimine a condizione che fosse concepito principalmente dai bordelli.
Specie dopo lo studio monumentale della prostituzione nella città di Parigi, condotto e scritto da Alexandre Parent-Duchatelet nel 1836, si è persino ritenuto che la prostituzione fosse un male necessario, soprattutto se sottoposta a regolari controlli di tipo medico, che tendevano a ridurre i contagi. Così, l’equilibrio della società e l’armonia coniugale erano preservati.
Ma all’interno di questa situazione, si moltiplica anche la prostituzione clandestina, in una mercificazione totale di ogni rapporto che diviene, da parte degli intellettuali segno del declino morale della borghesia stessa e dell’economia di mercato applicata ad ogni interazione umana. La prostituzione non deve apparire, ufficialmente, poichè la borghesia è farisaica. Gli artisti inseriscono così crescenti indizi, nei loro dipinti, che portano ad identificare tradizionali soggetti femminili, come aggressive donne da comprare.

L’Olympia di Edouard Manet – il soggetto era immediatamente riconoscibile dal pubblico dell’epoca – ha aperto la strada alla modernità. Il dipinto fu presentato al Salon del 1865 e accettato dalla commissione, contemporaneante a un secondo quadro di Manet: Gesù insultato dai soldati. Il fatto che Manet avesse presentato i due dipinti,insieme, era già uno scandalo in sé. Parve immediatamente blasfemo e provocatorio che questa donna fosse stata portata da Manet, al Salon, con una scena evengelica di grande dolore. Eppure non poteva sfuggire, agli intellettuali, la violenza sull’umano, che reggeva entrambe le opere.

Manet non mostra una languida Venere in una posa seducente, ma una donna reale, attiva, aggressiva, volgare. Il corpo è dipinto in modo crudo, senza idealizzazione, senza modellazione. Anche il gatto che Manet ha aggiunto all’ultimo minuto alla composizione ha provocato l’ira del pubblico che ha visto un’allusione al sesso femminile – “chatte”- gatta. Le donne e i luoghi della prostituzione divennero pertanto un luogo parallelo, come dimostrò, con assoluta penetrazione psicologia, Toulouse Lautrec.

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