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L’abbecedario di Verbo

di Giovanna Galli

Il nostro viaggio alla scoperta delle diverse anime della Street Art italiana prosegue con un’intervista a Verbo (Mitja Bombardieri), bergamasco, la cui poliedrica attività creativa è declinata in un’espressione multimediale che spazia dalla videoarte alla grafica. Nei suoi lavori accosta elementi grafici e di design ad uno stile definito graffitismo plastico, dove resta centrale il tema dell’evoluzione strutturale della lettera ereditato dal proprio background. Insieme a lui scopriamo un altro versante di quella ricerca estetica nata in strada e poi approdata nelle gallerie.
Qverbo

Per una volta vorremmo glissare sulla questione del graffitismo come fenomeno sociale, e soffermarci invece sulle peculiarità estetiche che questa cultura contiene e che finalmente anche in Italia sono state “riconosciute” come un capitolo significativo dell’arte contemporanea. Ci racconti, allora, come la tua passione pura per il graffito ha piano piano assunto la forma di un’attività artistica vera e propria?
Finalmente qualcuno inizia a comprendere le nostre estetiche: e sono passati quindici anni da quando io ho iniziato la mia ricerca. Da quel momento, e anche prima di allora, sono successe molte cose, tutte accomunate da un aspetto importantissimo: la completa libertà espressiva. Una libertà a volte rubata, a volte sedotta, a volte pagata, ma (almeno nel mio caso) sempre cosciente. Ho costantemente tenuto presente che, prima di essere un writer o un artista, sono un uomo: e per molti questa non è una cosa scontata, soprattutto nell’ambiente della Street Art, dove, durante gli ultimi fermenti, sto assistendo ad un certo delirio fra tutte le parti in gioco. Lo dico perché, ad esempio, spesso mi viene chiesto se non mi senta in gabbia ora che sono entrato nel mercato dell’arte. La risposta è una, ed è semplice: essere libero significa anche essere libero di scegliere, quindi, come ho sempre fatto, ho liberamente accettato di confrontarmi pure con questa realtà.
Alla ricerca del mio stile ho solo aggiunto un nuovo supporto, quello delle lastre tipografiche, utile a portare ciò che faccio ad un nuovo pubblico, magari più attento. La particolarità di questo supporto è una chiave fondamentale della mia ricerca. Se il contesto urbano è sempre stato e continuerà ad essere il mio supporto naturale, l’utilizzo delle lastre tipografiche ne diventa una sorta di rappresentazione, mediante le incisioni di immagini, di volantini pubblicitari, di manifesti politici e quant’altro serva, che viene stampato in questa società che è sempre più mediatica. Quindi, nelle mie opere rappresento l’“io writer”, che può esistere ed esprimersi solo nei confronti del contesto sociale. Il “puro graffito”, d’altra parte, è sempre stato per me la ricerca formale del lettering. Ora lo sto presentando quasi sotto forma di abbecedario, proprio per offrire al fruitore il codice di lettura essenziale di ciò che è lo style-writing, parte fondamentale di questa cultura che vive da trent’anni e che – al contrario di quanto sostiene chi dice che sia terminata a New York negli anni Ottanta – è arrivata in Europa ed ha generato una nuova melodia, che il mercato dell’arte contemporanea non ha potuto fare a meno di ascoltare, rimanendone conquistato.

Quali sono, se ci sono, i tuoi modelli di riferimento?
I miei modelli di riferimento sono nella mia pancia, sono le risposte che do alle sensazioni che vivo… Il tratto plastico e la dinamica, i colori e le forme non sono altro che l’espressione pura del viaggiare col segno dello spray nella direzione dettata dal cuore. Rifarsi a qualche modello non mi è mai interessato. Disegno per necessità, non per ammirazione.

Dal punto di vista del contenuto, del messaggio, che cosa cambia nel passaggio dall’intervento nello spazio pubblico alla tela, e dunque ad una dimensione espressiva più “intima”?
Dipingere in strada è un po’ come essere il dj in un club di 4mila persone: devi farle ballare tutte. Dipingere un quadro, invece, è come stare seduti sul divano, dopo cena, tra vecchi amici che si parlano al cuore. Sono due tipi di energie ed emozioni diverse, ma entrambe essenziali.

E per quanto riguarda invece la tecnica, come hai riversato la tua esperienza urbana nel lavoro di studio?
La maggior parte delle mie opere in strada l’ho realizzata con duecento battiti cardiaci al minuto, a nervi scoperti, freestyle impulsivi di grandi dimensioni rispetto alle misure dei quadri. Ora questa palestra mi ha portato a condensare la tensione adrenalinica nell’essenzialità del gesto: forme più brevi e sintetiche ai limiti del controllo della pressione del gas dello spray. Qualcosa di simile allo Shodo (l’arte della calligrafia giapponese, ndr), per capirci.

Nel corso della tua ormai lunga carriera è possibile individuare delle fasi, dei diversi momenti espressivi, caratterizzati dall’interesse verso alcune tematiche o per certe sperimentazioni tecnico-stilistiche, o il tuo percorso ha seguito uno sviluppo lineare?
Ho uno spirito abbastanza eclettico: oltre ai graffiti, mi occupo anche di webart, video-editing e motion design. Mi esibisco regolarmente come vj nei club italiani ed europei sotto lo pseudonimo di Meta2. Con la mia crew bergamasca (bergamasterz) abbiamo creato un progetto di “fotowriting”, termine ideato per identificare questa live-performance sinestetica, che abbiamo chiamato “Plotterflux”: a tempo di musica, la regia video proietta molteplici concetti legati ad un tema sotto forma di video, testi, grafiche e fotografie, che vengono fermati man mano, sulla stessa superficie della proiezione, dal passaggio degli spray. Un po’ come fa un plotter su un foglio.
Faccio inoltre parte del team di sviluppo del progetto FLxER.net, software per vj, distribuito gratuitamente sul web, che ha generato un nuovo modo di concepire i liveset video dando vita a una community online di 5mila utenti.
Conosco molte tecniche espressive, quindi tendo ad essere, appunto, multimediale. Ad esempio, su alcune delle lastre che dipingo vi sono mie grafiche, magari realizzate per eventi che ho organizzato o a cui ho partecipato come ospite. Il mio percorso è necessariamente caotico là dove mi immergo nella ricerca, e diventa sintetico ed essenziale là dove devo esprimere l’esperienza fatta. Mi trovo spesso in imbarazzo quando mi chiedono di che mi occupo. Mi occupo di visualizzare al prossimo ciò che sento attraverso le tecniche più consone. Credo quindi che la linearità sia un po’ come il quadrato: geometrie molto difficili da trovare nella spontaneità della natura.

Ci vuoi dare una tua definizione di Street Art?
Un’etichetta come un’altra.


Sei tra i fondatori dell’Associazione Italian Street Art. Ci spieghi la genesi e gli obiettivi di questo progetto?
In tanti anni difficili in cui, oltre che dipingere, siamo stati imprenditori di noi stessi, abbiamo posto le fondamenta di questo presente chiamato Street Art e, un po’ come dei pionieri, abbiamo conquistato la fiducia delle istituzioni.
Realizzando progetti ogni volta più articolati, abbiamo pensato che fosse giusto continuare su tale strada.
Il nostro obiettivo è tutelare la “genuinità”, e per farlo abbiamo deciso di istituzionalizzare il network delle associazioni e degli artisti già attivi da anni in tutto lo Stivale. Sono le realtà locali che hanno creato le prime strutture politiche, alla base della nostra cultura associativa.
Allo stesso modo, abbiamo in progetto una serie di eventi di levatura internazionale, in quanto il network si sta dimostrando sempre più globale.

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