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Le belle fanciulle spiate nell’acqua dal grande Daumier. Nuda la contessa di “Senso”

Il periodo attorno alla metà dell’Ottocento evoca, in ambito artistico, le soffuse atmosfere biedermeier: immagini di vita quotidiana pervase da una solenne aura di compostezza, nell’armonia di forme e di colori.
A rompere tali schemi giungono le irriverenti e denigranti caricature di Honoré Daumier. Il marsigliese prende di mira l’emergente classe borghese, i cui membri, nella loro estrema propensione ad emulare il modello aristocratico, divengono ironici, inappropriati, come personaggi di Molière. Efficace la serie di caricature intitolata Baigneurs, che ritrae i nuovi ricchi alle prese con i primi stabilimenti balneari. Queste strutture erano concepite a ridosso del mare. Casette di legno galleggianti, con varie divisorie che determinavano il demanio di ciascuno. La pudicizia di quei tempi, infatti, vietava i bagni in comune; il settore maschile era separato dal femminile, come viene splendidamente raccontato da Camillo Boito nella novella Senso (di cui riportiamo, nella pagina seguente, uno stralcio), ambientato in una di queste piscine.

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E Daumier illustra, all’interno di tali costruzioni, scene di involontaria comicità. I soggetti sono caricaturizzati, come nei bozzetti di Leonardo da Vinci dedicati alla fisionomica; i volti sono deformi: i menti oblunghi o quasi inesistenti, i nasi estremamente pronunciati e arcigni, gli occhi spalancati e vacui, le bocche raggrinzite in finti sorrisi o in urla soffocate


Il tutto ad arricchire situazioni già esilaranti di per sé. Appaiono così improvvisati tuffatori che, con stili a dir poco discutibili, si lanciano in acqua non accorgendosi di altri bagnanti sotto di loro i quali, preoccupati, vedono il corpo avvicinarsi sempre più minacciosamente; oppure uomini corpulenti legati al “guinzaglio”, unico artifizio per non annegare nel tentativo di imparare a stare a galla; o chi con profonda ammirazione e concentrazione spia, da una fessura del legno, negli spazi off limits riservati alle signore.
Scene di vita passata, lontana dai nostri giorni, ma ancora in grado di strappare un sorriso all’osservatore.

Il sensualissimo stabilimento balneare veneziano
che Camillo Boito dipinse con parole straordinarie

“Senso” è la novella di Camillo Boito che chiude la seconda raccolta di Storielle vane, uscita nel 1883, ed è senza dubbio quella che ha avuto maggior fortuna, grazie anche alla splendida trasposizione cinematografica che ne fece Visconti nel 1954.
La vicenda ci viene narrata attraverso il “diario” della protagonista, la contessa veneziana Livia, la quale, a distanza di quasi un ventennio, decide di raccontare a se stessa, in una sorta di autoanalisi, la sua relazione con il tenente austriaco Remigio Ruz.
Livia, all’età di ventidue anni, all’apice della sua bellezza, incontra il giovane ufficiale e se ne innamora perdutamente. La passione la spinge prima all’adulterio, poi alla disperazione, infine all’umiliazione, quando si rende conto che Remigio mirava soltanto ad ottenere da lei il denaro per poter disertare. Tradita e oltraggiata, Livia denuncia il tenente alle autorità militari austriache.
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Uno dei più grandi passi della letteratura italiana dell’Ottocento è costituito dalla descrizione della gioia provocata dalla libertà del corpo nudo e dal bagno nell’acqua del mare. Eccola. Chi parla in prima persona è la bella contessa.
“Costumavo tutte le mattine di recarmi al bagno galleggiante di Rima, posto fra il giardinetto del Palazzo Reale e la punta della Dogana. Avevo preso per un’ora, dalle sette alle otto, una Sirena, cioè una delle due vasche per donne, grande quanto bastava per nuotarvi qualche poco, e la mia cameriera veniva a spogliarmi e a vestirmi; ma, siccome nessun altro poteva entrare, così non mi davo la briga di mettermi l’abito da bagno. La vasca, chiusa intorno da pareti di legno e coperta da una tenda cenerognola a larghe zone rosse, aveva il fondo di assi accomodato a tale profondità sott’acqua che alle signore di piccola statura rimanesse fuori la testa. A me restavano fuori le spalle intiere.
Oh la bella acqua smeraldina, ma limpida, sotto alla quale vedevo ondeggiare vagamente le mie forme sino ai piedi sottili! e qualche pesce piccoletto e argentino mi guizzava intorno. Nuotavo quant’era lunga la Sirena; battevo l’acqua con le mani aperte, finché la spuma candida coprisse il verde diafano; mi sdraiavo supina, lasciando che si bagnassero i miei lunghi capelli e tentando di rimanere per un istante a galla, immobile; spruzzavo la cameriera, che fuggiva lontana; ridevo come una bimba. Molte larghe aperture, appena sotto il livello dell’acqua, lasciavano entrare e passare l’acqua liberamente, e le pareti, mal commesse, permettevano, attraverso le fessure, di vedere, applicandovi l’occhio, qualche cosa al di fuori – il campanile rosso di San Giorgio, una linea di laguna, dove fuggivano leste le barche, una fetta sottile del Bagno militare, che galleggiava a piccola distanza dalla mia Sirena.
Sapevo che tutte le mattine, alle sette, il tenente Remigio vi andava a nuotare. In acqua era un eroe: saltava dall’alto a capo fitto, ripescava una bottiglia sul fondo, usciva dal recinto attraversando di sotto lo spazio dei camerini. Avrei dato non so che cosa per poterlo vedere, tanto m’attraevano l’agilità e la forza.
Una mattina, mentre guardavo sulla mia coscia destra una macchietta livida, forse una contusione leggiera, che deturpava un poco la bianchezza rosea della pelle, udii fuori un romore come di persona, la quale nuotasse rapidamente. L’acqua si agitò, l’ondulazione fresca mi fece correre un brivido per le membra, e da uno dei larghi fori tra il suolo e le pareti entrò improvviso nella Sirena un uomo. Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo, e i suoi occhi celesti brillavano, e dai capelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle. Ritto in piedi, mezzo velato dall’acqua ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva che ringraziasse i numi e dicesse: – Finalmente”.

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