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Leonardo, uomo da potta e da culo. Amò Salaì? E ci fu storia d’amore con la Gioconda? Gli indizi

 

di Roberto Manescalchi

Chiunque conosca i toscani sa bene del loro essere beceri e triviali. Da Livorno sulla costa ad Arezzo nell’entroterra tutti, ad esempio, sembrano avere un rapporto speciale con il Padre Eterno che pare aver concesso loro il beneficio e l’immunità per almeno una decina di moccoli/bestemmie al giorno.

Non si scandalizzino le persone colte e dabbene che basta la frequenza di un qualsiasi mercato rionale per sentire in ogni dove, in questa terra, le imprecazioni più turpi rivolte al padre che sta nei cieli e a sua madre in piena e totale libertà in un intercalare cui la gente non fa neppure caso.  Non sono neanche sicuro del fatto che il buon Dio tenga più il conto. Tutti sanno che i lucchesi dei pisani dicono: “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio” e tutti sanno che i pisani, sospirano e rispondono: “…che Dio ti ascolti!”.

Cosa c’entra con la storia dell’arte? Il residuo odierno di una “trivialità trogloditica così elevata nella culla del rinascimento”* serve alla miglior comprensione dell’ambiente in cui vissero ed operarono tutti i grandi artefici di una esaltante stagione compreso Leonardo da Vinci. Già molto prima del tempo di Leonardo, nel trecento, il Duca di Atene assediato dalla folla, così raccontano le cronache, ebbe l’idea di liberare i leoni dalle cavee del teatro romano sotto Palazzo Vecchio. I fiere uscite sulla piazza spaventate dalla folla inferocita, urlante le cose più oscene, non trovarono di meglio che rientrare nelle loro gabbie.

Immaginatevi la stessa scena oggi e pensate ai morti che potrebbero esserci tra la folla che fugge impaurita alla vista delle belve e capirete la differenza. Se in certi ambienti il turpiloquio e le oscenità permangono… sono solo un misero ricordo residuale di quel che furono un tempo. Sempre le cronache raccontano che il condottiero Baldaccio Bruni di Anghiari fu defenestrato senza tanti complimenti da Palazzo Vecchio nel 1441 ed il corpo esanime abbondantemente vilipeso (fu decapitato e la sua testa venne affissa su una picca a monito per tutti i cittadini). Dopo la congiura dei Pazzi il vecchio Jacopo fu squartato e trascinato per le vie della città e per diverse volte nei giorni successivi i miseri resti subirono la stessa sorte finché brandelli di quel che era stato un uomo furono consegnati, in totale assenza di pietà, all’Arno. Il Decamerone di Pasolini che tanto scandalo suscitò, in chi aveva letto male e con superficialità Boccaccio, tutto sommato fu una cronaca edulcorata di quel che era il troiamento nella Firenze del medioevo.

E VOI CATERINELLA BELLA CHE C’AVETE DE BE PEDINI
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E VO CATERINELLA BELLA CHE C’AVETE NU BELLO CULO CULO A TAMBURO PICCIA PELOSA COSCIA COLLONA GINOCCHIA ROTONDE GAMBE SGAMBETTE PEDI PEDINA PEDINA SO CATERINELLA ERI CATERINELLA SO
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E VO CATERINELLA BELLA CHE C’AVETE DI BELLE ZINNE ZINNE A PAGNOTTA PANCIA A GRANCASSA CULO A TAMBURO PICCIA PELOSA COSCIA COLLONA GINOCCHIA ROTONDE GAMBE SGAMBETTE PEDI PEDINA PEDINA SO CATERINELLA ERI CATERINELLA SO
E VO CATERINELLA BELLA CHE C’AVETE DI BELLO COLLO COLLO DI BUE ZINNE A PAGNOTTA PANCIA A GRANCASSA CULO A TAMBURO PICCIA PELOSA COSCIA COLLONA GINOCCHIA ROTONDE GAMBE SGAMBETTE PEDI PEDINA PEDINA SO CATERINELLA ERI CATERINELLA SO
E VO CATERINELLA BELLA CHE C’AVETE DI BELLA BOCCA BOCCA DI FREGNA COLLO DI BUE ZINNE A PAGNOTTA PANCIA A GRANCASSA CULO A TAMBURO PICCIA PELOSA COSCIA COLLONA GINOCCHIA ROTONDE GAMBE SGAMBETTE PEDI PEDINA PEDINA SOCATERINELLA ERI CATERINELLA SO
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La filastrocca sopra qui sopra è di Riccardo Marasco (menestrello fiorentino dei tempi moderni, ma poco si discosta da simili cose cantate nella Firenze del Quattrocento) per miglior comprensione vi metto il link alla sua interpretazione.

www.youtube.com/watch?v=lxe8Pas1bG4

 

Ora immaginate di essere in una delle tante buche fiorentine (locali sotterranei – quelli che nel 1966 con l’alluvione l’Arno ha riempito di melma…, eufemismo di merda, dove di sera si riunivano i ciompi -salariati sottoposti alle varie Arti-). Nelle buche si mesceva vino tagliato e di infima qualità e la serata era spesso allietata da una baldracca che ballava al ritmo di una “Caterinella” sopra i tavoli. I fumi del vino ed il crescendo del ritmo unitamente all’assenza di mutande** finivano immancabilmente per infoiare qualche avvinazzato che metteva le mani addosso alla zoccola di turno e, nella migliore delle ipotesi, finiva in rissa con il bombardino (protettore in accezione dialettale) se non uscivano addirittura i coltelli e ci scappava pure il morto. Questa era la Firenze del tempo di Leonardo.

Ed eccoci a Verrocchio (Fot.1 -presunto autoritratto-). Andrea di Michele di Francesco di Cione detto il Verrocchio.

Sembra che il soprannome gli derivi dal suo primo maestro l’orafo fiorentino Giuliano Verrocchi.

Non mi ricordo poi di quali elucubrazioni sono stati capaci gli americani per spiegarne la genesi e neanche dove le ho lette, ma tutto questo non ha assolutamente scalfito l’intima convinzione, chissà dove pescata dalla mia mente, che Verrocchio derivi da Verro e stia più o meno per l’odierno maialotto (a volte mi viene anche occhio da verro ovvero infoiato). Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma sembra proprio che Lorenzo di Credi e Cristoforo Vannucci (Perugino), ragazzini nella sua bottega, siano stati oggetto delle sue attenzioni e forse il bellissimo e ricciolo Leonardo pure.

Come interpretare il sonetto di Giovanni Santi che a proposito di Leonardo e Perugino scrive:
“due giovin par d’etade e par d’amori
Leonardo da Vinci e ’l Perusino
Pier della Pieve che son divin pittori”?
E che dire delle asserzioni di Paolo Lomazzo secondo il quale Leonardo, sarebbe stato un vero e proprio teorico dell”’amor de garzoni”, cioe’ della sodomia, imparata a Firenze, ”dove sono, per tale esercizio, fuggendo la volubilita’ delle donne, usciti tanti rari spiriti’’ e questo, ovviamente, ben mi torna. In un quadro ottocentesco di Angiolo Tricca (Fot.2)

Fot.2

sembra di percepire le dicerie tramandate dalla tradizione. Nel dipinto si vede il bellissimo giovane che assiste il maestro intento a dipingere il suo Battesimo e, dietro uno stipite un altrettanto giovane Lorenzo di Credi che spia, probabilmente geloso. Fantasie? Può essere, ma si dice che da adulto chi ha subito certe esperienze sia solito riproporle a sua volta nei giovinetti con cui in qualche modo viene a contatto.

Tutti sanno di Salaì, il piccolo e dispettoso diavolo, probabile ‘irrumatio’ (vi confesso di aver faticato per trovare un termine così disgustoso, ma alla fine ci sono riuscito) di un Leonardo maturo e, in assenza del maestro anche di qualche più adulto allievo. C’è chi sostiene che sia stato effettivamente così e chi pensa che Leonardo sia stato pesantemente denigrato.

Ho letto e sentito di un Leonardo che parte da una piccola città (Firenze) che sta ormai stretta al suo genio alla volta di Milano che sembra fosse già metropoli (gli storici trovano sempre il verso di aggiustare le cose). La realtà è che era stato tamburato (denunciato anonimamente ai magistrati) per sodomia nei confronti di certo Jacopo Saltarelli e con lui era, tra gli altri, certo Leonardo Tornabuoni. Furono scagionati, ma in caso la denuncia, pur se anonima, fosse stata ripetuta avrebbero rischiato il patibolo. Si da il caso che Leonardo fosse parente stretto di tale Lucrezia e che Lucrezia avesse partorito niente po po di meno che quell’illuminato passato alla storia come “Lorenzo il Magnifico”. Magnifico. Tutti a Firenze avevano ben chiaro che era meglio non intralciargli la strada che tutti erano coscienti che aveva ben appreso il mestiere di spietato dittatore da Cosimo il Vecchio (sarei partito per Milano anche io!). Di sicuro nel foglio 133 v. del Codice Atlantico non li ho disegnati io due cazzi (come li devo chiamare se tali sono) che marciano verso un cerchietto (un buco di culo contornato di pelucchi stilizzati) con su scritto sopra Salaì (Fot. 3).

Fot.3

E se i cazzi erano più di uno certamente fu perché il ragazzino fu stato oggetto, all’interno della bottega, delle attenzioni oltre che dello scherno di più membri (il termine è voluto e non casuale). C’è quel cialtrone di fra’ Luca Pacioli, ad esempio, ritratto, più volte da Leonardo, senza saio e con il ghigno grifagno che aveva (Fot..4).

Fot.4

Al nostro frate Francesco Sansone “de Brixia”, ministro generale dell’ Ordine dei Frati Minori Conventuali, vietò l’insegnamento della matematica ai fanciulli e questo ci ha sempre dato da pensare. Che il Sansone abbia preso un simile provvedimento senza alcun motivo?
Leonardo eseguì molti disegni del bellissimo Salaì. Il primo (Fot. 5) meglio conosciuto come l’angelo incarnato – presunto modello per il San Giovanni Battista (Fot. 6) e il secondo (Fot. 7), probabilmente, di uso e consumo molto più personale. Non ditemi che non diano da pensare. In quello comunemente conosciuto come l’angelo incarnato che la puritana regina Vittoria alienò ad un collezionista tedesco, una mano ignota, ma di famiglia (bottega) si prese la briga di disegnare un cazzo in splendida e scabrosa erezione. Ma era il rinascimento e come in Grecia antica era tutto più che normale.

Fot.5

Fot.6

Fot.7

Abitudini piacevoli subito emulate dai romani e ci permettiamo semplicemente di ricordare Augusto e Antinoo che, dopo la morte, fu trasformato, si dice per via del culo, addirittura in un Dio. Ai nostri giorni, ovviamente, certe pratiche sono apparentemente esecrate (non sempre, specialmente da religiosi, stando almeno alle cronache). Pratiche che comunque, dai greci in poi, non hanno certo impedito agli uomini anche rapporti eterosessuali. Nella Firenze che permane sconcia si dice che uno che le pratichi entrambe sia uomo da potta e da culo… insomma colui che si adatta alla bisogna e o alle occasioni che gli si presentano. Che Leonardo abbia poi avuto esperienza di coiti con femmine è dimostrato da tanti suoi disegni ed in particolare da quello con splendida penetrazione di vulva (Fot. 8).

Fot.8

Chi legge è grande e vaccinato… impossibile realizzarlo senza esperienza diretta non vi pare? Di alcuni nomi usati da Leonardo per indicare il membro, anche se non sono tanti come quelli del sonetto di Gioacchino Belli ‘Er padre de li Santi’, potete leggere qui:

Il pene commentato da Leonardo. Il pinchellone ingombrante, insubordinato e ribelle che..

A me corre poi l’obbligo di segnalarvi un pene, disegnato da Leonardo in progressiva erezione. il genio, infatti, seppur del “cazzo”, anticipa anche studi di cinematica, ma siete sfortunati che non mi ricordo il manoscritto né il numero del foglio e dovrete fare a meno dell’immagine che pure non trovo.

Nel 1490, a Pavia con Francesco di Giorgio Martini, il nostro fu uso frequentare un celebre casino e ne disegnò la disposizione delle stanze in pianta come modello di “lupanare”. Un’altra pianta di questa casa che deve essergli rimasta ben in testa fu da lui schizzata nel 1505 su un foglio del Codice Arundel e in uno dei locali rappresentati il genio scrisse “Le putte” che non sta per bambine, come qualcuno vorrebbe far credere, ma per puttane. E che dire di questo fantastico passaggio sempre nello stesso codice: “ “L’omo ha desiderio d’intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di si, e come ella ha desiderio dell’omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio, e intender no’l po’ se non confessa, e confessando fotte”?
Ed eccoci giunti a colei che stimola la fantasia peccaminosa più di qualsiasi altra donna: Gioconda! Così la descrive Walter Pater: “ella è più vetusta delle rocce tra le quali siede; simile al vampiro, fu più volte morta e conobbe i segreti della tomba; fu abitatrice di mari profondi e ne raccolse le luci declinanti”. Ma io che non mi dimentico di essere Toscano (secondo il Cerami Papiani potrei essere l’ultimo Conte di Bivigliano) e probabile discendente di un tenutario di mascalcia… uno che ferrava equini insomma e di conseguenza con un inevitabile certo tasso di volgarità nel dna, malgrado qualche libro letto, tra cui quello di Monsignor della Casa, mi domando: la scopava la Gioconda o no?

Certo che la scopava! E poi vi dirò anche dove e quando. Prima però chi era la donna e perché tresca sicuramente ci fu. Che sia stata la moglie di Francesco del Giocondo nessun dubbio che ce lo dice Vasari nella prima e nella seconda edizione delle vite. Vasari comincia prestissimo a raccogliere il materiale e le testimonianze per il suo best seller – uscito in prima edizione nel 1450 – e, a pochissimi anni dalla morte dei protagonisti, ebbe fonti praticamente dirette. Gente che i protagonisti potrebbe averli anche conosciuti di persona. Vasari, infatti si trovò a frequentare esattamente gli stessi precisi ambienti che videro lo svolgersi degli eventi. La testimonianza di Vasari è oggi confermata da Agostino Vespucci che in una nota, a margine di un suo libro rinvenuto ad Heidelberg scrive: “Il pittore Apelle. Così fece Leonardo da Vinci in tutti i suoi dipinti, come, infatti, nel volto di Lisa del Giocondo e in quello di Anna, la madre della Vergine. Vedremo cosa farà nella grande sala consiliare, sulla quale si è appena accordato con il gonfaloniere Ottobre 1503.”  Agostino Vespucci fu il secondo di Niccolò Machiavelli e suo principale collaboratore. Contemporaneo di Leonardo, lo conosceva perfettamente, e la sua testimonianza di cancelliere della repubblica fiorentina e collaboratore del segretario di stato ha valore notarile senza se e senza ma (stando al suo scritto pare pure che Gioconda fosse eseguita prima del cartone della Sant’Anna che tutti i fiorentini andarono a vedere per due giorni e Leonardo a Firenze abitava all’Annunziata. Ci sono poi gli affreschi di Morto da Feltre, all’interno del convento fiorentino, da me scoperti, che testimoniano la perfetta identità della donna affrescata dal Morto (era arrivato a Firenze da Roma nella bottega di Leonardo per imparare a fare i ritratti) con la donna immortalata da Leonardo nel celebre quadro del Louvre. Niente Gualanda, niente Contessa Riario Sforza, niente amante di Giuliano dei Medici. Niente di niente tutte elucubrazioni di chi non sa tenere a freno la fantasia!

All’Annunziata poteva esserci stata solo la moglie di Francesco. Quindi che Gioconda sia stata la moglie del mercante del Giocondo nessun dubbio. Che tra i due ci sia stata una tresca neppure e che abbiano amoreggiato è certo! Certo perché nessuno si porta dietro la foto (nella fattispecie il ritratto) di una donna che non ha goduto e solo vagheggiato per sedici lunghi anni ed indugiando, di tanto in tanto, nel bisogno di ritoccarla ed idealizzarla nel suo personale immaginario e nel ritratto reale che ci ha lasciato. Nel 1501 quando i due si incontrano Leonardo ha poco più di cinquanta anni ed un fascino assoluto. Francesco il marito è più giovane, ma chissà perché, anche se mercante certamente avveduto, a noi sovviene sempre in mente l’immagine da insulso che ne da l’Excelsior dopo che nel 1911 gli avevano rubato la moglie (una costante?) (Fot.9).

Fot.9

Tra i due ci fu tresca perché ad un certo motivo comparve, a presa di culo (sempre la fiorentinità che affiora) di Francesco del Giocondo, un ritratto della di lui consorte nuda ad opera degli allievi poco rispettosi del maestro e degli amanti (in città era nell’essere delle cose). Le tette al vento della poveretta (Fot.10) devono aver fatto drizzare le orecchie al legittimo proprietario delle medesime, allora era così che vi piaccia o meno che ancora nessuna aveva mai pronunciato la fatidica frase: “la fica è mia e la gestisco io” (toscani fino in fondo in questo pezzo!).

Fot.10

Il mercante forse capì che certamente era accorto, furbo e per niente stupido. Sta di fatto che secondo certi biografi, tra cui ci pare di ricordare Dimitri Mereskovskij, si prese la moglie, magari incinta (capita nelle migliori famiglie), e parti per un viaggio di affari nel meridione. Leonardo non rivide più la donna e sognò il figlio o la figlia? Ora vi aspettereste che vi raccontassi il dove il come e, magari, altri pruriginosi dettagli, ma non vi accontenterò. Vi dirò solo che il tutto accadde nel convento fiorentino della Santissima Annunziata e più precisamente nella stanza dietro la finestra che vi ho segnata con un puntino rosso, sotto il davanzale, nel disegno di Fra Bartolommeo. Finestra da cui la vedeva arrivare che il serraglio mediceo ora rettorato dell’Università degli Studi fiorentina ancora non era costruito.

Lei varcava il portone del muro di cinta che dava nella pertinenza del convento e dopo esattamente trentasei passi varcava la porta di accesso al medesimo. Lui, fa parte dell’uomo, usciva dalla porta della sua stanza, quattro passi sul pianerottolo e sedici gradini per due rampe di scale in discesa… ugualmente trentasei! Al termine della discesa ci sbatteva contro e la poteva sfiorare elegantissimo e affascinante oltre ogni modo. I ritratti nel secondo cortile al primo e secondo livello erano eseguiti dagli allievi (così ci dice Vasari) lui passava di tanto in tanto e correggeva. Lei però sembra fosse speciale e varcò le porte del suo studio per il ritratto più bello del mondo. Erano gli anni del pontificato di Papa Alessandro Borgia e in un convento, in quegli anni, poteva accadere di tutto e di più e poi sembra anche che potessero accadere cose simili anche al tempo di Manzoni in quel di Monza… niente di strano quindi che tutto il mondo è paese. In aggiunta a Milano, alla corte del Moro non è che la situazione fosse tanto migliore che a Fiorenza.

Leonardo e il suo amico Pacioli (frate) trascorrevano il tempo a corte raccontando quelle che gli eruditi chiamano facezie e che altro non erano che barzellette di uno sconcio più unico che raro intanto che squisiti commensali, ci sovviene la dama con l’ermellino, mangiavano prelibatezze con le mani (le posate arriveranno qualche anno dopo), ruttavano di gusto e tiravano cibo ai cani direttamente sul pavimento che la raffinatezza a tavola aveva da venire. Avevano già il tovagliolo davanti al piatto piegato in due o tre con sopra un biscottino, ma non era tanto che avevano smesso di pulirsi la bocca alla tovaglia e le mani alle vesti. Naturalmente le mie, suffragate da una bella quantità di indizi, sono e restano mere ipotesi in testa ad un aretino (non confondiamo le origini che becero mi sta bene… fiorentino no!) e le potrete leggere in dettaglio nel secondo o terzo mio volumetto su Gioconda. N.B. li devo ancora scrivere, ma intanto potete leggere il primo (Fot.11)!

Fot.11

*Maurizio Bernardelli Curuz Guerrieri -citaz. da un messaggio che mi ha inviato in forma personale-

** in luogo delle mutande c’erano le pezze che spesso cadevano ai primi passi di danza. In una delle celebri osterie dei goliardi sembra che le pezze con il Marchese (mestruo) fossero addirittura usate per fare il brodo ai poveri, ma di questo semplicemente si dice, dei goliardi che scherzano sempre non posso esser sicuro e non posso garantire.

 

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