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L’estetica della bufera. Perché tanti quadri dell’Ottocento sono flagellati dalle tempeste?

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Perché nell’Ottocento venivano dipinti tanti quadri – come in Turner, ad esempio – con atmosfere burrascose, tempeste, cieli inquieti? E perché tanti quadri con temi marini tempestosi?
Il mare, per la sua eccessività e la sua violenza, fa eco ai tormenti interiori degli artisti che colgono i motivi di burrasche, nuvole minacciose, onde che si infrangono sugli scogli, navi che affondano e personaggi in pericolo per creare vere e proprie scene sublimi e drammatiche. Questo vero spettacolo degli elementi infuriati rivela anche tutta una serie di sentimenti intensificati come il terrore, il coraggio o l’ammirazione di fronte alla forza e alla bellezza della natura. Questa è la risposta fornita dal Musée de la vie romantique – Museo della vita romantica – che ha sede a Parigi, nel corso della mostra Tempêtes et naufrages. De Vernet à Courbet (19 maggio – 12 settembre 2021) alla quale si riferisce la fotografia dell’immagine in copertina. (altre info sulla mostra sul sito del museo: https://museevieromantique.paris.fr/fr).
Questi panorami inquieti e sublimi, oltre che a sommuovere l’animo dello spettatore, consentivano ai pittori di mostrare tutto il proprio virtuosismo artistico, creando opere che suggerissero il movimento e il suono.

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Théodore Gudin, «Tempesta sulle coste di Belle-Île» (1851). In mostra al Musée de la vie romantique, proveniente dal Musée des Beaux-Arts de Quimper

Cos’è il sublime?
Il Sublime è una categoria estetica che permea il Romanticismo. Sotto il profilo linguistico la radice è latina deriva sub – sotto – e limen – confine o soglia o limite -. E’ ciò che sta appena al di sotto di ciò che è spaventosamente divino. E’ la voce inquietante della natura che parla negli elementi infuriati. Quindi è ciò “che giunge fin sotto la soglia più alta”. E il punto oltre il quale è possibile morire. E’ il limite entro il quale la percezione della violenza degli elementi mostra uno spettacolo spaventoso e coinvolgente per chi guarda, senza che egli sia messo in pericolo da ciò che accade. Sublimi sono le eruzioni dei vulcani, viste da un punto distante. Le mareggiate viste dalla riva. I temporali sconvolgenti, in montagna, contemplati dalla soglia di un riparo. I picchi impervi dei monti. E’ ciò che scuote, nel profondo, i sentimenti e dà emozione. E’ il senso estetico di chi guarda ciò che fa paura, consentendogli però di guardare, risparmiandogli cioè il pericolo, ponendolo al limite della sicurezza. Nella nostra vita, qualche volta, abbiamo provato il sentimento del Sublime, osservando un temporale da una finestra sul mare o nubi minacciose o le montagne di roccia e neve che fanno “quasi paura a guardarle”, ma per questo creano in noi un’emozione che porta a un aumento delle facoltà percettive.
Il Sublime era evidentemente un senso estetico che apparteneva soprattutto alle classe dominanti e, in qualche modo, diventava un sentimento distintivo. Una tempesta può apparire bellissima se non siamo contadini al quale viene minacciato un raccolto. Quando abbiamo un riparo o una casa solida. Quando possiamo asciugarci, nel caso di una pioggia violenta. Quando siamo turisti durante un lungo tour e non marinai impegnati nella battaglia contro la furiosa delle onde e del vento.
Il Novecento ha eliminato progressivamente l’idea di Sublime. Amiamo soprattutto il bel tempo, le giornate di sole con brezze lievi. Mal sopportiamo una giornata nuvolosa o inquieta o piovosa. L’azione dei mezzi di comunicazione che riduce l’estensione dello spazio – buttandoci al centro delle tempeste o dei disastri, nel mondo – e un mondo rapido e interconnesso, nel quale un fatto determina immediate ripercussioni a vasto raggio, ci butta costantemente al centro delle conseguenze negative della furia della natura, impedendoci di stare sotto il limite.

Quali sono le radici dell’estetica del Sublime?
L’estetica del Sublime fu elaborata per la prima volta da un Anonimo greco nel Trattato del Sublime (I secolo d.C.). L’opera analizza gli effetti che l’opera esercita sull’animo umano e supera la tradizionale concezione del Bello, come entità compresa in un canone di staticità o di dinamismo controllato. Il trattato del pensatore greco venne tradotto nel Seicento: prima in inglese, da John Hall, poi in francese da Nicolas Boileau. La ricerca e gli approfondimenti sul tema avvennero nel XVIII secolo, in chiave preromantica, da Edmund Burke, che nel 1757 pubblicò il trattato A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful (Indagine sull’origine delle nostre idee di sublime e di bello), sostenendo per la prima volta il primato del Sublime sul Bello.
Nell’idea di Burke è sublime “tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore”; il sublime può anche essere definito come “l’orrendo che affascina”
Questo sentimento di terrore però non deve essere vissuto in prima persona, in quanto non sarebbe più sublime ma paura. Quindi è necessario che il fenomeno terribile sia lontano da noi, che siamo invece al sicuro. Nel 1790, il filosofo Immanuel Kant, muovendo da una contrapposizione tra estetica del bello ed estetica del sublime, torna sul Sublime nella Critica del Giudizio, ampliandolo e distinguendo tra sublime dinamico (espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l’uomo prende coscienza del limite) e sublime matematico (che nasce dalla contemplazione della natura immobile e fuori dal tempo). Le riflessioni settecentesche su questi concetti troveranno forma computa nell’estetica romantica.

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