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L’invasione dei gamberi. Crostacei, sangue e vino nelle Ultime Cene



L’ammonizione del Levitico (11,10) è lapidaria: “Di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio”. Che ci fanno allora tutti quei crostacei sulla tavola del Signore?
Gli affreschi dell’Ultima Cena con gamberi, ascrivibili ai secoli XIII, XIV e XV, sono diffusi nelle chiese situate sull’arco alpino centro-orientale, lungo una fascia territoriale che ha come punte estreme il Friuli ad Est, la provincia di Novara ad Ovest, il Trentino e le cittadine della Svizzera italofona, a Nord.

C’è una prima, ovvia, spiegazione al fenomeno, quella che potremmo identificare a un livello semantico basico: la tavola è imbandita con quanto si trovava abitualmente nei territori in cui vennero realizzate le pitture parietali. Località come San Polo del Piave o la Valle del Brenta – in cui si riscontrano simili rappresentazioni – erano rinomate per i propri gamberi di fiume, che venivano consumati soprattutto nel periodo quaresimale, come attesta, tra gli altri, Bonvesin de la Riva.

Tuttavia nei dipinti antichi si tendeva a caricare gli elementi naturalistici di valenze simboliche. E ciò apparteneva profondamente a una civiltà in grado di leggere il reale a più livelli, poiché il sovrannaturale e il divino agivano attraverso le cose del mondo, utilizzando uomini e oggetti come un proprio linguaggio. Un geroglifico: una scrittura di Dio. Non può pertanto sfuggire il fatto che, salendo ad un secondo livello, i gamberi sulle tavole delle Ultime Cene dell’Italia settentrionale si presentino attraverso la violenza cromatica del rosso, con la forza del sangue appena sgorgato da un’arteria.

Sappiamo bene che i cardellini o i pettirossi che compaiono in numerosi dipinti che raffigurano la Madonna con il Bambino, oppure l’uva rossa, le ciliegie ma anche le fragole o fiori d’un vivo carminio venivano utilizzati, nell’ambito del tessuto semantico delle opere, con la funzione di indicare il presagio del sangue della Passione e di costituire, pertanto, un elemento visivo di precognizione, nell’ambito di un piano – come quello della primissima infanzia di Gesù – dominato dai sentimenti di gioia e serenità.

Eppure, qualcosa di sinistramente ineluttabile preme in direzione del futuro. Non sfuggirebbe, allora, all’infausto presagio del sangue la raffigurazione dei gamberi sul desco candido dell’ultima Cena, giacché questi crostacei, dopo la cottura, mutano in rosso acceso la coriacea livrea. E’ possibile quindi che una consuetudine territorialmente legata alla tavola – il consumo di gamberi durante il periodo quaresimale – abbia poi svolto – tanto sotto il profilo dell’accensione cromatica in grado di vivificare la tovaglia dell’ultimo incontro sacrale di Cristo con i discepoli quanto nella considerazione dell’eloquenza simbolica di un colore-predizione rispetto ai fatti che sarebbero precipitati di lì a poco, in una direzione comunque prevista – un’azione di significante nell’ambito della pittura. A nostro giudizio sta soprattutto in questa semplice evidenza la presenza dei minuscoli crostacei che macchiano le tavole della Cena estrema, in cui tutto è ormai giocato.

Esistono anche interpretazioni che vanno considerate come elemento di possibile completamento del piano dei significati. Secondo alcuni studiosi la presenza dei gamberi costituirebbe un palese richiamo alle sette eretiche.

I nostri antenati del Medioevo avrebbero voluto vedere nello strano modo di incedere del gambero, che si muove a ritroso, deviando dal retto cammino, l’allusione al peccato e agli eretici, che prendono strade opposte rispetto alla Verità, allontanandosi dalla Parola di Dio. Più precisamente, essi si riferirebbero alle dispute concernenti l’eucaristia, ovvero al dissenso teologico circa la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino consacrati.

In Pietà e dissenso religioso nelle Ultime Cene (in Civis, suppl. 16, 2004) Claudio Comel si spinge oltre: come il gambero non può che procedere a ritroso, così il sole con il solstizio d’estate non può che indietreggiare e declinare verso i mesi invernali: il gambero sarebbe dunque il simbolo della predestinazione di Giuda. “Ma allora Giuda era predestinato? Ecco la tragica domanda che attraverso quegli inquietanti crostacei si fa avanti! E’ la domanda dei dissidenti religiosi, dei liberi pensatori, dei dubbiosi incerti che tutto rimettono nelle mani della imperscrutabile volontà divina”. La polisemia del simbolo non si esaurisce tuttavia a questo punto.


L’affresco dell’Ultima Cena con gamberi collocato nella parte inferiore dell’abside della chiesa di Santo Stefano a Rovato in Franciacorta, risalente al XV secolo, è stato collegato da Gianfranco Massetti alla propaganda antiebraica sostenuta in quegli anni dall’ordine francescano dei Minori. L’interpretazione dello studioso sembra essere avvalorata dalla contestuale, dialettica presenza di altri elementi semantici contemperanti rispetto al ciclo di affreschi. Tra questi, ad esempio – nei pressi dell’Ultima Cena -, la rappresentazione di santo Stefano al Sinedrio, che rinnova l’antica polemica intorno al “vitello d’oro”, dietro a cui si cela l’intenzione di caratterizzare gli ebrei come un popolo attento ai valori materiali, dedito ai piaceri della tavola e alla lussuria.
Nello stesso affresco, Giuda e gli altri ebrei sono raffigurati con tratti caricaturali, secondo lo stereotipo dell’ebreo dalla lunga barba nera e dai tipici peot. Uno dei crostacei che imbandiscono la mensa dell’Ultima Cena, disposto in prossimità dell’apostolo a destra dell’Iscariota, ricorda più uno scorpione che un gambero. Come è noto, lo scorpione ricorre nell’iconografia cristiana quale simbolo negativo della Sinagoga e del popolo ebraico, nonché di Giuda. Massetti, dunque, considera i gamberi effigiati nella Cena come uno strumento più o meno efficace della propaganda antigiudaica del tardo Medioevo. Dice Cristo nel Vangelo di Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?”.
A nostro giudizio, tutte queste interpretazioni sono storicamente e semanticamente lecite.

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