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Lo scandaloso comportamento di Costanza Colonna, protettrice del Caravaggio

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costanza

Il salone dal Palazzo Sforza Colonna, a Caravaggio, oggi sede municipale. In queste stanze visse Costanza, la protettrice del pittore, che aveva sedici anni più di lui. I legami tra la famiglia materna di Caravaggio e la famiglia Sforza erano molto stretti e intensi.

Il salone dal Palazzo Sforza Colonna, a Caravaggio, oggi sede municipale. In queste stanze visse Costanza, la protettrice del pittore, che aveva sedici anni più di lui. I legami tra la famiglia materna di Caravaggio e la famiglia Sforza erano molto stretti e intensi.

 

 

Costanza Colonna, dopo la morte del marito, intende tornare a Roma, la propria città d’origine. Pur di partire, pensa anche alla possibilità di ritirarsi in un convento della città dei papi, ma il suo assistente spirituale, don Carlo Bascapè, già appartenente al gruppo di chierici più vicini a San Carlo Borromeo, poi al vertice dei Barnarbiti, cerca di osteggiare questa decisione, proponendole l’alternativa milanese di una vita comunitaria all’insegna della sottrazione alle tentazioni del mondo.

Carlo Bascapè, Generale dei Barnabiti e direttore spirituale di Costanza Sforza Colonna, protettrice di Michelangelo Merisi

Carlo Bascapè, Generale dei Barnabiti e direttore spirituale di Costanza Sforza Colonna, protettrice di Michelangelo Merisi

Impegno non facile, quello del generale dell’Ordine, perchè alla giovane vedova appare oppressivo il clima milanese, con le sue convenzioni provinciali e il rigorismo della morsa controriformistica stretta sulla città da Carlo Borromeo, di cui Bascapé, appunto, è stato un collaboratore fidato e il primo biografo. Il generale dei Barnabiti deve agire, nella dissuasione, con i termini della confidenza paterna e con l’astuzia di un fine diplomatico perchè la donna è sorella del potente cardinale Ascanio Colonna, al quale il sacerdote fa ricorso frequente nei casi più delicati, anche personali, come quello della raccomandazione del nipote, per il quale cerca una pensione annua che consenta al ragazzo di affrontare gli studi.

caravaggio paese palazzo sforza scalone5

Le vicende della marchesa risultano strettamente collegate alla vita del giovane Caravaggio – e lo saranno per sempre, fino alla morte del pittore – ed è per questo che il lungo dibattere  attorno al trasferimento romano, con il proprio confessore, getta una luce nuova sul tempo che Michelangelo Merisi ebbe a disposizione per immaginare e preparare la partenza romana, la quale, presumibilmente, sarebbe avvenuta proprio nel 1592, quando Costanza, riuscì a lasciare Milano per Roma, per poi rientrare per un certo periodo nella città meneghina e ripartire. Ciò farebbe supporre che Caravaggio sia andato a Roma,; tornato a Milano per un certo periodo; e ripartito per la capitale pontifica attorno al 1595-96. Caravaggio, come narra Mancini, cronista dell’epoca e primo biografo del pittore, ebbe stanza presso un canonico, che abitava nel palazzo degli stessi Colonna.
Diverse lettere, scritte dal generale dei Barnabiti alla figlia spirituale, sono finalizzate ad evitare la partenza della marchesa, che peraltro risulta grande benefattrice dell’Ordine guidato da Carlo Bascapé. Costui non nasconde a Costanza i gravissimi pericoli ai quali la donna si esporrebbe a Roma. Le necessità di rappresentanza della famiglia d’origine, argomenta nella lettera del 27 settembre 1586, (Lettere dei Barbiti, vol 1 p. 506) alludendo peraltro alla maggior libertà romana, comporterebbero, anche nel caso della scelta di un convento, numerose deroghe che potrebbero far precipitare Costanza nel peccato. Per questo il religioso le consiglia di preferire il ritiro nel feudo tranquillo di Galliate alla “stanza di Roma, ingombrata dalle grandezze et occupata in continui compimenti mondani et ripiena de gli efficacissimi allettamenti del sangue suo e, et delle cose natie”. (ibidem). L’assistente spirituale ricorda a Costanza che anche da Milano è possibile ottenere per i suoi figli, in termini di carriera e di occasioni pubbliche, ciò che offre Roma.
Frattanto il Barnabita si preoccupa della sorte della primogenita di Costanza, proponendole un periodo di prova nel convento delle Angeliche (lettera del 3 ottobre 1586), quindi coinvolge la propria protetta nella grande impresa economica e spirituale dell’apertura di un convento a Novara (13 marzo 1587). “Faccia il Signore – scrive il 10 aprile 1587 alla marchesa di Caravaggio- che l’habbiamo per fondatrice ancora d’un Collegio”. E quell’avverbio indica precedenti impegni economici della marchesa a favore dell’Ordine, che unisce alla liberalità la ricerca di appoggi presso il fratello, il cardinale Ascanio.


Con certezza, Costanza risulta tra i maggiori benefattori dei Barnabiti, come appare da un elenco che, nel 1600, presenta i nomi dei nobili e dei borghesi economicamente e moralmente più vicini alla causa dell’Ordine. (Liber benefactorum).

La collaborazione, tra i due è costante e assoluta, nonostante, in alcuni casi, Costanza si ritragga o non dia immediata risposta alle richieste, spesso assillanti, del religioso. Eppure la confidenza è estrema. In una lettera scritta senza intestazione, per evidenti motivi di riservatezza, nel 1587, Bascapé redarguisce severamente la marchesa che ha ripreso a vivere, con molta libertà. La accusa di vestirsi in modo indecoroso, di ornarsi eccessivamente e, in questo modo, di dare adito ai maligni di “lacerarvi con le loro lingue come spesso fanno “(p.578).

“Il vostro trattare con huomini è troppo libero, et affettuoso (…)”. Dice che il troppo affetto concesso agli uomini è, in fondo, lascivia.  E annota senza reticenze:“Il comparire inanzi a chi si voglia, o slacciata, o scoperta, overo non in tutto vestita, come può stare con la compita honestà, massime di una vedova vostra pari; et molto meno l’ammettere huomini al letto senza necessità, o per malattia, o per altro accidente; né mi si dica che alle Signore grandi si dee concedere più libertà”. Le frequentazioni della marchesa la espongono ad alti rischi sotto il profilo morale. “Il frequentare coversatione d’huomo massime mondano et intento a piaceri di carne, non è di donna molto honesta: e sia chi si voglia, è gran fomento di tentazione et di guastare in qualche modo la candidezza del’animo honesto, col guardare, col parlare, con li ragionamenti, che il Demonio, se non altro occultamente introduce”. La ammonisce, invitandola a non leggere i sonetti di Petrarca – che sono ricchi di “lascivie” –  e a non portare con sé la figlia alle feste, “la quale se ha tenuto pratiche licenziose, voi ne siete causa”.

Caravaggio adolescente dovette frequentare i palazzi della marchesa di Caravaggio, proprio per i vincoli assidui che si erano instaurati tra la sua famiglia e gli Sforza Colonna. Il nonno materno, il colto agrimensore Giovanni Giacomo Aratori, era stato uomo di fiducia dei marchesi e prima di loro, anche dei Bentivoglio, famiglia a cui apparteneva la volitiva Violante, la nonna del marito di Costanza, colei che aveva retto per anni le sorti del feudo. Nel 1587, anno in cui Bascapé cerca di limitare i comportamenti scandalosi di Costanza,  Michelangelo Merisi sedicenne era a Milano, nella scuola di pittura di Peterzano, che egli frequentava non in veste di garzone, ma come allievo pagante. Gli intrecci di amicizia e di assiduità, il baliatico della zia di Caravaggio – seguito da quello della sorella – presso gli Sforza aveva rinsaldato i legami, creando tra le famiglie fratelli di latte. Tutto ciò aveva posto Merisi in una condizione di privilegio, sia a Caravaggio che a Milano.

L’ipotesi della presenza di Caravaggio nel collegio dei Barnabiti, con l’incarico di restaurare e ammodernare, sotto il profilo iconografico, il dipinto “Il miracolo di Listri”, realizzato dal proprio maestro nel 1573 ma da rinnovare con i ritratti dei nuovi vertici dell’Ordine  dopo la profonda riforma dello stess,, risulta interessante sia sotto il profilo degli intrecci biografici che nell’ambito dell’integrazione stilistica del dipinto. Bascapé è il potentissimo generale riformatore dell’Ordine. Bascapé ha mille vincoli di gratitudine nei confronti della marchesa, alla quale si rivolge costantemente quando ha problemi economici, familiari o politici, considerata l’ascendenza di Costanza sul fratello cardinale.

La marchesa, alla quale indirizza numerosissime lettere, è la presenza più assidua nel suo epistolario, per i motivi più svariati: raccomandazioni di conoscenti, questioni legate all’espansione dell’Ordine, richiesta di elemosine per i poveri, aiuti politici per la gestione del feudo di Caravaggio, indirizzi morali. Bascapé intercede presso di lei, quando si presentano creditori, tra i quali un vecchio pittore. “Se la S.ra  Marchesa manderà a V.R. uno scudo di limosina sarà contenta farlo havere a quel vecchio, altre volte, credo, pittore, cha sa Giovanni Alberto; con questo che resti contento di ciò che pretende per non so che cosa vecchissima, da detta signora o casa sua”. (lettera 44 del 7 luglio 1587, volume II)  Un rapporto molto stretto e intenso, simbiotico, che porta il ferreo generale ad adattare il proprio comportamento alla situazione anagrafica di Costanza.


In una lettera confidenziale inviata a Roma il 26 luglio 1589 a un proprio collega, Bascapé ricordando la necessità di non far coincidere l’assistente spirituale con il confessore, ricorda il caso emblematico del proprio rapporto con la Marchesa di Caravaggio, comparandolo con quella di un’altra illustre assistita, una principessa della quale non menziona il nome. Bascapé ammette che, con Costanza, la presenza di un confessore – cioè di una terza persona inclinata all’oggettività e alla severità – è indispensabile affinché i peccati siano valutati, condannati e perdonati, dopo un percorso penitenziale consono.

Egli infatti afferma che con la marchesa, essendo vedova, non può utilizzare lo stesso metro di giudizio con il quale affronta gli scarsi peccati di un’altra assistita  che, essendo sposata, non “ha certe necessità”.. Argomenta infatti:“(…)  Per esempio s’io volessi accettare di impacciarmi ne i negotij della Sig. ra Marchesa di Caravaggio, che è pur vedova, havrei troppo che fare, se bene non posso, ma debbo fuggire ogni cosa; altramente s’havrebbe da lasciare quella anima. Mente è stata qui la Sig.ra Principessa, s’è confessata a ne, et perché è maritata, et non havea certe necessità, m’è occorso rarissime volte andarci a lei, per altro , che per confessione.” (lettera a Don Paolo Antonio, n. 67, p. 63, 64,65, Epistolario, terzo volume).

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