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Loggia delle grida di Brescia – I sette misteriosi personaggi scolpiti


La Loggia delle grida che si affaccia dalla facciata della parte più antica del Broletto di Brescia, palazzo municipale del XIII secolo

La Loggia delle grida che si affaccia dalla parte più antica del Broletto di Brescia, palazzo municipale del XIII secolo

 

di Giancarlo Piovanelli

Che cosa rappresentano veramente le sette figure misteriose della loggia delle Grida, situate sotto la parlera del lato ovest del Broletto, l’area che si affaccia sulla piazza del Duomo?

Si tratta della parte più antica del “palatium novum maius”, quella che si è meglio conservata, costruita tra il 1223 e il 1227, fra i due mandati podestarili di Ramberto Ramberti (originario di Modena o di Ferrara) e di Pagano della Torre (di Milano).

Alla base della loggia del Broletto, le sette piccole sculture

Alla base della loggia del Broletto, le sette piccole sculture

Le sette figure, scomposte dai Giacobini nel 1797, vennero restaurate e ricollocate nel luogo originario nel 1902 per volontà di Giuseppe Zanardelli, allora primo ministro.

Il gruppo è così costituito: al centro c’è la statua della Giustizia incoronata, con la bilancia in mano, ed ai lati due personaggi che, dalle fattezze, appaiono importanti. Alla sinistra della Giustizia abbiamo un uomo con la berretta podestarile e il vestito abbottonato che indica con la mano la Giustizia stessa, mentre a destra c’è un’altra figura, che potrebbe essere il capitano del popolo o un assessore, e che pure indica la Giustizia.

Brorletto di Brescia, Loggia delle Grida, La Giustizia

Broletto di Brescia, Loggia delle Grida, La Giustizia

 

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L’uomo con berretta e abiti podestarili, forse Pagano della Torre

 

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Sull’angolo del palazzo vi è, inoltre, un’iscrizione celebrativa della conclusione, nel 1227, dei lavori di costruzione dell’edificio capanniforme appoggiato alla torre del Pégol (che non significa “popolo” ma “mercato”, come ha dimostrato Arnaldo Gnaga fin dal 1937). I quattro accompagnatori sembrerebbero piuttosto dei telamoni o delle cariatidi.

Un figura, ancora, compare sul lato sud, a fianco dell’ingresso principale. L’individuo, con un rotolo in mano, potrebbe essere un altro podestà: l’iniziatore del Broletto, forse, e cioè il già citato Ramberto (o Rambertino) Ramberti, lo stesso che avrebbe portato a Brescia quegli scultori di scuola antelamica che hanno scolpito i Mesi della quadrifora interna.

Se l’ipotesi è giusta, l’uomo della parlera dovrebbe essere allora Pagano della Torre, del quale, rispetto al Ramberti, abbiamo per fortuna più informazioni.

Pagano, infatti, appartiene alla nota famiglia milanese dei Torriani, che contesero a lungo ai Visconti il dominio della città meneghina, per tutto il XIII secolo fino agli inizi del XIV. I Torriani procurarono anche la brusca rottura tra il vescovo Berardo Maggi e il capopopolo guelfo Tebaldo Brusato, quando tornarono al potere nel 1302, con l’appoggio esplicito del Brusato.

Pagano della Torre è un protagonista della fase iniziale dell’ascesa della propria casata, imponendosi come capo della credenza di Sant’Ambrogio, quindi come il più autorevole console di Milano. Nel 1195 ottiene un incarico molto prestigioso, quello di podestà di Padova, dove si distingue come eccellente urbanista, creando la prima cerchia di mura.

E’ da rilevare che, allora, Milano era più avanti di almeno cinquant’anni rispetto a tutti gli altri centri della “Longobardia”. Nel 1200, i mandati podestarili affidati a quella città furono ben cinquecento, superando persino quelli di Firenze (468). Milano, non dimentichiamolo, si era già distinta nella lotta contro il Barbarossa, e ancor più doveva farlo col nipote di questi, Federico II, subito dopo la lega di Mosio, firmata proprio nel 1226, e cioè l’anno prima dell’arrivo di Pagano a Brescia.


Pochi podestà milanesi sono stati famosi come lui. Potremmo citare Azzone Pirovano, che fu a Brescia per ben quattro volte, inviso a Federico II, e del quale i contemporanei dicevano: “fama cuius radiat velut sidus” (la sua fama splende come una stella); o Rubaconte del Mandello, che a Firenze nel 1237 costruì il primo ponte di pietra sull’Arno, e cioè l’attuale ponte delle Grazie. Rubaconte è ricordato pure da Dante (Purgatorio, XII, 102).

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Nel 1227, Pagano della Torre si “scambia” con il bresciano Lanfranco Poncarali, che si reca a Milano. Entrambi saranno determinanti, a Verona, per comporre la lotta fra le fazioni in vista della “serrata” contro il “puer Apuliae”, il potente imperatore svevo.

Nel 1237, troviamo Pagano a Viterbo con il papa Gregorio IX, nell’intento di giungere alla pace, pace che però si rivelerà effimera. Sempre nel 1237, dopo il disastro di Cortenuova, raccoglie tutti i profughi che può, portandoli in Valtellina, terra di cui è conte. Sogna la riscossa, subito dopo l’assedio di Brescia, d’accordo con il legato pontificio Gregorio di Montelongo, potendo godere del sostegno del formidabile quadrilatero delle città fedeli, ossia la stessa Brescia, Milano, Bologna e Piacenza.

Dal 1240 è praticamente padrone di Milano, dove interviene anche per temperare le tasse e l’usura, fissando termini invalicabili. Insomma, un vero factotum, un personaggio di assoluto rilievo, che bene avrebbe meritato l’onore di essere effigiato sulle pareti della loggia delle Grida.

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