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Henri Matisse, La tristezza del re, 1952

L’origine del collage. Una “magia” inventata da cubisti e futuristi

L’uso del collage, o papiers collés, per la creazione di opere d’avanguardia, risale agli inizi del Novecento: consiste nell’incollare a un fondo frammenti di carta colorata, ritagli di giornale o di immagini fotografiche, disposti secondo l’effetto estetico desiderato.

A questa tecnica – forse il primo e più icastico “strappo” nei confronti della pittura accademica – ricorsero inizialmente due correnti artistiche fra loro antitetiche: il Cubismo analitico di Picasso e Braque e il Futurismo italiano. Il pittore cubista – che oltre alla carta si avvaleva anche di materiali eterogenei, quali pacchetti di sigarette e scatole di fiammiferi – intendeva raffigurare uno spazio che “in un momento determinato si slancia verso l’infinito in tutte le direzioni” (Apollinaire), in aperta polemica con la “finestra” albertiana. In questo caso, la carta tagliata e incollata, metafora di oggetti sezionati e ricomposti, sintetizzava il mutamento nella visione della realtà.
Nei lavori futuristi, invece, il collage esprimeva l’anelito ad annullare ogni richiamo al passato anche da un punto di vista squisitamente tecnico. Un intento polemico è presente pure in espressionisti come il tedesco John Heartfield, che si servì di tale linguaggio per dileggiare Hitler e il Nazismo, e nei dadaisti.

Tra i grandi maestri che ricorsero ai papiers collés, Henri Matisse, il quale non utilizzava carte già colorate ma fogli dipinti da lui con uno strato unico di tempera a guazzo, steso con un pennello piatto, Max Ernst e Mimmo Rotella, con i suoi celebri décollage, manifesti strappati sotto i quali compaiono frammenti di altri manifesti.

Mimmo Rotella, Il vero amore di Liz, 2004

Mimmo Rotella,
Il vero amore di Liz, 2004


Ardengo Soffici, Bottiglia verde su fondo nero, 1915

Ardengo Soffici,
Bottiglia verde su fondo nero, 1915

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