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L’uccello di Leonardo e le “teste de cazo” nell’arte del Rinascimento

di Roberto Manescalchi

Avendo in mente di parlarvi dell’”uccello di Leonardo” (Fot.1) che si trova dipinto in un muro dell’ex convento fiorentino della Santissima Annunziata (ora di pertinenza del’Istituto Geografico Militare)

Foto 1

ho ritenuto doveroso, come sempre, prima di scrivere, il controllo e la citazione di precedenti articoli sul tema che potessero essere presenti su quella che prima era rivista e oggi corrisponde a questo giornale online.

Va da sé che che con il termine “uccello” si possano introdurre (introdurre è termine pregnante e voluto… è voluto anche pregnante) varie argomentazioni e la prima che avremmo voluto trattare sarebbe stata proprio quella legata alla sfera sessuale che di introduzioni, ovviamente, è ricca fin dalla notte dei tempi. Tuttavia ci siamo imbattuti per prima cosa in questo interessantissimo redazionale del 12 febbraio 2018:

Testa di cazzi, maiolica di Francesco Urbini (1536). Fu tratta da un disegno di Leonardo?

Eccovi l’incipit:

Foto 2

“in anticipo su Arcimboldo, Francesco Urbini, realìzzò questo composito “tutto che diventa uno”, nel 1536, dipingendo un volto con la giustapposizione di un considerevole numero di peni, accolti su un piatto fondo di maiolica di Casteldurante (Fot.2).

Si ritiene che questi giochi di composizione possano essere fatti risalire all’epoca di Leonardo, soprattutto come elementi giocosi”. Dopo aver giustamente escluso la discendenza dell’idea dalle opere di Arcimboldo che nel 1536, data di esecuzione del piatto, aveva dieci anni, il nostro articolista continua: “e se Urbini avesse utilizzato un’idea o addirittura un disegno di Leonardo?”

Folgorato sulla retta via di Damasco mi son subito messo in cerca dell’archetipo del piatto. Ritrovare il disegno, visto e memorizzato quaranta anni fa, era troppo importante nell’anno delle celebrazioni del quinto centenario dalla morte di Leonardo. Ci ho messo qualche giorno, ma eccolo in tutta la sua magnificenza, una sorta di esclusiva – rarissime sono le sue foto in circolazione; il disegno è in collezione privata e l’ ubicazione sconosciuta.

– per i lettori di Stile (Fot. 3)

Foto 3

e confrontato con il piatto di Urbini ribaltato (Fot.4).

Foto 4

Nelle mie stanze di studio c’è un immane casino così come nel desktop del mio mac e il disegno non tornava alla luce per via che non lo avevamo riposto tra la roba di Leonardo, ma tra quella di Francesco Salviati. Gli storici dell’arte sono usi chiamarla “testa de cazi” , come da cartiglio, quando parlano del piatto di Francesco Urbini e “testa fallica” quando disquisiscono del più nobile e raffinato disegno di Francesco Salviati. Perché Salviati e non Leonardo? Francamente non ci sovviene. Conosciamo di Salviati gli splendici manici di quattro coltelli che trattano dell’eros e che qui vi proponiamo nella splendida versione incisa da Cherubino Alberti qualche decennio dopo (Fot.5, 6).

Foto 5

Foto 6

Foto 7

Sempre di Salviati, raffinatissimo interprete, come non ricordare poi il “trionfo del fallo”? Qui proposto in un’anonima, ma squisita stampa del primo settecento francese realizzata in tre fogli (Fot. 7, 8, 9)

Foto 8

Foto 9

e in vista d’insieme (Fot. 10) di cui si conoscono due copie.

Foto 10

La prima presso il gabinetto disegni e stampe del British Museum e la seconda ci pare di ricordare in collezione privata in Svezia. Nell’incisione, sorta di processione antica che evoca certamente un mito, un enorme fallo, feticcio votivo, adagiato su un carro, trainato da putti e ninfe giulive e festanti è in avvicinamento ad un arco trionfale a forma di pudenda femminile. La testa fallica ci pare tuttavia rappresentazione del: Totus. in. Toto. et. Totus. in. Qualib(et).Parte. Evocazione scolastica dell’essenza dell’anima: “tutto in tutto, e tutto in qualsiasi parte” idea che arriva a Firenze nel 1439 con le casse dei libri caricate sulle venti mule che si dice seguissero il Cardinale Bessarione. Nelle corde di Leonardo certamente, in quelle di Salviati non sappiamo e comunque idea che mutua dall’antico ben prima della nascita di Salviati. Abbiamo proposto la scritta così come appare al rovescio di una medaglia dedicata all’Aretino e che contorna, giustappunto una testa fallica (qui sotto).

La Medaglia è conservata al Museo Nazionale del Bargello. In questo caso l’anonimo autore vuole schernire l’Aretino per la sua omosessualità. I soggetti sospettati del conio furono due: Niccolò Franco già allievo del nostro e, in seguito, autore di una “Priapea” (91 sonetti attraverso i quali deride l’omosessualità del maestro) ed il vescovo comasco Paolo Giovio che pare autore anche del celeberrimo epitaffio dettato con congruo anticipo:

«Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: “Non lo conosco”!»

Per dovere di cronaca, non sappiamo chi abbia iniziato, registriamo anche (ad opera dell’Aretino):

«Qui giace Paolo Giovio ermafrodito,
che seppe far da moglie e da marito»

Il quale fu certamente responsabile del conio della medaglia conservata al Castello Sforzesco di Milano (Fot. 12). Sembra che la testa di Satiro al verso sia in relazione a quella del Vescovo comasco e per il resto la testa fallica sul retro ci pare che renda meglio, anche ed in aggiunta, il concetto di “testa de cazo”.

Foto 12

Giochetti che vengono dall’antico e se la tecnica e la biacca del disegno potrebbero far nascere dei dubbi su Leonardo come autore… non è assolutamente detto che il disegno, certamente di ambito Leonardiano, indipendentemente dal fatto che con Leonardo c’è da aspettarsi sempre di tutto e di più, non venga addirittura dalla bottega di provenienza del maestro… la fucina dei miracoli di Andrea del Verrocchio. Che dire d’altro? Del Giovio poco sappiamo e certo ci è oscuro il sapere dei suoi genitali e se, come dice l’Aretino potesse realmente far da moglie e da marito. Che poi a rigore era vescovo e il nostro concittadino si rivela nell’occasione in tutta la sua volgarissima magnificenza. Per l’Aretino? In Toscana i vecchi avrebbero detto che “era da potta e da culo” ed è qualche cosa che certamente e intimamente connesso, come visto, alla classicità greca con significati e valenze che niente hanno a che vedere con i costumi odierni. per Leonardo di cui oggi siamo convinti di aver recuperato quantomeno un importantissimo modello grafico… da qui ripartiremo. Un rapido sguardo alla bibliografia per segnalare, doverosa precisazione, che la testa fallica era stata già accostata all’opera di Leonardo da Alessandro Parronchi nel suo “inganni d’ombre”, in Accademia Leonardi Vinci, 1992.

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