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L’unicorno nella pittura – Perché appare sempre vicino al grembo delle giovani donne?


Domenico-Zampieri-detto-il-Domenichino, Vergine-con-unicorno, 1604, affresco,Roma-Palazzo-Farnese, Galleria-dei-Carracci

Domenico Zampieri detto il Domenichino, Vergine con unicorno, 1604, affresco,Roma, Palazzo Farnese, Galleria dei Carracci

 

L’unicorno, denominato nell’italiano antico alicorno, collocato accanto a una ragazza, rappresenta la purezza, non suscitata dall’indifferenza nei confronti dei piaceri carnali, ma dominata dalla castità, cioè da una rinuncia consapevole all’eros, pur nella difficoltà che esso comporta. Rinuncia che può essere pur temporanea, in attesa del sacramento matrimoniale. L’unicorno era infatti considerato un animale sessualmente focoso, basilarmente intemperante nei confronti dei propri desideri sessuali. I suoi massimi appetiti si riteneva che fossero suscitati dalle ragazze, al punto che, nell’antichità si pensava che potesse essere catturando, lasciando come esca, nel bosco o in una radura, una vergine, cioè una donzella. L’immagine può essere ben compresa nella bruciante definizione che ne dà Leonardo da Vinci, all’interno degli scritti dedicati alla funzione simbolica degli animali. Concetto che egli riprende dagli antichi, ma che stempera nella propria contemporaneità e che risulta utilissimo per comprendere il significato della presenza di questo animale immaginario nella pittura medievale e rinascimentale, nelle insegne araldiche, nelle imprese e nelle arti minori.

Leonardo da Vinci, Donzella con unicorno

Leonardo da Vinci, Donzella con unicorno



Scrive Leonardo: “L’alicorno, ovvero unicorno, per la sua intemperanza e non sapersi vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua ferocità e salvatichezza; ponendo da capo ogni sospetto va alla sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal modo lo pigliano”. In sintesi: l’unicorno, trascinato dal proprio desiderio, quando vede e sente una ragazza vergine corre da lei, ma poi le appoggia il muso sul grembo e si addormenta. Così, approfittando del suo sonno, i cacciatori possono catturarlo.
La vergine rappresenta la castità virtuosa, mantenuta anche di fronte all’irruenza dei desideri della carne e, per estensione, anche l’animale, che di fondo è fortemente trascinato verso i piaceri sessuali, compartecipa, come un fidanzato rispettoso, alla necessità della virtù.
Al di là della metafora alta, si può ritenere, in effetti, -considerato il fatto che si ritiene che l’immagine della vergine e dell’unicorno fossero utilizzata anche nei quadri di fidanzamento – essa sta a significare, nel segmento di vita quotidiana, l’attesa casta del matrimonio, dopo il quale, evidentemente, l’animale potrà risvegliarsi. Per il simbolo fallico del corno e per l’irruenza esso può essere rappresentato, come nell’affresco di Domenichino, mentre si avvinghia alle gambe della vergine o assume una postura rampante. In diversi quadri l’immagine viene invece attutita e l’unicorno viene dipinto o disegnato mentre, come un animale domestico, è già accoccolato vicino alla vergine. E’ il caso, questo, del noto dipinto di Raffaello, che esamineremo più avanti.

Lo stratagemma di esporre una vergine per la cattura degli unicorni viene narrato per la prima volta nel “Fisiologo”, opera anonima scritta ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III secolo d.C.. Questa immagine percorre poi i bestiari medievali e giunge al Rinascimento, per estendersi al periodo barocco. Fino al Settecento si riteneva che l’unicorno non fosse un prodotto della fantasia. Al di là delle testimonianze degli autori e della tradizione, si riteneva che la presenza del cavallino fosse reale. Nelle wunderkammern, le camere delle meraviglie, non era infrequente trovare il prezioso “corno” che, in realtà, apparteneva a un cetaceo, il narvalo (Monodon monoceros), un delfinattero. Sotto il profilo biologico, il corno in realtà è un dente, simile ad una vite, con avvolgimento da destra verso sinistra, nella forma tipica che ha dato origine al mitico unicorno.

unicorno narvalo


RAFFAELLO, Ritratto di giovane donna (Dama col Liocorno), 1505-1506, olio su tavola, cm 65 x 51, Roma, Galleria Borghese

RAFFAELLO, Ritratto di giovane donna (Dama col Liocorno), 1505-1506, olio su tavola, cm 65 x 51, Roma, Galleria Borghese

La Dama col Liocorno è uno dei più misteriosi dipinti attribuiti a Raffaello. Un ritratto? Un’allegoria? La presenza del mitico animale, collegata al significato simbolico dei gioielli, ci consente di entrare più agevolmente nell’opera. “Il pendente della Dama col Liocorno è costruito da una pesante montatura in oro smaltato con piccole foglie, in cui sono incastonati un piccolo smeraldo, un grande rubino ed una goccia a perla” – scrive Alessia De Simone nel volume edito da Logart Press-. La rappresentazione della vergine con l’unicorno tra le braccia può essere interpretata come un’allegoria profana della castità; questa tipologia iconografica era in uso per gli arazzi medioevali e del primo Rinascimento, realizzati in occasione di fidanzamenti. La raffigurazione dell’unicorno ben si associa alla scelta delle pietre preziose del gioiello raffigurato; l’unicorno, infatti, nell’antichità era collegato al culto della dea-madre vergine e conservò nel Medioevo questa simbologia, in riferimento alla verginità di Maria”.

RAFFAELLO, Ritratto di giovane donna (Dama col Liocorno), particolare, 1505-1506, olio su tavola, cm 65 x 51, Roma, Galleria Borghese

RAFFAELLO, Ritratto di giovane donna (Dama col Liocorno), particolare, 1505-1506, olio su tavola, cm 65 x 51, Roma, Galleria Borghese

“Secondo una leggenda il corno dell’animale purificava qualunque cosa toccasse e poteva essere catturato soltanto da una vergine. L’animale, noto anche come simbolo fallico, era foriero di prosperità nella vita matrimoniale; stesse caratteristiche presentavano le pietre preziose del gioiello; la perla e lo smeraldo erano note come simbolo di castità, mentre il rubino donava alla sposa prosperità nella vita matrimoniale e frenava le passioni amorose. Il rubino raffigurato, inoltre, presenta delle macchie naturali; Ludovico Dolce, nel testo Libri tre, nei quali si tratta delle diverse sorti delle gemme che produce la natura, della qualità, grandezza, bellezza e virtù loro del 1565, parla delle virtù occulte delle pietre incise: “(…) esse erano ancora più potenti quado l’incisione non era opera dell’uomo ma della natura (…)”.

unicorno 3

Luca Longhi, Dama con unicorno, 1535-1540, Roma, Museo di Castel Sant’Angelo.
Studi recenti hanno identificato nella fanciulla ritratta in questo quadro Giulia Farnese, la sorella di papa Paolo III. La composizione del quadro è ispirata a un disegno di Leonardo da Vinci, oggi conservato presso l’Ashmolean Museum di Oxford.

Luca Longhi
(Ravenna 1507 – Ravenna 1580)
Giovane donna con Unicorno
1535-40
Olio su tavola; cm 132 x 98
Inv. III/51
Provenienza: Roma, collezione M. Menotti 1916, donazione.

Una giovane, immersa in un paesaggio cristallino, siede accanto ad un unicorno, rivolgendosi allo spettatore. La donna punta l’indice verso l’animale, invitandoci apertamente ad osservarlo, mentre questo volge a lei lo sguardo. Si tratta probabilmente di Giulia Farnese, influente sorella di papa Paolo III, qui ritratta in veste araldica: la Vergine con l’unicorno, simbolo di purezza, era infatti emblema della famiglia Farnese già da due generazioni. L’artista che la immortala è il romagnolo Luca Longhi, distintosi come ritrattista di famiglia e fortemente influenzato dalla maniera leonardesca di concepire la luce, specie nei paesaggi che fanno da sfondo alle sue figure. Secondo altri, l’autrice dell’opera sarebbe la figlia del pittore, Barbara, di cui si sa poco. Certo è che la composizione è tratta da un disegno di Leonardo (sopra) conservato presso l’Ashmolean Museum di Oxford. Lo sguardo malinconico e distaccato della fanciulla ne congela l’immagine in un gesto quasi di monito, un simbolo: un’idealizzazione voluta dai famigliari committenti, essendo stata l’opera realizzata dopo la scomparsa di Giulia, avvenuta nel 1524.

IL CICLO DI ARAZZI DELLA DAMA CON L’UNICORNO
ORIGINE, STORIA E SIGNIFICATO DELL’OPERA

 

unicorno il gusto
Considerato come uno dei migliori, eleganti e complessi prodotti dell’arazzeria del Medioevo, il ciclo de La dama e l’unicorno è un lavoro prodotto da una manifattura fiamminga, nelle Fiandre, tra il 1484 e il 1500. Il ciclo è composto da sei pannelli. Il fondo è rosso e la lavorazione segue un disegno gotico, ricco di particolari. Al centro della scena sta la dama; accanto, l’unicorno, poi un leone ed altri piccoli animali. Cinque pannelli sono dedicati ai sensi. Il significato del ciclo risulta pertanto, da un’analisi iconologica compiuta da Maurizio Benradelli Curuz, da collegare al significato della temperanza e della fortezza. Vergine e unicorno alludono infatti, secondo lo studioso, al contenimento della lussuria e dell’eccesso. Ognuno dei cinque, citati pannelli, ammonisce. Ammonisce e consiglia un approccio attento e sospettoso nei confronti della seduzione sensoriale. Il leone rampante è invece simbolo della fortezza. Fortezza e temperanza risultano fondamentali per chi è titolare di una magistratura pubblica. Gli stendardi e gli scudi portano l’emblema di Jean Le Viste, presidente della Cour des aides di Lione – un tribunale che si occupava di contenziosi fiscali -, il magistrato che ne commissiò la produzione. Il committente intendeva sottolineare il proprio uso della ragione, superiore al rischio di fraintendimento provocato da un approccio sensoriale alla realtà. Gli emblemi del giudice, presenti negli arazzi, rappresentano tre lune crescenti – croissant, dal quale deriva il sostantivo che designa le brioche dalla forma di luna crescente – che costituiscono un simbolo di prosperità e di positività. La scimmietta alla base dell’arazzo indica invece animalità e intemperanza, come i coniglietti rappresentano la fecondità lussuriosa. Il cane è invece simbolo di fedeltà.

 

 

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