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Marino e Marinetti erano gemelli

di Vera Bugatti

Al termine barocco, oltre ad individuare l’atteggiamento di un periodo storico preciso, sembra contenere in sé una categoria estetica universale, che supera l’applicazione stilistica fiorita nel Seicento e Settecento. Paradossalmente oggi giorno viene usato più al di fuori del contesto storico al quale si riferisce che in relazione ad esso.
Si parla di barocchismo, di fare barocchesco, figura spesso raddoppiata in grottesco, ma anche in bizzarro, deforme, strambo, con effetti di sinonimia o di endiadi che nascono dall’ipostasi ideologica del primo Novecento italiano la quale ha recuperato dal classicismo settecentesco e dal misticismo romantico la condanna delle trovate strambe, arzigogolate e ingegnose degli artisti barocchi: l’impostazione ideologica che Croce ha incarnato alla perfezione, ma che già si percepiva chiaramente in Muratori. Il Barocco veniva liquidato come stagione dell’onirico, dell’abnorme, del patologico.
L’eredità di questa critica ha però visto crescere studi sul Barocco che, a partire dai primi anni ’40 del secolo scorso, hanno rivalutato quel periodo soprattutto in rapporto al problema retorico e compositivo, cioè sul piano dello stile e della lingua.
C’è infatti un filo rosso che lega il Barocco, le Avanguardie storiche e il plurilinguismo della poesia sperimentale contemporanea. La semantica barocca, come la vide Barthes, aperta alla proliferazione del significante, infinita e pur tuttavia strutturata, si riflette per esempio nella ricerca di Gaetano delli Santi, poeta, narratore e critico, scultore e pittore, autore di un libro – La forza generativa del Barocco -, saggio curioso concepito in forma dialogica, che simula una conversazione fra due interlocutori, Sanbollito e Barsabucco, dietro ai quali è facile intravedere – nomen omen – i sostenitori rispettivamente delle tesi classicistiche e barocche. Con il procedere del confronto è lo stesso Sanbollito, persuaso dalla dissertazione di Barsabucco, ad avanzare l’ipotesi della connessione tra Barocco e Avanguardia, tra Marino e Marinetti, tra Apollinaire e Daniello Bartoli, sia sul piano estetico che su quello teorico. L’Avanguardia si configura quindi come il linguaggio artistico che più si è servito degli espedienti retorici del Barocco.


Il testo dialogico si completa poi, come una scatola cinese, di microsaggi e ipertesti didattici direttamente richiamati dal testo principale, mentre il progetto iconografico del volume, frutto di un lavoro di rielaborazione di riproduzioni di opere d’arte, è concepito dai suoi autori quale chiave di lettura dei concetti esposti verbalmente, considerato arricchimento e ulteriore spunto di riflessione.
Si potrebbe affermare che più che un volume sul Barocco è un volume barocco, prodotto di un poeta che sente propria, nelle sue diverse manifestazioni, la forza generativa di quel periodo, finché Seicento, avanguardie storiche e plurilinguismo contemporaneo non finiscono col compenetrarsi in una veste antilirica e desublimata, in un vortice surrealista che procede per accostamenti sorprendenti e slittamenti semantici. Il contraltare è sempre il medesimo: l’opporsi a una “tradizione petrarchista” che “tiranneggia” in un sistema linguistico sociale ristagnante.
La tensione intersemiotica tra i vari linguaggi si coglie per esempio nella trattazione allegorica del campanile a spirale di Sant’Ivo alla Sapienza del Borromini, in un modo che potrebbe considerarsi una buona strategia didattica. I significati cosmici cui rimanda la struttura geometrica della spirale si estendono infatti nell’ipertesto in parallelo all’analoga diffusione del suono delle campane, le cui onde sonore si fanno recepire attutite dalla lontananza e perciò si considerano metaforicamente restituite dal cielo nella loro purezza. Poi si sovrappone il disegno del progetto di Sant’Ivo all’immagine fotografica del campanile, rimandando al minareto iracheno della moschea di Samarra e alla torre di Babele, a suggerire un possibile collegamento tra il linguaggio babelico e l’architettura borrominiana. Il campanile di Borromini è posto così in alto da tentare di congiungere l’elemento terreno con quello cosmico, cercando l’approssimarsi di quei contrari la cui legge secondo Bruno governa la natura intera. Nelle pulsioni alla base del volume, il Barocco finisce per diventare quasi un pretesto, nello stesso modo in cui, nella pratica degli scrittori barocchi, il codice linguistico si sovrappone e si sostituisce al messaggio, divenendo così oggetto di un discorso che esplora se stesso.
Ritorna alla mente la frase di Benjamin: “Il Rinascimento esplorava l’universo, il Barocco le biblioteche. La sua riflessione si risolve nella forma del libro”. La visione barocca – e galileiana – del mondo sotto forma di libro, da interpretare così come si decifra una lingua, è in fondo la legittimazione di una verità data nel linguaggio, che non è più un mero ponte tra mente e oggetto, ma che in sé si sostanzia.
Una definizione puntuale del Barocco artistico è sempre stata una problematica aperta, cui gli storici hanno proposto un ventaglio di soluzioni, inaugurando i caratteri contemporanei della storia dell’arte. Dell’inevitabile sbocco futurista del Barocco ha parlato Achille Bonito Oliva (tra gli altri), in relazione all’esplosione delle forme nello spazio e alla conseguente possibilità di portare pittura e scultura fuori dalla cornice, nello spazio della realtà, seguendo una pulsione intrisa di progettualità.
Così per Delli Santi infiniti anelli di congiunzione tra l’estetica barocca e il credo delle avanguardie sono la sfida alla forza di gravità, l’estasi, l’interdisciplinarietà nelle arti, la discordia concors, l’ermetismo, il linguaggio babelico e pluralistico, la satira, la teatralità, l’allegoria del femminile, il
de-composto, il sublime e l’infido, la percezione sinestetica, l’antiaccademismo, la retorica della carne (da Loyola a Sade) e via dicendo. Alcuni aspetti del Barocco affioreranno infatti nel Decadentismo europeo con la crisi dell’io, nelle Avanguardie storiche con la distruzione dell’io, e nel Post-modernismo con la multiformità aleatoria dei linguaggi.


Le forme che “proliferano come un mostro vegetale” si riscontrano così sia nell’arte barocca che nel Surrealismo, da Arcimboldo ai poeti del XVI secolo che trasformavano la donna amata in un “blasone floreale”, all’Union libre di Breton. Medesimamente Bruno, Salvatore de Rosa e altri autori barocchi, insieme a molti dell’Avanguardia, si scagliarono con il feroce armamentario linguistico della polisemia e del pluristilismo contro le regole della letteratura sentimentale e garbata dei loro secoli (Delli Santi parla di petrarchismo strisciante, di “bembismo”) in un continuo riaffiorare di fiumi carsici, che vive ancora oggi.

Gaetano delli Santi, La forza generativa
del Barocco. L’eredità estetico-linguistica
del Barocco alle Avanguardie, Fabio d’Ambrosio editore, 208 pagine, 40 euro.

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