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Mario Schifano – Giorgio Marconi: “Bello e impossibile, geniale e ingestibile”


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L'artista Mario Schifano

L’artista Mario Schifano

 

Stile Arte ripropone l’intervista (2006) a Giorgio Marconi dell’omonima Fondazione, che fu molto vicino a Mario Schifano, ma che interruppe la collaborazione a causa dell’intemperanza dell’artista. Ne esce un ritratto molto acuto dei rapporti tra la psicologia dell’uomo e le origini della sua forma espressiva.

Perchè il suo particolare interesse nell’ambito della rivisitazione degli anni mediatici di Schifano?

Perchè Schifano è attualissimo, è stato un precursore della tecnica di rielaborazione delle immagini, delle comunicazioni e delle informazioni prima della rivoluzione globale, prima della digitalizzazione delle immagini stesse, anticipando l’universo mediatico in cui viviamo nel ventunesimo secolo. Il mio tormentato rapporto con lui, incominciò nel 1963, dopo aver immediatamente acquistato ventun quadri del suoi periodo informale, i monocromi, e ventun disegni,ed  ebbe fine nel dicembre 1970. Nel mese di agosto del ’70 andai ad Ansedonia per ritirare le tele del ciclo “Paesaggi Tv” destinati all’ennesima personale nella mia galleria, programmata per il mese di dicembre. Dopo molteplici accordi mancati, telefonate a vuoto, l’intelaiatura delle tele, come al solito, a mio carico, a Milano, al posto delle opere arrivò un telegramma da Bangkok: “Mandami 1000 dollari Hotel Hilton. Stop. Abbracci. Mario Nancy”. Risposi che la gestione con lui non era più possibile e così finì l’avventura con l’artista più geniale, avido e sperimentale che abbia mai incontrato. Mi chiedeva costanti aiuti e mi scaricava i suoi debiti, costi dei materiali, dell’albergo, dei viaggi, degli affitti e dei ristoranti. Schifano era un ragazzino bizzoso, inaffidabile, che voleva tutto, che amava la bella vita. Avevo visto i suoi primi lavori a Roma , alla Galleria della Tartaruga, agli inizi degli anni Sessanta, I primi acquisti li ho compiuti alla Galleria Odyssia di Federico Quadroni, dove ebbi finalmente l’occasione di conoscere Schifano: talentuoso, bugiardo, bello, egocentrico, generoso, infedele, spendaccione, frenetico e vorace di immagini e di comunicazioni sempre rielaborate in modo originale e dall’energia coinvolgente.

 Lei considera Schifano un genio della contemporaneità, dallo sguardo “blob” mediatico.

Mario partiva da idee e da immagini altrui, non sapeva disegnare e aveva soltanto la cultura di strada, e quasi non sapeva scrivere. E’ stato geniale perchè s’inventava tecniche e linguaggi, passando dalla pittura informale degli inizi (fine anni Cinquanta) ai monocromi, alla manipolazione delle immagini, fino alla passione per la pubblicità, la fotografia, il cinema e la tv. Insomma faceva cose prima degli altri, ma spesso senza esserne consapevole. Viveva alla giornata, privo di programmi precisi,  ma arrivava a sintesi innovative, sperimentando , per caso o per mancanza di soldi, materiali nuovi, vernici, smalti, carte e plastiche. Agli inizi per lui la pittura ad olio e e tele erano troppo costose, quindi riciclava tutto; poi, dagli anni Settanta, cominciò a riportare le immagini televisive su tele emulsionate. E fu a quel tempo che interruppi il mio rapporto con lui.

La figura di Schifano deve fare i conti con l’aura mitica che la avvolge come “artista maudit”. Ma era davvero così affascinante?

Sì. Era una persona ingestibile, che divorava giornali, film e trasmissioni televisive; un bambino che voleva tutto e subito; e poi così bello ed elegante, amante delle scarpe di marca, delle fotomodelle, delle automobili di lusso, delle droghe e dei viaggi in giro per il mondo. Schifano era curiosissimo, comprava una decina di riviste internazionali che non leggeva, teneva accesi diversi televisori nella stessa stanza, viveva in un flusso di informazioni in movimento. Gli bastavano titoli di giornali o fotogrammi di Tv che rielaborqava in maniera personale, con gesti pittorici, colature di amalti o di vernici. Una delle sue prima mostre romane si intitolava “Tutto”, emblematica riflessione sulla sua voracità di esperienze e conoscenze del mondo contemporaneo.

Nel 1963 si rompe il rapporto tra Schifano e la mercante Ilena Sonnabend che lo aveva imposto al mercato americano. I suoi “Incidenti” e “Paesaggi anemici” diventano famosi e, al vertice della sua carriera, cessa la produzione dei quadri monocromi e inizia a rivisitare i maestri del passato, dai classici alle avanguardie. Ecco”When I Remember Giacomo Balla”, “Beebe’s Garden Summer Morning” e altri. Secondo lei, le opere dal 1964 agli anni Settanta possono ancora essere definite pop?

Sono una rivisitazione matura ed originale della cultura pop di quegli anni. E’ il momento in cui Mario elabora manipolazione e contaminazione tra i più linguaggi. A partire da uno dei cicli più noti, “Futurismo rivisitato”. Schifano non pone più l’accento sul movimento in sè , quanto, piuttosto, sui protagonisti del gruppo, rielaborandone la fotografia. I lavori di quel periodo sono già qualcos’altro, ben oltre la pop art. Dal 1964 al 1965 si delineano prepotentemente i riferimenti alla storia dell’arte; inoltre, onnivoro di immagini com’era, inizia le prime esperienze cinematografiche  – “Reflex” e “Round Trip” – film  realizzati negli Stati Uniti. Schifano considerava la pittura insufficiente e superata, incapace di stabilire un rapporto vitalistico con lo spettatore. Tra il il 1968 e il 1969 l’artista romano realizzò la trilogia più famosa della sua carriera; “Satellite”, “Umano non umano”, “Trapianto, consunzione e morte di Franco Bricani”; Schifano dichiarò che la pittura era morta e doveva essere sostituita dalla macchina da presa. In questo periodo era bersagliato dalla stampa internazionale, era reduce dal carcere dov’era stato rinchiuso per detenzione di maijuahna, frequentava vip ed intellettuali, critici e scrittori, come Moravia, Sandro Penna, Dacia Maraini, diventati suoi amici.

Quali critici hanno intuito immediatamente la genialità di Schifano?

Sicuramente Fagiolo dell’Arco, poi Calvesi e Boatto.

Qual è la differenza tra le sue opere “pop” e quelle degli anni Settanta?

L’avventura pop è vissuta dagli italiani come rielaborazione dei linguaggi inglesi e americani. Schifano, pur essendo debitore alla cultura americana, come molti artisti della sua generazione, ricomincia dai futuristi ed è attratto dal flusso, dalla frammentazione, dal movimento, dal gesto approssimativo, dalla stratificazione di icone rubate alla contemporaneità; questi ed altri elementi lo hanno portato ad una sorta di realismo visivo e immaginario e, allo stesso tempo, di straordinaria attualità. Egli costruiva collage di immagini diverse rubate alla realtà, creando paesaggi onirici, in bilico tra reportage e fantasia (stile arte, marzo 2006)

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