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Mattotti, il talento è Manifesto

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di Costanzo Gatta

Lorenzo Mattotti è uno degli illustratori oggi più noti ed apprezzati a livello internazionale. Autore di libri tradotti in tutto il mondo, di fumetti, di campagne pubblicitarie, ha realizzato numerosissimi manifesti, tra cui quello del Festival di Cannes 2000. Molte le personali: da segnalare almeno quelle al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ai Musei di Porta Romana di Milano e al Frans Hals Museum di Haarlem. Collaboratore fisso di “Le Monde”, e “The New Yorker”, pubblica inoltre per “Suddeutsche Zeitung”, “Vanity”, “Nouvel Observateur”, “Corriere della Sera” ed altre grandi testate. Vive a Parigi.

x_1Vorrei conoscere gli inizi di Lorenzo Mattotti, che colora il mondo sguazzando tra magenta, cyan e giallo cadmio.
Ho incominciato come narratore. Poi sono venute altre occasioni: illustrare la moda, fare disegni per bambini, lavorare per i giornali. E, in parallelo, la cartellonistica. Ogni tanto qualcuno chiedeva un manifesto.
A cosa si sente più legato? Disegno, fumetto, cinema, cartelloni?
Stesso mondo. Il cartellone può essere un fumetto, e un manifesto del cinema, quindi legato. Le immagini sono racconti. Il denominatore comune è evocare storie con immagini. Poi ogni mezzo ha la sua legge.
Cosa manca al suo curriculum?
Da tanto cerco di fare una mostra di acquerelli: lavori molto poco visti, diversi da questi, cose un po’ leggere, figure abbastanza strane su carta nepalese. Chissà se trovo il coraggio? Poi lavoro a un nuovo libro con una nuova storia a fumetti e faccio quadri. Tra i progetti c’è di prendermela calma, riflettere e agire con grande libertà.
Mi pare che lei escluda il colore di base e crei impasti. Usa gessetti? Matita grassa?
No, niente gessetto. Matite colorate, pastelli grassi e la china… abbinati in una tecnica mista.
Talora c’è una sgranatura che mi ricorda il gesso sull’asfalto dei madonnari
Quella “grana” mi affascina. All’inizio ho tentato l’olio. Poi ho trovato matite che si possono sovrapporre fino a creare questa materia.
Lavori insoliti?
L’anno scorso San Marino mi ha chiesto francobolli.
Lei emerge prepotentemente con i manifesti, o sbaglio?
Li ho sempre amati, perché vanno sulla strada. Mi piace l’impatto diretto con la gente. A Cannes ne hanno riprodotto uno su tela, di venticinque metri per undici. Si vedeva a un chilometro. Fa una certa impressione. Se il manifesto è bello fa piacere e riconosci subito se funziona.
In che misura la committenza influenza il pensiero di un autore?
Sempre: lo influenza completamente. Comunque, ci sono lavori che non avrei mai pensato di fare senza la committenza. Come l’illustrazione della “Divina Commedia”, o le immagini di moda. Io mi sento libero di interpretare come voglio. Il grosso problema è se ti impongono di trasformare una cosa, di cambiarne un’altra. Però trovo vitale confrontarsi con argomenti suggeriti da altri. Da solo avrei sempre e solo le mie ossessioni.


Come nascono i suoi personaggi?
Vengono fuori da atmosfere, da una emozione, anche da un quadro o da un libro. Ci sono tante vie per arrivarci. Il viaggio inizia al tavolo. Uno in testa può avere tremila idee ma è sulla carta che la “cosa” deve uscire. In testa si hanno forme astratte.
E il cinema?
Il rapporto col cinema è molto stretto. A parte i registi che hanno tratto lavori da miei libri, c’è l’esperienza del “Pinocchio”, film d’animazione diretto da Enzo D’Alò, regista della “Gabbianella e il gatto”. Mi chiese 5-6 anni fa di partecipare a un progetto per la Rai: immagini e personaggi di Pinocchio, appunto. Abbiamo lavorato due anni alla produzione di un progetto pilota (anche premiato a festival), e poi è venuto fuori il ciclone Benigni…
Accantonato?
D’Alò vuole farlo l’anno venturo. Aspetto lui. Però produrre un lungometraggio a cartoni animati è sempre faticaccia. Ci vuole una storia in cui si creda e la voglia di lavorare in équipe. Il contrario del nostro lavoro che è solitario.
Perché ha scelto di vivere a Parigi?
Volevo una cultura internazionale per i miei bambini. E poi, a Parigi il mercato del fumetto è il maggiore d’Europa, c’è una grande concentrazione di editori. C’è energia che gira. Ma a volte ho nostalgia della campagna.

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