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Per un’iconografia del culo. Brevissima storia delle natiche nell’arte. Tra peso e levità

Foto 1

 

Del magnifico disegno di un culo a cavallo tra Cinque e Seicento

di Roberto Manescalchi

 L’immagine che oggi vi proponiamo (Fot. 1) è certamente l’immagine di un fondo schiena di natura femminile. Sul fatto che si tratti di un culo, se i sensi non ingannano, sembrerebbe non esserci dubbio alcuno. Un piccolo controllo in rete teso a un tentativo minimo di documentazione e siamo subito in grado di reperire due manualetti: Jean Luc Hennig, Breve storia delle natiche, Studio Editoriale 1996, e Tinto Brass, Elogio del culo, Tullio Pironti 2007. Ci pare con troppa voglia di dimostrarsi stravagante il saggista francese e con ambizioni filosofiche, pretenziose e, per noi, insensate, il piccolo pamphlet del regista, che al ruolo di pensatore ci pare alquanto inadeguato (oltre la carne, per noi, il nulla!) … meglio, molto meglio, andare da soli!

Il culo nella storia dell’arte?

Non ci stancheremo mai di dichiarare la nostra appartenenza al mondo dove il sole va a morire e se è vero che i fondamenti del nostro pensiero stanno in Grecia non possiamo certo prescindere dalla Venere Callipigia, (Fot. 2), ispirata alla Cnidia del sommo Prassitele, qui nella versione di copia romana (Fot. 3).

Foto 2

Foto 3

foto 4

Foto 5

 

Pur riconoscendo un evidente debito/tributo del nostro culo alla statuaria classica, ci sembra, tuttavia, che la posizione eretta delle due opere appena citate non offra sufficienti motivi di confronto con il tema del disegno in questione. Ecco così che la mente corre all’ermafrodito dormiente (Fot. 4) della Galleria Borghese, riferibile a un tema di Policleto qui nella versione di Palazzo Massimo (Fot. 5). Ermafrodito che, come esaltazione di prodigio naturale, incontrò enorme successo nella città eterna (per chi desideri dettagli e particolari piccanti – niente di nuovo sotto il cielo – rimandiamo non a pagine recenti di Repubblica o del Corriere della Sera, bensì alla descrizione che Publio Ovidio Nasone ne fa nelle sue Metamorfosi). Una variante del dormiente, oggi al Louvre (Fot. 6), possiede una specie di cuscino/materasso, dalla superba mano di Gian Lorenzo Bernini, che si dice teso in qualche modo a precludere, allo sguardo di “anime sensibili”, gli attributi sessuali multipli della scultura. Dubitiamo un po’ sulle reali intenzioni del Bernini di coprire, nel tentativo di prevenire scabrosi e peccaminosi pensieri, e ci pare di intuire, piuttosto, una sorta di censura, foriera di suscitare pensieri ben più morbosi di quanti fosse in grado di suscitarne la semplice ed esplicita vista. Il problema, tuttavia, ancora una volta, non sembra riguardarci, perché il senso di estensione, morbidezza e larghezza; la forma esorbitante e dilatata delle natiche in questione, anche se enormemente lontana dal guanciale di carne, piumone di felicità, di “felliniana” memoria (Fot. 7), fanno completamente escludere, sul lato A della modella del nostro disegno, qualsivoglia richiamo a simbolismi di natura fallica. Questo, in esame, è culo di donna a tutti gli effetti. Del Bernini ci sovviene, piuttosto, la sontuosa voluttà delle dita di Plutone che affondano nel marmo della carne di Proserpina – donna fra le donne e bella fra le belle – proprio dove le colonne in divenire e in movimento delle sue cosce stanno per attaccarsi al culo (Fot. 8). Sontuosa voluttà barocca, che il nostro disegno non è ancora in grado di esprimere appieno e che pur, siamo lì, prelude ed anticipa.

Foto 6

Foto 7

Foto 8

 

Dalla statuaria classica ai prodromi del Barocco, saltando a piè pari dai quindici ai diciotto secoli di storia, in virtù di quella carne condannata dai primi cristiani per bocca di San Paolo e per tutto il Medioevo ad opera dei canonisti. George Bataille sosteneva, più o meno, che il Medioevo avesse raffigurato la nudità per istillarne il ribrezzo e l’orrore come, del resto, si può tranquillamente evincere dalla visione del Giudizio Universale di Rogier Van der Weyden (Fot. 9) o da quella de La caduta degli angeli ribelli di Dieric Bouts (fot. 10), ma anche dalla più tarda, assolutamente rinascimentale, eppure vecchia e totalmente priva della comprensione della lectio pierfrancescana, fantasmagoria di nudi di Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto (Fot. 11).

Foto 9

Foto 10

Foto 11

Tutto questo una volta superata un’abbondante serie di soglie e cinture di castità, anche mentale, per la cui apertura erano necessarie chiavi più o meno sofisticate. Chiavi che si potevano assai facilmente perdere in battaglie fisiche e/o di pensiero e che, magari, erano ritrovate da chi ignorava o volutamente voleva ignorare la natura dello scrigno che avrebbero potuto aprire. Ci viene così da credere che forse la rinascenza, malgrado la forza bruta e bestiale che Tommaso di Ser Giovanni di Mone Cassai detto Masaccio, profuse nell’impresa della cappella Brancacci nella fiorentina chiesa del Carmine (Fot. 12), non fu appieno capace del recupero della carne o quantomeno di una parte preziosa di quella. Constatato che, nel nostro esempio, troviamo mirabilmente superati non solo i minuscoli, appena accennati, culi dei miniaturisti che, per altro, noi conosciamo rappresentati solo di profilo e non pienamente (Fot. 13); quelli appena appena velati, che si intuiscono umidi e certamente tristi, qualcuno li ha addirittura definiti piagnucolosi, di Lucas Cranach il vecchio (Fot. 14); quello che pure è fiorito nel giardino delle delizie, “ovviamente” terrene, di Hieronymus Bosh (Fot. 15); quelli che cacano in coppia di Pieter Brueghel il vecchio (Fot. 16); ma, soprattutto, una volta per tutte ed in modo inequivocabile, quello che, dopo il pontificato di Rodrigo Borgia, il divino Raffaello, nel peccato originale in Vaticano, non poteva che dipingere castamente e devotamente pio (Fot. 17).

Foto 12

Foto 13

Foto 14

Foto 15

Foto 16

Foto 17

 

Pensiamo di poter tranquillamente indicare, come datazione dell’opera in esame (Fot.1),

Fot.1

l’ultimo quarto del XVI secolo. Se non c’è piena anticipazione della sontuosa voluttà barocca, niente, inoltre, potrebbe far preludere nel nostro disegno, intriso di voglia d’amplesso luminosa e solare, della tenebrosa perversione che traspare dalla visione di una buona prova, della Negresse di Rembrandt Harmenszoon van Rijn che, stesa più o meno in analoga posizione di offerta della nostra modella, pur essendo incisione capolavoro del 1658 (Fot. 18) è assolutamente inferiore, ne siamo convinti, anche nella qualità delle forme e del ductus grafico rispetto al nostro disegno.

Foto 18

Ovviamente, non ci siamo dimenticati di Giulio Romano e dei suoi modi affrescati e immediatamente cancellati sui muri di allora, ancora in qualche modo, pruriginose stanze vaticane, ma niente foto che gli affreschi, non ci sono più, né delle raffinate esecuzioni in incisione di Marcantonio Raimondi (il bolognese fu sicuramente il più grande incisore del suo tempo), che possiamo solo intuire attraverso qualche frammento superstite, scampato alla censura pontificia ed oggi conservato nel Gabinetto Disegni e Stampe del British Museum, ma che non è significativo ai fini della trattazione. Così come abbiamo chiaramente in mente le rarissime prove in xilografia, che illustravano i detti modi, a corredo dei sonetti osceni dell’Aretino Pietro, nella loro seconda (veneziana) edizione. Non le riproduciamo perché scarse e volgari come i testi che accompagnavano e lontanissime dalle rappresentazioni, pura essenza di colore, di Tiziano Vecellio che pure frequentava la casa e sopratutto le puttane dell’Aretino sul Canal Grande, ma che forse, nella sua casa ai Biri, per dipingere sfruttava la luce del primo mattino e un’atmosfera resa tersa, fresca e pulita dalle brezze di bora. Del Vecellio ci viene in mente la ninfa del pastore del Kunsthistorsches Museum di Vienna (Fot. 19) e ci sovviene che nel volger di un attimo possa sbucare Pan e farseli tutti e due… ninfa e pastore che i culi son tutti suoi come ci ha ben illustrato nel suo Ninfe e Satiro/Pan, William-Adolphe Bouguereau (Fot. 20). Ad onor del vero, del volgarissimo, osceno, sboccato, ma per certi tratti insuperabile Pietro ci sovviene anche la storia, dal Ragionamento della Nanna e dell’Antonia e di certe «carni sode e morbide da signora» e di un culo che «le sapea di mentuccia e di servastrella» … prosa che, forse, meno volgare del solito, potrebbe in qualche misura ricondursi al nostro. Citazione d’obbligo per Annibale Carracci e per il michelangiolesco culo della sua Venere degli Uffizi (Fot.21) che sembrerebbe potersi identificare con quello di suo cugino Ludovico usato a stregua di modella. Non perché ci entusiasmi in modo particolare, ma solo per ribadire quanto sia labile, a volte, la linea di confine e quanto, per molti, sia confusa. Eccezione, che conferma la regola e la datazione della nostra prova, il nervoso, nevrotico e modernissimo culo tracciato in un foglio dal Pontormo (Fot. 22). Innovativa e ardita anche la posa in cui questa mirabilissima perla viene rappresentata. Chissà quanti culi ho dimenticato! a cominciare da quelli privi di qualsivoglia senso di equilibrio e proporzione, realizzati in ossequio a non so bene quali dettami estetici – l’ignorante sono sicuramente io! – delle streghe tedesche di Albrect Dürer (Fot.23) o da quello troppo pingue e ricco di cellulite, che evoca i maccheroni che Rossini riempiva di fois gras della Venere allo specchio di Pier Paul Rubens (Fot. 24).

Foto 19

Foto 20

Foto 21

Foto 22

Foto 23

Foto 24

Quanti ne avrò dimenticati ancora prima di arrivare a Renoir, il quale da vecchio, pur di dipingere un culo, si faceva legare i pennelli alle mani anchilosate dall’artrite, al quale, forse, dopo aver legato i pennelli alle mani, facevano vedere un culo perché partisse e iniziasse a dipingere, ché tanto, ancorché tremolante, la sua pittura di certo nasceva sempre e comunque dal cervello. «Se non esistesse la donna nuda non avrei scelto di fare il pittore, quando ne ho dipinta una, se ho voglia di toccarla e di pizzicarla, vuol dire che ho concluso bene il mio lavoro» soleva ripetere il grande impressionista francese… Qui il suo nudo di spalle, non poteva essere altrimenti, (Fot.25) . La scandalosa puttana di Toulouse Lautrec, (Fot.26) o lo scandalo era piuttosto il nano? Visto e considerato che nella Parigi del tempo, ricchissima di rappresentazioni di nudi femminili, quelli oggetto di scandalo erano solo e soltanto i suoi «Il diverso è sempre condannato dal clero e dallo stato», cantava Fabrizio De André. Modigliani – il più pierfrancescano dei moderni, ma questo ve lo spieghiamo un’altra volta, ancora non era a Parigi dove arriverà nel 1906 e Lautrec era già morto e il suo culo del nudo disteso sul fianco sinistro battuto recentemente da Sotheby’s e finito chissà dove (Fot. 27) non era ancora stato dipinto. Suvvia, mi sono divertito abbastanza! non vorrete mica sul serio affibbiarmi la paternità di un, ancorché breve, trattatello sul culo? In più finirei inevitabilmente fuori tema… vi racconterei che gli animali non hanno natiche che sono prerogativa esclusiva della deambulazione eretta propria dell’evoluzione e dell’uomo, di come il diavolo, notoriamente bestia, ne sia privo e al loro posto sembra possieda una seconda faccia. Quella che le streghe durante il sabba dovrebbero baciargli da cui il famosissimo e infamante baciami il culo e tout court baciaculo ad indicare un essere spregevole! Dovrei dirvi dei miei dubbi che realmente non saprei, confesso la mia ignoranza, se il Baciaculo scolpito nella cattedrale di Troyes (Fot. 28) profumi di donna, di demone e o di pratica omosessuale. Dovrei dirvi dei tre muscoli della seduzione: Il grande, medio e piccolo gluteo che assieme concorrono a formare la natica sporgente propria della donna.

Foto 25

Foto 26

Foto 27

Foto 28

Tre muscoli che si sono sviluppati in loro insieme alla capacità di camminare erette, magari con un tacco 11, di ancheggiare e di farci girare la testa; di come Lutero sia passato alla storia anche per aver spesso mostrato le chiappe al demonio e fatto leva sull’invidia suscitata con il gesto per far si che il maligno distogliesse lo sguardo dalla sua persona; di Giano bifronte che per guardarsi il culo non aveva bisogno di quegli specchi che sembra, invece, fossero cari a Gabriele D’Annunzio perché gli consentivano l’osservazione, non crediamo a fini scientifici, delle contrazioni del proprio ano in atto di defecare; di come presentare le natiche in un atteggiamento di inchino abbia sempre significato segno di remissione, l’antropologia culturale ci insegna poi del come, in alcune società tribali, l’inchino di saluto venga fatto volgendo addirittura le spalle alla persona cui è rivolto. Come fare a meno di un cenno alla sculacciata? Pratica che certamente nasce per piacere e che diventa necessità correttiva teorizzata dai gesuiti (che paraculi!) nei loro conventi durante il settecento, ma faccio prima a rimandarvi ad un opuscoletto del 1764, di tale Rodez, dal titolo: “Memorie storiche sull’ orbilianismo e sulle correzioni dei gesuiti”. Orbilius Plagosus – da cui orbilianismo – fu il severissimo e terribile maestro di scuola ricordato da Orazio, che soleva sottoporre gli allievi alla cura dello staffile. Sembra che i Gesuiti abbiano avuto il merito di riportare in auge la pratica e anche quello della mirabile idea che portò alla piacevole sostituzione dello staffile con il palmo di mano… sapienti! Basta! L’excursus storico sulle opere d’arte e su altri fatti, legati in qualche misura al culo, finisce qui e per chiosa un accenno alle puledre al tondino. Culi e cavalle? Si certo andate a vedere il posteriore di una giovane puledra al tondino, una di quelle da pista diritta o da distanza classica, se più vi aggrada – mi raccomando la qualità delle corse e il livello dell’ippodromo – e vi assicuro che vedrete/constaterete una stupefacente assonanza con i fianchi dell’entraîneuse che popola e turba di voglie i vostri sogni. Se con la storia ho finito, per un’expertise come si conviene è necessaria ancora qualche annotazione sul disegno e una parvenza di tentativo di valutazione. Il supporto cartaceo, la particolarissima tonalità di bruno prodotta dai processi di ossidoriduzione degli inchiostri, l’appartenenza a un lotto (contenente prove più facilmente riconducibili a determinati autori) proveniente dall’alta Valle del Tevere e il ductus grafico permettono, a mio avviso, di ascrivere il disegno in questione direttamente all’atelier degli Alberti. L’autore sembra aver dato l’esame di anatomia all’università, la punta del suo pennino non ha incertezze e si ferma esattamente solo dove si deve fermare, dopo aver mirabilmente descritto i tratti e i segni in testa all’artista. Ho evidenziato la perfetta rotondità della natica inferiore e il cerchio globale che comprende anche la natica superiore leggermente adagiata e in scorcio prospettico rispetto a quella inferiore. Non c’è bisogno di misure per vedere che i tre segmenti più che evidenti: diametro maggiore, diametro minore e differenza tra i due costituiscono una terna aurea, ma anche le lunghezze, sulle quali non ho voglia di soffermarmi e che non ho voglia di evidenziare, sono assolutamente condizionate da precisi rapporti aurei. Il segno non è quello scarno, perfetto ed essenziale che permette di riconoscere indubitabilmente la grafia del prospettico Giovanni, pur permanendo qualche leggerissimo dubbio. I segni sembrerebbero essere in quantità superiore a quella normalmente necessaria all’estroso Cherubino per analoga rappresentazione, ma anche in questo caso resta un qualche lieve dubbio. Pur non escludendo completamente i due già menzionati, propendiamo nettamente, quindi, per il riconoscimento della mano e della perizia di Alessandro, il quale, meno conosciuto ma non per questo meno bravo, è il terzo di tre fratelli. Certo, in ogni caso, si tratta indubitabilmente del più bel culo “a cavallo” tra Cinque e Seicento. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è in vendita. La sua visione mattutina in ultimo aetatis nostra ci predispone, normalmente, di ottimo umore alla giornata, ma anche se lo fosse, non saprei esattamente come valutarlo. In tempi in cui sembra si possano lasciare con assoluta nonchalance venti/trentamila euro sul comodino di un viados brasiliano, l’opera in questione, con tutta l’apertura mentale e la tolleranza che il paragone impone, dovrebbe essere valutata almeno e come minimo dieci volte tanto. Forse però due o trecentomila euro non sono ancora – date tempo alla crisi di passare – la quotazione esatta di un disegno di Alessandro Alberti. Certo è che un disegno del Cinquecento non è una fettina di culo/prosciutto che si trova da tutti i macellai e, detto questo, dato che dal culo alla masturbazione mentale il passo potrebbe essere breve, è forse giunta l’ora che rimetta il disegno in cassaforte e voi, casomai e se vi aggrada, che cerchiate il vostro esemplare (forse più a buon mercato, ma facilmente di qualità inferiore) da Sotheby’s, da Christie’s o da altri più o meno titolati soggetti che si occupano di arte antica! Un cenno in corsa alla proprietaria delle natiche su cui nulla ci è dato di sapere: la tenera amante di Alessandro Alberti sarà stata una Pichi, una Gherardi, una Nomi, una Graziani o una raffinata cortigiana della corte aragonese, dove il nostro visse e a lungo operò? In assenza di documentazione precisa e pregnante propendiamo, data la forma, per un’espressione locale dall’evidente e dimostrata costruzione in ossequio di regole geometriche ben codificate e che da questa terra muovono . Un culo disegnato e migliorato con la divina proporzione o la naturale divina proporzione di un culo già presente in natura? Magari è solo che, come sostiene Oscar Wilde, «un fondoschiena veramente ben fatto è l’unico legame tra Arte e Natura». L’unica piccola sbavatura e che lui certamente in testa aveva il culo di Lord Alfred Douglas e noi ne vagheggiamo altri, meglio: quello di altre! Ma come già detto il confine è sottile!

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