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Perchè si giocava a mosca cieca? La gioiosa testimonianza in un quadro del primo Ottocento

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a mosca

Bel dipinto anonimo realizzato con tecnica a olio, su tela, nell’Ottocento, presumibilmente in Francia, l’opera, conservata nel museo di Varsavia e intitolata Menage a tre, rinvia, al di là del titolo, al gioco della mosca cieca, che risultava, in alcune limitate circostanze, una pratica erotica di gruppo per adulti. Qui l’ambiente è ristretto al giovane in giacca rossa – che accende il dipinto – e a due splendide coetanee dalle gambe flessuose, con cuffie e lingerie primo Ottocento. Ad occhi chiusi il protagonista maschile dovrà identificare la ragazza che toccherà. Nel caso l’identificazione abbia correttamente luogo egli maturerà il diritto della penetrazione. Il ruolo delle ragazze non è comunque passivo, poiché esse sono una sull’altra e una di loro, con il piede, sollecita il ragazzo ad accelerare la giocata. Lui tende, come ben vediamo, la mano nel vuoto.

Tra i giochi quasi definitivamente archiviati, nella società occidentale, figura la cosiddetta mosca cieca. Nelle prime fasce d’età, tendeva ad affidare la gestione corporea, in situazione di dissimulata difficoltà -com’è quella dell’incedere notturno – a più piani sensoriali al di là della vista. Davanti agli occhi di un bambino o di una bambina, come ben sappiamo, veniva legata una fascia di stoffa che impedisse alla “mosca” di non vedere nulla, nemmeno la punta dei propri piedi. Gli altri bambini iniziavano a fuggire, normalmente in campo definito di gioco. I passi impediti e il lento, goffo incedere del giocatore, provocavano le risate di chi aveva gli occhi liberi e la possibilità di fuggire.

a mosca

Gridando o richiamando la “mosca” che procedeva impedita, la provocavano, invitandola a un punto vicinissimo, ma a una distanza tale che consentisse la fuga. In assenza della vista chi indossava la fascia era chiamato a potenziare al massimo l’udito – in ogni direzionalità – e a procedere tentoni, per catturare, nel mucchio, una vittima, coordinando, pertanto, gambe, braccia e mani, senza la guida della vista. Una volta toccata la preda, la “mosca” doveva riconoscerne l’identità, attraverso il passaggio delle dita sul volto, tra i capelli o, dopo aver posto le proprie mani sulle spalle o, ancora, dopo averne accertato la lunghezza dei capelli o recuperato un ricordo olfattivo. Il nome mosca cieca fu attribuita a questa pratica poichè le mosche – private degli occhi in alcuni terribili giochi infantili dell’epoca – procedevano girando su se stesse, incapaci di tutto. Il gioco veniva progressivamente proibito anche dagli educatori e dai genitori più tolleranti in quanto esso diveniva molto ambiguo e sessualmente dirompente. Per questo, nei giochi di società dell’estate, la mosca cieca veniva praticata dagli adulti, con conseguenze d’alta sensualità e di condivise eccitazione e divertimento. Il bel quadro d’inizio Ottocento è molto esplicito. Il piede della ragazza che tocca il pene dell’uomo, sollecita il giovane all’inseguimento e alla cattura.
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