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Piero Guccione racconta se stesso: l’intervista


Piero Guccione, “Magico incanto! Perfido errore! (per Tristano e Isotta)”, pastello, 1998

Piero Guccione, “Magico incanto! Perfido errore! (per Tristano e Isotta)”, pastello, 1998

Guccione, lei ha più volte ribadito il proprio bisogno di sostare sul tema, “di rimanervi sopra per anni, per indagarne il senso profondo”. E’ stato fatto, per ciò, il riferimento a Giorgio Morandi. Sì, per me questa è una necessità. Non per analogia con Morandi: è così, evidentemente. Sarebbe inutile cercarne le motivazioni in riflessioni filosofiche; né va legata al problema della pittura, od altro. E’, appunto, un bisogno: il bisogno interno di appropriarsi di ciò che si dipinge. Difficile esprimere un giudizio. Ricordo che, diversi anni fa, quando ancora non avevo scelto di tornare a vivere in Sicilia, i miei quadri facevano la spola tra Roma, dove stavo, e l’isola. Spesso erano tele di grandi dimensioni: le caricavo sulla mia auto, e via, su e giù tra la Sicilia e la capitale. C’era l’esigenza continua di vedere e rivedere, di verificare il soggetto, la luce che quel soggetto illuminava…

I suoi dipinti sono insieme silenzio e vibrazione, ombra e luce. Sono verità e visione. Ecco, forse è questa la risposta vera alla sua prima domanda. A parte la necessità di constatare la sostanza visiva, c’è quel tanto di ricerca inconscia che interviene a procrastinare la conclusione dell’opera.

Una sua mostra aveva per titolo – un titolo mutuato da Borges – “Grande elogio dell’ombra”. L’importanza dell’ombra, nel suo lavoro, va letta pure in chiave metaforica? L’ombra, innanzitutto, è importante come valore plastico. Anche se ritengo che una delle sfide assolute, in pittura, sia quella di fare luce su luce, di giungere all’assenza dell’ombra… ma questa è, appunto, una sfida. E’ vero comunque che l’ombra è altresì latrice di un connotato metaforico: l’idea stessa della morte.

“Studio per il Maggio musicale”, pastello, 2004

“Studio per il Maggio musicale”, pastello, 2004

Ciò vale anche per la luce? Ossia: per lei la luce è rivelazione, bagliore epifanico? Per me questo non è fondamentale. Fondamentale è avvicinarmi il più possibile alla luce reale. Come per l’ombra, così per la luce, è la struttura plastica che mi affascina.

Secondo Aristotele, il dolore e la meraviglia sono all’origine della filosofia. “Figuriamoci per la pittura”, ha commentato lei in un’occasione. L’intuizione di Aristotele è meravigliosa. E’ vero, i due elementi sono decisivi, pure in ambito pittorico. La pittura per me è proprio una commistione di meraviglia e di dolore. Certo, i miei temi non sono abitualmente dolorosi, ma, nell’intimo, io sento agitarsi percezioni di questa natura. E la meraviglia è la meraviglia dell’occhio, che consente di esaltare tutto ciò che il pittore intende trasferire alla tela.

Possiamo parlare, a proposito dell’arte di Guccione, di spiritualità? E’ una considerazione che non faccio mai mentre dipingo. Almeno non esplicitamente, non intenzionalmente. La spiritualità, se c’è, viene fuori, credo, attraverso la fatica del lavoro pittorico. Non è un progetto, insomma. Un distillato, forse sì.

“Figure per il Teatro Garibaldi”, pastello su carta, 1999

“Figure per il Teatro Garibaldi”, pastello su carta, 1999

Maurizio Calvesi ha definito la sua produzione come conciliazione “miracolosa” tra sentimento moderno e corso eterno dell’arte. E’ d’accordo con lui? Neppure questo appartiene ad un progetto preciso. Ogni gesto creativo ha presupposti diversi, e peculiari. Se sono colpito in modo particolare da un’immagine di Raffaello, o di Carracci, ecco, allora la “macchina” si mette in moto. Evidentemente ci sono già, in me, tutti i sottintesi per un’opera non di ricalco, o di variazione, ma di reinvenzione. Su tale base deve poi scattare la scintilla della passione, dell’emozione.

Ho letto una considerazione molto interessante su di lei. Tiziano – si affermava – in età tarda inceneriva il colore, frantumava la perfezione formale. Goya rendeva ancor più combusta la sua visione infiammata. Guccione, invece, col tempo si va affinando sino all’estenuazione, le vibrazioni si fanno sempre più sottili, “lame che scendono al cuore”. Tiziano è – in senso temporale, sia chiaro – lontano dalla modernità. E’ vero che la sua parabola lo porta, negli ultimi anni, a distruggere la forma. E’ vero anche che Goya appartiene ad un’epoca che si stava avvicinando alla combustione. Noi, però, nella combustione ci stiamo da parecchio. Gli artisti della mia generazione non possono prescindere da quella sorta di tabula rasa creata tra fine Ottocento e inizio Novecento, a quel tentativo di ridurre la realtà visibile ad una piattezza assolutamente priva di rilievi. A noi è spettato il compito di ricostruire: di ritrovare, dopo la combustione, il senso della speranza.

Bellezza e angoscia per la perdita della bellezza stessa. C’è questo nelle sue opere? I tempi attuali certo non inducono alla bellezza. Kundera sosteneva che siamo entrati nell’era della bruttezza totale. Ciò vale pure per l’arte: oggi nell’arte si privilegiano la bruttezza, l’arroganza, l’orrore persino. Io cerco, pervicacemente, di dipingere la bellezza: e non mi importa nulla di essere moderno o no. Essere giudicato non in linea con la modernità mi è indifferente. Credo nella bellezza: anche se oggi sembra difficile dar ragione a Dostoevskij, laddove scriveva che “la bellezza salverà il mondo”.

(enrico giustacchini)


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